L'Osservatorio mondiale prevede un trend crescente nei prossimi anni. La Francia primeggia per produzione e consumi. L'Italia è il secondo esportatore, ma non ha ancora una strategia d'insieme. Il 2015 in Gdo segna la ripresa mentre nei primi 5 mesi 2016 si torna a scendere.

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Quasi una bottiglia su dieci consumata nel mondo è rosé, in uno scenario che vede questa tipologia crescere progressivamente da 15 anni, fino ai 22,3 milioni di ettolitri del 2014, pari a quasi il 10% del consumo di tutti i vini fermi. Non si tratta di un boom, piuttosto di un graduale aumento d’interesse da parte dei consumatori, soprattutto nei mercati dell’emisfero Nord, accompagnato allo stesso tempo dal lavoro dei principali Paesi produttori che, a diversi livelli, stanno cercando di intercettare e di stimolare la domanda. Il Civp (Consiglio interprofessionale dei vini di Provenza) è uno degli istituti che più è interessato a studiare il fenomeno, visto che da solo raccoglie, tra privati e cantine cooperative, circa 600 produttori e cento commercianti delle tre principali denominazioni della Provenza, cuore della produzione di rosati francesi, pari a circa il 40% del mercato in Francia, primo Paese produttore di rosato col 34% delle quote (7,3 milioni di ettolitri) e soprattutto primo consumatore col 36%.

I motivi del successo

Pasti rapidi, freddi, destrutturati, sviluppo degli aperitivi, nuovi piatti, diffusione delle culture alimentari del mondo. Sono alcuni degli elementi che hanno accompagnato il successo dei rosé secondo il Civp. Il consumatore li beve per piacere e non è tenuto a conoscerne le caratteristiche per poterlo apprezzare. Il rosé è meno complesso di un rosso o un bianco, è legato ai concetti di semplicità. Anche l’industria produttiva ha fatto progressi, con una rivoluzione qualitativa nel XX secolo fatta di gestione delle temperature in vinificazione, vendemmie notturne, protezione con ossigeno, valorizzazione dei terroir. Si va affermando un nuovo stile di prodotto, chiaro e aromatico, con una domanda crescente di donne e giovani.

I consumi di rosato nel mondo

È stato Michel Couderc, incaricato dell’Osservatorio mondiale dei rosati, a illustrare il quadro economico internazionale. Lo ha fatto durante il convegno organizzato dal Consorzio Valtènesi, per la nona edizione di Italia in rosa (6.500 visitatori), a Moniga del Garda. Tra 2002 e 2014, la Francia, che vale oltre un terzo dei rosati nel mondo, ha aumentato del 43% i volumi consumati, arrivando a 8,1 milioni di ettolitri. Stabili Usa e Germania, rispettivamente secondo e terzo mercato con 13% e 8% delle quote, seguiti dal Regno Unito (6%) che con 1,24 milioni di ettolitri supera l’Italia (5%), stabile su 1,2 milioni di ettolitri, ma in calo rispetto al 2002; sesta piazza per la Spagna che, col 4% del mercato, consuma 0,94 milioni di ettolitri e prosegue un trend di calo decennale. Considerando il periodo 2002-2014, i nuovi Paesi consumatori si chiamano Svezia (+750%), Canada (+120%) e Hong Kong (+250%), ma anche Regno Unito (+250%), ma l’Osservatorio francese segnala tra gli emergenti anche Sud Africa, Argentina e Russia, che oggi viaggiano su un range di consumo compreso tra 0,2 e 0,4 milioni di ettolitri.

