Intervista a tutto vino con Domenico Zonin

19 Mag 2015, 08:30 | a cura di Gianluca Atzeni
La promozione del vino italiano passa per l'uso oculato dei fondi a disposizione, ma anche per un approccio culturale che parta dalle scuole ed eviti pregiudizi ideologici. L'intervista al presidente di Unione italiana Vini, Domenico Zonin.
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Si erge quasi a paladino del vino italiano, messo sotto attacco su più fronti. E forse ha ragione. Perché a Domenico Zonin, presidente di Unione italiana vini, diverse cose non vanno proprio giù: lo spreco di fondi Ocm per la promozione, con 33 milioni di euro non utilizzati negli ultimi due anni; il processo di "oscurantismo ideologico" da parte dell'Europa nei confronti di un vino identificato solo con l'alcol; il sistema delle autorizzazioni sugli impianti viticoli. Errori politici, burocrazia, compromessi difficili, sviste culturali che, singolarmente o in maniera combinata, rischiano di ripercuotersi sull'economia di uno dei settori più importanti.

Presidente Zonin, partiamo dal problema più sentito dalle aziende: la burocrazia. Il ministro Martina inaugura il Padiglione vino di Expo il 23 maggio. Lo farà secondo lei con in tasca il via libera del Parlamento al Testo Unico?
Non credo che si riuscirà per la fine del mese a licenziare il testo definitivo. Ma l’esame del documento da parte degli uffici del Parlamento, da un lato, e del Ministero, dall’altro, sta procedendo. Siamo fiduciosi sul rispetto di tempi per l’approvazione relativamente veloci.

L'export si sta confermando una valvola di sfogo importante. Anche nel 2014 abbiamo superato i 5 miliardi di euro. È davvero possibile il traguardo auspicato da Renzi al Vinitaly un anno fa?
Rimango ottimista, anche se riterrei già un eccellente risultato arrivare nel 2020 ai 7,5 miliardi di valore dell’export. Molto dipenderà dall’evoluzione dei mercati: la crescita contenuta dell’export nel 2014 in parte è dovuta al rallentamento generale dell’import di vino da parte di alcuni Paesi importanti. Certo che se le Regioni continueranno a buttare via i fondi dell’Ocm promozione, la speranza – anche di raggiungere un risultato intermedio – si trasformerà in chimera, e il traguardo diventerà irraggiungibile.

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I piani di promozione per il vino nei Paesi terzi, che hanno contribuito al successo del vino italiano all'estero, sono stati messi a rischio dall'Alchool strategy 2016-2022 dell'Ue, così come il progetto Wine in moderation per il quale i fondi sono stati salvati in extremis dal parlamento. Resta però aperta la questione delle calorie in etichetta... che potrebbe significare più oneri per le imprese.
L’attacco europeo ai fondi Ocm promozione, iniziato lo scorso anno con i rilievi della Corte dei Conti, dovrebbero far riflettere seriamente i nostri assessori regionali che continuano a sprecare risorse che domani sarà sempre più difficile ottenere. Perché il bersaglio sembra essere proprio il vino, ed è questo l’elemento che più mi preoccupa, anche sul tema delle calorie e degli elementi nutrizionali in etichetta. Non tanto una questione di maggiori oneri economici per le imprese, che comunque ci saranno e che dovremo trovare il modo di contenere, quanto il fatto che si disconosca la “natura” del vino, che ha come suo unico ingrediente l’uva, con una grande ricchezza di elementi nutrizionali presenti di cui l’alcol, come ci ha ricordato di recente il nutrizionista Giorgio Calabrese, è solo uno e non “pesa” più del 15%. Ma su questi temi continueremo a lavorare sviluppando le iniziative di cui siamo stati di recente protagonisti e che hanno avuto un importante seguito sia tra i media che presso i consumatori. Ridurre il vino ad alcol è oscurantismo ideologico, altro che tutela della salute.

Avete sempre considerato un sistema troppo rigido quello delle autorizzazioni per i nuovi impianti secondo l'Ocm unica. Per l'Italia si tratta di gestire l'1% del potenziale produttivo concesso dalla norma. Ci sono stati già i primi incontri tra filiera e istituzioni. Quali sono a suo avviso i criteri da applicare? E quali gli errori da evitare?
Semplice: istituire un sistema unico di assegnazione con un bando nazionale per le imprese che preveda eventuali criteri di ammissione (ma non di priorità) nella valutazione delle domande e un meccanismo di assegnazione pro-rata. Insomma, un sistema uguale per tutti, semplice, non discriminatorio e di facile gestione da parte della pubblica amministrazione che eviti “spezzatini” regionali, da un lato, e discrezionalità di valutazione da parte dei funzionari, dall’altra. Perché solo così i nuovi impianti andranno nella direzione giusta, cioè quella indicata dalle richieste del mercato.

