La mostra al Vittoriano di Roma è, per certi versi, il preludio dell'Expo 2015 per il vino. Un approfondimento sulla sua storia e la sua cultura che abbiamo voluto analizzare con attenzione. Accorgendoci di non poche inesattezze. Un vero peccato, perché questa è una grande occasione di comunicare al mondo uno dei nostri maggiori tesori, ma forse siamo ancora in tempo per rimediare agli errori.
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Da millenni il vino è parte integrante della nostra storia. Furono i greci a portare la vite in questa terra (cioè l’Italia)”. Questa frase è in evidenza sulla quarta di copertina ed è ripresa della prime righe del testo introduttivo del prof. Massimo Montanari, uno dei nostri maggiori esperti di alimentazione, scritto per il catalogo Verso il 2015- La cultura del vino in Italia. L’omonima mostra, inaugurata al Vittoriano di Roma lo scorso 25 ottobre sarà uno dei momenti qualificanti del Padiglione del Vino all’Expo 2015. La frase, però, non è precisa e attribuisce ai greci meriti non loro. In realtà la questione della presenza della vite nel nostro Paese è molto più complessa e articolata. Gli studi, in proposito, sono stati copiosi negli anni, inoltre da quando la pratica dell’analisi del DNA viene applicata anche al mondo vegetale, i margini di improvvisazione sono assai ridotti.

Che da sempre in Enotria ci sia stata una realtà diversificata riguardo alla presenza della vite, lo testimonia con chiarezza il IX libro dell’Odissea che dalla descrizione dell’isola dei Ciclopi e dell’ubriacatura di Polifemo, fa comprendere che fin da allora esistevano nel Mediterraneo due tipi di viticoltura «quella posta nella sua parte orientale che produceva “vini forti e scuri” quale era appunto il vino di Ismaro, regalato a Ulisse da Marone, sacerdote di Apollo, vino che fa ubriacare Polifemo perché a questi vini alcolici non era abituato ed un’altra rappresentata dall’isola dei Ciclopi “Questi, agli dei lasciandone la cura, non arano il terreno, e non coltivano piante, ma senza seme e senza aratro tutto lì cresce, orzo, frumento, e viti che danno enormi grappoli, da vino: con la pioggia via via Giove l’ingrossa”. Una descrizione che configura nettamente le caratteristiche dell’uva selvatica, sottoposta ad una coltivazione primitiva o nulla».
La citazione omerica si deve alla traduzione dell’Odissea di Giovanna Bemporad (edizioni Le Lettere – Firenze) mentre il resto si deve al volume Alla scoperta del mondo del vino a cura di Attilio Scienza e Osvaldo Failla (Merqurio Editore), i quali poi aggiungono “Sulla scia della nave di Ulisse, altri navigatori micenei e fenici e poi i primi coloni greci, diffonderanno con i pregiati vitigni orientali, tecniche di potatura e di allevamento della vite note sole nel Caucaso e nell’Asia Minore”.
In sintesi i Greci non hanno portato tralci e men che mai barbatelle: i primi si sarebbero seccati durante il viaggio, le seconde non esistevano; bensì, molto probabilmente, dell’uva passa per il viaggio, una sorta di snack ante litteram ad alto contenuto energetico di zuccheri, facilmente trasportabile e soprattutto lungamente conservabile, è grazie ai suoi vinaccioli (i semi nell’acino) che è stato possibile propagare le nuove varietà.