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Produzione ed export

Sul fronte produttivo, dopo l’incontrastata leadership francese si colloca la Spagna, con il 19% del mercato, gli Usa (15%) e l’Italia (11%). Quattro Paesi che assieme rappresentano oltre l’80% della produzione mondiale di rosati, stimata in 23,2 milioni di ettolitri nel 2014. La quota italiana sarebbe pertanto di oltre 330 milioni di bottiglie. Se si guarda all’export mondiale, oggi ben 4 bottiglie su 10 attraversano una frontiera prima di essere consumate. Si tratta, secondo l’Osservatorio, di circa 9 milioni di ettolitri, pari al 39% dei volumi di rosati consumati globalmente; percentuale che nel 2002 era del 22% e che nel 2014 è a soli due punti dal 41%, media degli scambi internazionali di tutti i vini. In altri termini, l’export di rosati si sta allineando alle altre tipologie. Un commercio che, come ha fatto notare Couderc, segue una precisa direttrice: dalle latitudini meridionali e centrali verso quelle del Nord del mondo, nel senso che il raggruppamento Australia, Cile, Sudafrica, Portogallo, Usa, Spagna e Italia ha un saldo export positivo, mentre Germania, Belgio, Regno Unito, Francia, con Svizzera, Russia, Canada e Giappone costituiscono il gruppo dei cosiddetti importatori netti. “Il mercato mondiale dei vini rosati è destinato a crescere” ha sottolineato Couderc “con un effetto domino, considerando che è in aumento la percentuale di rosé esportati rispetto alla produzione complessiva“.

Il valore dell’export di rosati nel 2014 è di 1,5 miliardi di euro (valori Fob, ovvero alla frontiera del Paese esportatore). A guidare la classifica è la Francia (31%), seguita da Italia (23%) e Spagna (16%), poi Usa (14%) e Sud Africa (3%). Francia e Italia detengono la metà del valore del commercio mondiale. Se, invece, si guarda ai volumi è la Spagna a detenere la quota più alta (39%) seguita da Italia e Francia (entrambe al 16%) e dagli Usa (11%).

Prezzi

Il prezzo medio all’export di una bottiglia da 0,75 litri di rosé è più alto per Francia (2,4 euro), Italia (1,7 euro) e Usa (1,5 euro). La media generale è di 1,3 euro a bottiglia. Ampiamente sotto, con 0,5 euro, c’è la Spagna che esporta principalmente rosati sfusi, non di alta qualità, con prezzi della materia prima bassi, intorno ai 30 euro/ettolitro, così come fa il Sud Africa e, in parte, anche l’Italia che “pur avendo grandi potenzialità” ha notato Couderc davanti alla platea di Italia in rosa “non ha ancora una strategia chiara sui vini rosati“.

Il modello Provenza

Leader in Francia nei rosé Dop, la Provenza produce più di 150 milioni di bottiglie. Per molti Paesi è un modello da seguire, a partire dallo stesso Consorzio Valtènesi così come per quello del Bardolino, sull’altra sponda del Garda, con la sua rosé revolution di ispirazione provenzale. Questo territorio del sud della Francia riesce a spuntare prezzi all’export decisamente sopra la media: 4,2 euro a bottiglia. Il risultato, da un lato, di un lavoro trentennale sulle Dop di alta gamma, frutto di una specializzazione delle produzioni rispetto ad altre zone transalpine, come Loira, Rodano o Roussillon, che fa si che circa il 90% della produzione provenzale sia rosé. Dall’altro lato, merito di una strategia di comunicazione unitaria, e di lungo corso, basata su campagne promozionali (ovvero investimenti) che hanno insistito ora sulle caratteristiche del prodotto, ora sul terroir, sugli abbinamenti in cucina così come sui momenti di consumo. “C’è una cosa che i nostri produttori fanno quando vanno all’estero: prima di tutto parlano di Vini di Provenza, un marchio ombrello nella comunicazione” ha rimarcato Couderc “e in seguito, con chi è interessato, approfondiscono il tema delle diverse sottozone“.

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Strategia unitaria, quindi, che ha dato i suoi frutti. Dal 2012 al 2016, infatti, il Civp ha registrato per i rosati di Provenza un aumento dell’export (ora al 21% del totale prodotto, con una crescita del 30% tra 2015 e 2014) e, allo stesso tempo, una diminuzione delle vendite nei canali a basso valore aggiunto come hard discount (al 4%) o grande distribuzione (al 35%). Ai francesi piace il rosé e la Gdo resta il canale principale di acquisto, con la categoria che nel complesso guadagna quote raggiungendo il 31,2% sulle vendite totali di vino, rispetto al 17,3% dei bianchi (anch’essi in crescita) e al 51,4% dei vini rossi (in calo da ormai 25 anni).