Gli Stati Uniti sono uno dei più importanti mercati per il vino italiano. E proprio nei confronti di questo Paese l'Europa vuole far valere le norme a tutela delle Ig attraverso gli accordi TTIP. Ci sono speranze di vincere questa sfida?
Per la piega che stanno prendendo le trattative mi sembra che vincere questa sfida sarà difficile. In cambio, però, dovremo ottenere dalle autorità americane un supporto nell’aiutare il consumatore americano a riconoscere l’origine dei prodotti. Un terreno sul quale dovremo investire maggiormente in futuro per tutelare le nostre IG. Invece, un’altra battaglia importante del TTIP, dove ci sono buoni margini di successo, riguarda l’abbattimento delle ultime barriere tariffarie che ancora oggi rappresentano un peso economico notevole per i grandi esportatori di vino negli Usa. Tema che abbiamo sviluppato nel nostro intervento al recente “stakeholder forum” organizzato nell’ambito del nono round negoziale svoltosi a New York.

Gli spagnoli hanno sottolineato come l'Italia sia riuscita in 15 anni a valorizzare il vino in bottiglia rispetto allo sfuso. Al punto che oggi, a volumi quasi pari, esportiamo in valore il doppio della Spagna. Ma cosa manca ancora al sistema vino italiano per avvicinarsi ai valori della Francia?
Io credo che, ormai, sia solo una questione di tempo. Siamo sulla strada giusta per aumentare il valore delle nostre esportazioni e i dati degli ultimi anni confermano questa valutazione. Dobbiamo proseguire con coerenza e determinazione la strategia di valorizzare le nostre eccellenze per raggiungere i livelli dei cugini francesi, che oggi stanno avanti perché hanno iniziato questo percorso molti decenni prima di noi.

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L'Expo terminerà a ottobre, e avrà comunque degli effetti sul nostro vino. Quali a suo avviso?
L’augurio è di affermare nell’immaginario dei consumatori di tutti i continenti il vino come una eccellenza del “made in Italy”, al pari della notorietà raggiunta dalla moda. Un elemento determinante nel percorso di valorizzazione delle nostre esportazioni richiamato prima.

L'Expo sembra stia anche distraendo dai temi importanti che riguardano il vino. A iniziare dai consumi interni che, secondo l'Istat, segnano un nuovo calo. È proprio un declino irreversibile?
Continuo a credere che non si tratti di “declino irreversibile” quanto di “riposizionamento” dei consumi. Questo comporta anche un ridimensionamento quantitativo dei volumi, ma non per una disaffezione crescente verso il prodotto vino, quanto per un mutato atteggiamento del consumatore. Ma tutto ciò è valido se si continua a presidiare e investire sul mercato interno – da parte delle aziende e delle istituzioni – con l’attenzione che merita. E sono convinto che l’Expo possa fare molto anche verso il consumatore italiano.

È appena stata costituita la Consulta nazionale del vino con l'obiettivo di educare al consumo di vino. Mentre due mesi fa l'Uiv ha sollecitato il Mipaaf a farsi promotore dell'inserimento dello studio del vino nelle scuole. È questa la strada per rilanciare il consumo interno?
Pur non aderendo direttamente alla Consulta, l’Uiv ha dato la sua disponibilità a collaborare all’organizzazione di eventi ed attività su tematiche che verranno condivise. Quanto al tema del vino nelle scuole, più si rafforza il movimento di opinione a favore più l’obiettivo diventerà raggiungibile. Stiamo portando avanti il progetto con il viceministro Olivero e registriamo con piacere che dopo la nostra proposta anche altri (la senatrice Laura Bianconi, ad esempio) stanno proponendo iniziative analoghe. E dovremo lavorare per convogliarle in un’unica direzione. Tutto ciò, non tanto per rilanciare i consumi interni, quanto per riaffermare una corretta cultura del consumo moderato e consapevole, attraverso la conoscenza dei valori storici e nutrizionali del nostro prodotto.

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 14 maggio
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