A questo proposito vale la pena di ricordare l’esistenza del progetto VINUM (o anche Archeovinum a Scansano) che le Università di Milano e di Siena (soprattutto il Diprove di Milano e il Dipartimento di Archeologia di Siena) che ha tra gli obiettivi quello di identificare “quali siano i vitigni derivati da domesticazione diretta (vale a dire intenzionale) di viti selvatiche e quali da introgressione genetica (ovvero incrocio spontaneo) tra vite selvatica e altri vitigni”.
Nel convegno internazionale sull’Origine della Viticoltura (Podere Forte – 2011) Gaetano Forni (Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura) sostiene che “il potenziamento della vitivinicoltura locale per imitazione, fu dovuta ai contatti con i Micenei e poi con i Greci in epoca classica (Pisani 1953-1959; Sereni 1964, ecc.). Anche perché in Italia la vite selvatica è documentata nel Neolitico in una decina di siti e in una trentina nell’età del Bronzo. Ciò significa che almeno da tre millenni la vite selvatica era oggetto d’attenzione, raccolta, presumibilmente protetta e poi domesticata”. Oggi grazie alle indagini genetiche, con l’analisi del DNA, è possibile stabilire non solo paternità e maternità di una vite ma anche le parentele lontane. Per questo sarebbe quanto mai necessario aggiornare, nei cataloghi e nei pannelli, una mostra che avrà il compito di presentare il vino italiano durante l’Expo 2015, da nozioni fuorvianti o palesemente errate.

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Detto questo, continuando a studiare il catalogo, desta stupore leggere nel capitolo Degustazioni storiche di Yann Grappe che “alcune (viti selvatiche) possono essere vinificate, offrendo un vino dal tipico odore di muffa (foxy)”. In realtà con il termine foxy s’intende “volpino” o “selvatico”, un odore dei vini ottenuti da ibridi produttori diretti. (Il piacere del vino – Manuale per imparare a bere meglio – Slow Food Editore). Il testo di Grappe poi prosegue raccontando che in Italia “qualcuno continua a produrre il fragolino… proveniente da uve selvatiche”. Sì, certamente, anche se il fenomeno è statisticamente irrilevante e, in ogni caso, a patto di non chiamarlo vino, in quanto la vinificazione è proibita. Nel capitolo intitolato Il tempo della vendemmia si sostiene che “A determinare la data ‘giusta’ per la vendemmia saranno l’esperienza e l’intuito del vignaiolo”. Una volta era sicuramente così. Oggi, però, con la viticoltura moderna, si fanno non solo le analisi del mosto (maturità tecnologica) ma anche dei fenoli (maturità fenolica). E ancora il Prosecco, prodotto nel Trevigiano (Conegliano-Valdobbiadene) ha un nome proprio che è anche una Docg cioè Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore.
Nel paragrafo vini biologici si dice che “alcune sostanze aggiunte (al vino) devono provenire da agricoltura biologica (ovoalbumina, gomma rabica, gelatina)”. La gomma arabica è sicuramente un prodotto vegetale, l’ovoalbumina è una proteina dell’albume d’uovo e la gelatina è ottenuta dal collagene delle pelli o delle ossa. Ma cosa c’entrano con l’agricoltura biologica? Un altro paragrafo recita: “il diffuso amore per il vino vecchio a volte suggerisce pratiche fraudolente, come quelle di lasciare le anfore sui tetti delle case, al sole per creare dei vini vecchi in pochissimo tempo. Per quanto possa apparirci insolita – scrive il Grappe – questa pratica è ancora in uso in Toscana, a Madera, nel Rossiglione”. Inutile commentare.

La lista delle inesattezze, purtroppo, potrebbe continuare ancora a lungo. Per questo urge una correzione di bozze molto attenta. Il moderno vino italiano, che esporta in tutto il mondo, di cultura ne ha da vendere, anzi da esportare, a profusione. Però i messaggi devono essere corretti.

Foto in apertura: Ampelografia italiana: tavole / pubblicata dal Ministero d’agricoltura e commercio, 1879-1890

. Biblioteca Internazionale La Vigna, Vicenza

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Verso il 2015 – La cultura del vino in Italia | Roma | Complesso del Vittoriano | via San Pietro in Carcere | tel. 06.6780664 | fino al 17 novembre 2013

a cura di Andrea Gabbrielli