Quanto tempo ci vorrà ancora per chiudere l’inchiesta sul Sauvignon friulano che, a quanto pare, non sta portando a nessun risultato? 

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Tanto più dopo le notizie (dicembre 2015) che le analisi dei vini, ripetute più volte e da laboratori diversi (Dott. Mario Malacarne della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige e D.ssa Emilia Garcia Moruno del Centro di ricerca per l’enologia di Asti) non hanno evidenziato anomalie di sorta. Peccato però che l’immagine e l’economia del Friuli Venezia Giulia siano stati, direttamente e indirettamente, danneggiati dal presunto scandalo. Ora la Procura di Udine ha chiesto una proroga delle indagini e quindi bisognerà attendere gli esiti: se c’è qualcuno che ha sbagliato deve pagare. Ma in fretta. Le aziende per competere sul mercato non possono avere ombre sulla loro reputazione.

Sauvignon. Il caso della presunta frode

Sono stati davvero pochi quelli che a settembre 2015, quando scoppiò in tutta la sua virulenza il caso della presunta frode in commercio per adulterazione del Sauvignon, invitarono alla cautela e mantennero un saggio atteggiamento di basso profilo, sapendo di trattare una materia specialistica, forse più attinente al mondo della sperimentazione e della ricerca che ad altro. La maggior parte della stampa, cartacea e web, optarono per la facile strada del titolo ad effetto – Sauvignon Connection, titolarono molti giornali – e del processo mediatico preventivo, con la conseguenza di esporre al pubblico ludibrio aziende, piccole e medie, più avvezze a frequentare i filari e le cantine che non tribunali e studi legali.

Le conseguenze

Di fatto le ricadute negative sono state spalmate sull’intero vino friulano – con grave danno di tutto il comparto regionale – e non solo sul Sauvignon o sulle aziende, loro malgrado, rimaste coinvolte. Molte di queste considerazioni sono state fatte, la scorsa settimana nella sala Nassyria del Senato della Repubblica dove su invito del Senatore Alessandro Maran (Pd), che ha introdotto e moderato l’incontro, si sono ritrovati Annalisa Chirico, Presidente del Movimento “Fino a prova contraria”, il giornalista Mauro Nalato, autore del libro “Il caso Sauvignon in Friuli. Quando la giustizia fa paura” (Chiandetti Editore), Andrea Oliviero, viceministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e NicoD’Ascola, presidentedella Commissione Giustizia del Senato (Ap), per parlare del caso Sauvignon, inserendolo nel più vasto ambito della crisi della giustizia italiana. Il Senatore Maran prendendo la parola ha evidenziato che “questa volta il caso è raccontato dal libro di Mauro Nalato che ricostruisce tutti i passaggi di come un vino di grande successo, addirittura premiato con un riconoscimento internazionale, si sia poi trasformato in un disastro epocale. Basti pensare che uno dei produttori ha addirittura ricevuto una telefonata di un importatore Usa che gli chiedeva quale fosse il rapporto tra il Sauvignon e la mafia, avendo letto di Sauvignon Connection. Non è stato facile spiegare che la mafia non c’entrava nulla e si trattava solo di enfatici titoli giornalistici”. Secondo Annalisa Chirico “la nostra è la raffigurazione della consapevolezza che nella giustizia italiana qualcosa non va: gli indagati sono condannati ad una pena mediatica che colpisce indistintamente tutti, colpevoli e non. Nel caso del Sauvignon sono tutti produttori sbattuti in prima pagina in violazione del segreto istruttorio con grave danno reputazionale del brand. A noi evidentemente piace dare un’idea peggiore di quello che siamo”. La testimonianza del giornalista Mauro Nalato lo conferma:“Ho presentato la mia pubblicazione lo scorso 9 Aprile a Udine. Ha suscitato una buona eco sulla stampa e sulla televisione ma ad oggi, questo è il primo invito che ho ricevuto dopo quella data. In questi lunghi mesi nessuno (ente o associazione) mi ha invitato per parlarne. Mi sono chiesto, perché? La risposta che mi sono dato è la paura di essere coinvolti. Trovarsi ingarbugliati in vicende come questa, dove sai quando entri ma non sai quando esci e non sai quanto ti costa, mette paura. Ci sono piccole aziende che già hanno speso 25-30 mila euro di avvocati, cifre enormi per loro. Qualcuno ha calcolato che per uscirne– tre gradi di giudizio – ci vorranno circa 100.000 euro. Come dire che la giustizia può essere esercitata solo da chi è dotato di grandi sostanze”. Atteso l’intervento del viceministro alla Politiche agricole, Andrea Oliverio, il quale premettendo di non poter entrare nello specifico in quanto competente del coordinamento dell’Icqrf (Repressione frodi), ha evidenziato che “se siamo di fronte ad una ipotesi di reato rispetto alla quale si sta indagando, allo stesso tempo siamo di fronte a un fatto compiuto, ad una messa in difficoltà, anche forte, di un prodotto dell’eccellenza italiana”. Si poteva evitare? “La risposta è sì, si poteva evitare. Infatti il settore vinicolo viene normalmente sottoposto a controlli. Molte delle azioni messe in campo dalla Procura di Udine potevano essere fatte in via ordinaria dai soggetti preposti al controllo. È un punto che ci deve far riflettere anche perché sono controlli pesantissimi, costosi ma ordinari. La vicenda è controversa e anche delicata perché si parla di sperimentazioni – che nel comparto vitivinicolo non sono così strane – per l’innovazione del prodotto. Da questo punto di vista, il controllore deve avere delle competenze elevate e specifiche”.Il viceministro ha poi concluso con “la convinzione che qualcuno debba pagare laddove si commettono azioni così negative, debba pagare il pubblico, quanti svolgono indagini improprie e quanti diffondono notizie che portano a distruggere dei comparti produttivi”.

