Imprese vitivinicole: quante hanno chiuso i battenti?

13 Ott 2014, 12:18 | a cura di Gianluca Atzeni
Saldo negativo per i coltivatori di uve, soprattutto in Piemonte e Sicila, mentre crescono imbottigliatori e produttori. Bene Veneto, Puglia, Toscana e Abruzzo. Il presidente di Unioncamere Dardanello: "Via d'uscita? L'aggregazione".
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Prosegue il calo del numero delle imprese vitivinicole italiane, anche se il 2014 mostra segnali più incoraggianti, rispetto agli anni precedenti. Nel periodo 2009-2013, sono 5.353 quelle che non risultano più iscritte alle Camere di Commercio (da 97.972 a 92.619 unità), secondo dati Unioncamere-Infocamere e Movimprese, pari a un -5,4% complessivo. A determinare il calo generale è la voce "coltivatori di uve", quella più numerosa, che perde 6 mila unità, rispetto alle categorie "produttori di vino" e "imbottigliatori", entrambi in lieve aumento rispettivamente di 234 e di 408 unità. Dal punto di vista territoriale, in valore assoluto sono soprattutto le regioni Sicilia e Piemonte a determinare il segno meno nel saldo nazionale, con la prima che perde oltre 2.300 iscritti e la seconda oltre 1.600; a seguire le regioni Emilia Romagna (-704), Trentino Alto Adige (-543), Lazio (-529) e Campania (-187). In crescita Veneto (472), Puglia (336), Toscana (124) e Abruzzo (58); bene anche Basilicata e Liguria. Considerando il primo semestre del 2014, il trend è analogo, con un saldo negativo di 138 aziende determinato dalla scomparsa di 388 coltivatori di uve iscritti al registro delle imprese e dall'aumento delle categorie dei produttori (+30 unità) e degli imbottigliatori (+220 unità). Sui territori, anche nei primi sei mesi si distinguono le buone performance di Veneto, Puglia e Abruzzo, mentre si conferma l'andamento discendente per Sicilia e Piemonte. "Il dato sui coltivatori di uve" fa notare il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, "assomma al suo interno anche quello relativo ai piccoli produttori. Queste tipologie di impresa sono da tempo soggette a una duplice dinamica: da una parte, molte imprese stanno scegliendo forme più evolute di fare impresa, aggregandosi per meglio resistere alle nuove esigenze della globalizzazione; dall’altra, tante piccole attività che fanno fatica ad accettare la sfida della qualità sono soggette a una progressiva marginalizzazione". "Il trend discendende del numero dei coltivatori di uve è destinato a proseguire", secondo Gianluigi Biestro, direttore generale della Vignaioli Piemontesi, organizzazione di produttori che rappresenta il 30% della produzione di vino in Piemonte: "Chi coltiva le uve e ha dimensioni aziendali sotto i 5 ettari ha due strade: o cresce, come stanno facendo molti giovani imprenditori, dando vita a una piccola azienda imbottigliatrice in grado di camminare da sola, oppure si aggrega entrando nel mondo della cooperazione, sapendo che con dimensioni troppo piccole è più difficile sopravvivere. In Piemonte, ad esempio, per fare il conferitore in una cantina cooperativa oggi la dimensione aziendale di sicurezza è intorno agli 8-10 ettari".

"La perdita di migliaia di aziende è un dato lampante che ci deve far riflettere", commenta Adriano Orsi, responsabile del settore vitivinicolo di Fedagri Confcooperative: "Il trend rilevato da Unioncamere sarà inevitabile se non si fa qualcosa. Da sempre abbiamo sostenuto che in Italia ci sono troppe imprese e troppo piccole. Considerando che oggi la metà del vino italiano prende la strada dell'estero e che, rispetto al resto dell'agricoltura, il vitivinicolo è un comparto che ha bisogno di aziende che sappiano stare sul mercato, sono due gli scenari possibili: se non si agisce ci sarà la moria dei più piccoli e assisteremo a una concentrazione attorno a pochi grandi produttori; l'altra strada è l'aggregazione, in particolare quella cooperativa, che consente al produttore di restare autonomo, avere un reddito adeguato grazie a una struttura che gli consente di vendere il proprio prodotto sui mercati. Gli esempi sono tanti, dalla Puglia alla Sicilia, al Trentino". Secondo Fedagri, il valore sociale della viticoltura va tutelato: "Tenere vivo il tessuto dei coltivatori di uve, aggregandoli e facendo in modo che vadano sul mercato, tutelando allo stesso tempo il territorio, è l'obiettivo principale". Una strada da percorrere verso questo obiettivo potrebbe essere la formula del riconoscimento delle realtà cooperative come organizzazioni di produttori (Op) anche nel vino, per favorire la concentrazione dell'offerta. Gli esempi sono in Europa, in particolare tra le mura dei due grandi Paesi concorrenti dell'Italia: "In Francia" ricorda Orsi "l'interprofessione è una realtà e oggi nella top 20 delle imprese agroalimentari nazionali molte sono realtà cooperative; in Spagna, si sta discutendo a vari livelli sul come far funzionare al meglio le Op anche nel vitivinicolo".

Una formula, questa, poco utilizzata in Italia e che potrebbe dare un contributo a fermare l'alta mortalità della parte agricola del comparto, dando alle generazioni dei nuovi agricoltori un motivo per investire. Come evidenzia il numero uno di Unioncamere Dardanello, l'agricoltura registra un riavvicinamento dei giovani in campagna: "L’ultima analisi dell'Osservatorio Agrosserva riferita alle vere nuove imprese agricole nate nel secondo semestre 2013 evidenzia che oltre un quarto dei neoimprenditori ha meno di 30 anni e un ulteriore 10% appartiene alla fascia d’età dei 31-35enni. Nel secondo trimestre 2014, inoltre, lo stock di imprese giovanili è aumentato del 2,6%, contando 1.253 imprese in più rispetto a fine marzo, per un totale di 48.620 unità produttive".

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a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 9 Ottobre.
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