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C’era anche un francese all'italianissimo Congresso di Assoenologi che domenica, a bordo della Costa Atlantica, ha aperto i lavori sulle note dell’Inno di Mameli. È Serge Dubois (nella foto qui sotto), presidente dell’

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www.uioe.org/” target=”_blank”> Union Internationale des Oenologues. Tre Bicchieri lo ha intervistato in “acque internazionali”, lungo la rotta Barcellona-Ibiza. 

Un francese in un congresso sul vino italiano. Non esiste osservatore migliore per capire che cosa non va nel nostro sistema e che cosa si dovrebbe imparare dai vostri vigneron.
In realtà credo che valga il contrario: è la Francia che avrebbe molto da imparare dalle aziende italiane, soprattutto in termini di umiltà, capacità di capire i consumatori e capacità di svecchiarsi.

Sa che le sue parole rimettono in discussione tutti quegli assiomi che vorrebbero una Francia sempre più forte, sempre più competitiva, insomma sempre più, a dispetto di un’Italia piccola, divisa e poco concorrenziale? O sarà che l’erba del vicino è sempre più verde della propria?
Il vino italiano è indubbiamente di altissima qualità. E sto parlando di tutto il vino italiano. In Francia, invece, il sistema vinicolo poggia sui pilastri di sempre: i vini di Bordeaux e quelli di Borgogna. In pratica il 2% della produzione francese. E l’altro 98%? Il Bordeaux è come una grande locomotiva che deve trainare dei vagoni vecchi e mezzi vuoti. Se un giorno l’impero dei grandi Chateaux cadesse, cadrebbe tutta la nostra grandeur enologica.
Al momento però il 52% dei vini esportati in Cina è francese, sebbene i prezzi rilasciati dagli Chateux nelle vendita en primeur siano in ribasso. Il mercato cinese è sicuramente importante per il volume dei consumatori, ma per un enologo come me non è un mercato importante in termini di qualità: il cinese compra il marchio, non è interessato al vino in sé, lo conosce poco e lo giudica con criteri che hanno niente a che fare con l’enologia e il gusto.

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Eppure è un mercato importante che state curando con ogni mezzo, portando 400 etichette sotto l’ombrello di UbiFrance, aprendo Bordeaux wine bar a Shangai, portando Vinexpo ad Hong Kong …
Una tattica aggressiva come da tradizione imperiale francese.

Però, funziona. 
Fino a un certo punto. La produzione francese è ingessata, nel senso che si è rimasti fermi ai vini tradizionali, quelli richiesti dal mercato. Il Bordeaux per esempio è un vino che non può conquistare grandi fasce di consumatori. Bisognerebbe produrre e far conoscere anche vini meno complessi e più nuovi. Cosa che la timida Italia ha capito da tempo perché, come dicevo, ha una grande capacità di ascoltare i consumatori.

Ma l’Italia ha un grosso problema: la divisione e la competizione interna tra i produttori.
E’ la storia, mademoiselle: la Francia della Grande Rivoluzione è abituata a portare avanti battaglie in nome di tutta la Nazione. L’Italia dei Comuni non può fare a meno delle divisioni interne. Ma, secondo me, non è questo il problema principale del vostro Paese.

 

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Quali sono, allora, i problemi veri?
Prima di tutto la scarsa consapevolezza dei produttori italiani della qualità dei loro vini. In secondo luogo la frammentazione aziendale: la maggior parte dei viticoltori italiani non fa solo vino, ma anche altri prodotti come olio e ortofrutta. Questa dispersione di lavoro costa all’azienda sia in termini di costi, sia di tempo e risorse. E non fa sviluppare la viticoltura oltre certi numeri: si pensi che in media gli ettari vitati per azienda in Italia sono 3-5, in Francia più del doppio, tanto che un vigneron non si considera tale se almeno il 51% del suo reddito non viene dal vino. E aggiungo: se  il produttore italiano cominciasse a produrre solo vino, la Francia avrebbe definitivamente perso la partita.

 

Insomma, l’Italia adesso comincia a farvi paura?
Il sorpasso dei vini italiani nel francofono Québec è un segnale: l’Italia, con la sua capacità di “innovare la tradizione” potrebbe essere il futuro del vino nel mondo.


Loredana Sottile

07/06/2012