Il Groppello

La Gdo italiana

Numeri reali arrivano dalla distribuzione moderna, che veicola il 65% di tutto il vino. Secondo dati Iri Infoscan per il nostro settimanale Tre Bicchieri, lo scorso anno è stato positivo per i rosati: “Nel 2015 c’è stata una ripresa, su cui ha influito anche una situazione meteo favorevole” ci spiega Virgilio Romano, client solutions director di IRI: “A crescere sono stati soprattutto i frizzanti, seguendo un trend riscontrabile anche a livello mondiale. Da gennaio 2016, invece, la situazione è cambiata. I rosati in generale perdono terreno, scendono meno quelli in bottiglia e, tra questi, la versione frizzante. Le serie storiche ci dicono che il 2011 è stato l’anno di picco per quelli in bottiglia, con 13,73 milioni di pezzi, seguito da un trend calante fino al 2015 in cui c’è stata la risalita. Per spiegare la flessione gennaio-maggio chiediamoci anche se non si sia verificata una sovrapposizione tra rosati e spumanti in generale, coi consumatori che stanno preferendo quest’ultima categoria di prodotto”.

Al di là dei numeri, per Alessandro Luzzago, presidente del Consorzio Valtènesi, che sforna 1,5 milioni di bottiglie di rosé (chiaretti) e che sta proseguendo il lavoro di caratterizzazione di questi vini della sponda bresciana del Garda, “i margini di crescita sono ancora molto ampi e occorre fare rete con Ismea, la Puglia, le altre principali aree produttive italiane, a cominciare da Bardolino, per costruire un’alleanza che ci consenta di arrivare ad avere anche in Italia un osservatorio di riferimento”.

Di qui l’idea degli Stati generali del rosécon cadenza annuale, lanciata durante Italia in rosa. Potrebbe essere un passo concreto in avanti, visto che non c’è ancora a livello nazionale uno sguardo di insieme sulla tipologia. Basterebbe mettere assieme i dati di certificazione dei principali consorzi di Lombardia, Veneto, Toscana, Puglia, Abruzzo e Sicilia, per avere già un quadro abbastanza chiaro. I numeri per ora scarseggiano. Sarebbero certamente utili a pianificare strategie di mercato. Come ha notato l’analista di Ismea, TizianaSarnari: I rosati italiani Dop hanno segnato nel 2015 un +6% a volume e un +4% a valore”. Il limite è che rappresentano in Gdo appena il 5% dei volumi e il 4% del valore: massa critica poco consistente per riuscire a suscitare forti interessi. Magari, il neonato Osservatorio del vino in seno all’Uiv, che si avvale proprio del supporto di Ismea, potrebbe dare il suo contributo, così come ipotizzato dallo stesso direttore del Consorzio Valtènesi, Carlo Alberto Panont.

Bardolino e Puglia

Sull’altra sponda del Garda, quella veronese, il Bardolino Chiaretto (9 milioni di bottiglie nel 2015) prosegue il suo andamento positivo, con un +1% degli imbottigliamenti a maggio 2016 su base annua. In 5 mesi sono state vendute 3,7 milioni di bottiglie e si spera di superare il record di luglio 2015, con quasi 1,6 milioni di bottiglie vendute in un mese. Dove va il Chiaretto? All’estero per l’80%. Naturalmente.

Anche la Puglia si sta muovendo sul mercato. Lo farà grazie a un progetto di promozione, con fondi Ocm per 400 mila euro, che consentirà a 20 cantine, aderenti all’Associazione Puglia in Rosé diretta da Lucia Nettis, di sbarcare a fine anno in Usa, Messico e Hong Kong: “Abbiamo un prodotto di alta qualità e pensiamo che occorra cavalcare l’onda. Il trend mondiale di crescita va intercettato al meglio”. In tre parole: vietato perdere il treno.

 

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 23 giugno

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