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Il Sauvignon in Friuli

Sino al 2014 il Sauvignon prodotto in Friuli era un vino conosciuto e apprezzato soprattutto dai consumatori locali e aveva come principale area di diffusione commerciale il centro nord Italia mentre all’estero, di fatto, era scarsamente sconosciuto. Le aree del Sauvignon in Italia sono sempre state limitate alle Venezie, all’Alto Adige e all’Emilia Romagna con delle sporadiche presenze nelle altre regioni. Una superficie complessiva nazionale tutto sommato assai ridotta – al di sotto dei 4.000 ettari (3744 censiti nel 2010) – tanto che il Sauvignon non è nemmeno menzionato nelle tabelle Istat dei 50 vitigni più coltivati. Quindi una massa critica scarsa, poco in grado di farsi largo tra Francia, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, California e Sud America, dove la diffusione del vitigno è senz’altro maggiore.

Uno squarcio sulle peculiarità della produzione italiana si era creato nel 2014 quando a Bordeaux la giuria internazionale del Concorso Mondiale del Sauvignon aveva assegnato la Medaglia d’oro e il Trofeo speciale a Roberto Snidarcigdell’omonima azienda di Dolegna e al suo vino, il Doc Collio Sauvignon Tiare 2013. Con il consueto tempismo alcuni gruppi di ipercritici nostrani non persero l’occasione per stigmatizzare il riconoscimento che giurati così tanto diversi per cultura della degustazione e per conoscenza del vitigno, avevano voluto assegnare a un Sauvignon friulano. Di fatto il premio permetteva a un pubblico molto vasto, di conoscere un nuovo vino e un nuovo terroir per il Sauvignon oltre a quelli già ampiamente conosciuti. Ma le ricadute positive furono anche per il resto del vino regionale: la stampa non parlò solo di Sauvignon ma anche di Collio, Colli Orientali e altro ancora. Non solo. In Friuli, come del resto accade in altri luoghi d’Italia, il successo degli altri, non si perdona. Invidia, autolesionismo, scarso senso di squadra, cupio dissolvi, ecc., le motivazioni possono essere diverse. E così il periodo di grazia non durò molto perché da lì a poco sarebbe iniziata la “Sauvignon Connection” che in poco tempo avrebbe cancellato tutti i benefici effetti che si erano venuti a creare e che a tutt’oggi pesano sull’immagine dell’intero vino friulano, non solo del Sauvignon. “Ci siamo mossi sulla base di elementi serissimi, in maniera mirata– aveva dichiarato il procuratore capo di Udine, Antonio De Nicoloal quotidiano Il Piccolo del 10 Settembre 2015 – Eravamo stati messi in guardia da chi, in questo stesso settore, lavora in modo onesto. Da alcuni produttori del Sauvignon che seguono fedelmente il disciplinare e che si erano accorti che alcuni competitors esaltavano irregolarmente gli aromi del vino”. Parte un’inchiesta in grande stile nella quale vengono chiamati in causa il consulente Ramon Perselloe sua moglie Lisa Coletto insieme a una quarantina di aziende (ndr. chi scrive volutamente ha scelto di non pubblicare per l’ennesima volta l’elenco) tra cui diversi nomi noti e lo stesso Roberto Snidarcig e la sua Tiare di Dolegna del Collio (vincitore del concorso Sauvignon del Mondo e Cantina Emergente per il Gambero Rosso). Il resto è la storia che abbiamo narrato e che ancora deve finire.

a cura di Andrea Gabbrielli

 

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