La “ricetta cooperativa” per il vino italiano. Parla Ruenza Santandrea

15 Mar 2016, 09:30 | a cura di Gianluca Atzeni

Intervista al coordinatore vino di Alleanza delle Cooperative: “Prendiamo esempio dai francesi con il vin de France e valorizziamo i nostri prodotti”. Sui vini identitari “vietato abbassare la guardia”. Poi l'appello alla Gdo: “Stop alle aste al ribasso”

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Qual è il ruolo della cooperazione vitivinicola in Italia? Come si può agire per far ripartire i consumi interni di vino? In che modo possiamo valorizzare a pieno il prodotto italiano senza che sia necessariamente Doc e Docg? Ce lo spiega Ruenza Santandrea, coordinatrice del settore vitivinicolo dell'Alleanza delle cooperative (e presidente del Gruppo Cevico), che nei giorni scorsi ha partecipato al Parlamento europeo di Strasburgo alla riunione dell'Intergruppo vino con il Commissario Ue all'Agricoltura, Phil Hogan, sul tema dei vini identitari. “Hogan ci ha dato delle rassicurazioni sulla temuta deregulation. Si tratta di un segnale importante” ha detto Santandrea“frutto dell’azione compatta dell’intera filiera e del lavoro di squadra che le nostre istituzioni stanno portando avanti”.

 

I numeri della cooperazione vitivinicola in Italia

Vale 4,3 miliardi di euro il giro d'affari della cooperazione vitivinicola italiana, circa il 10% del fatturato totale cooperativo. Il comparto conta poco meno di 8.700 addetti in oltre 500 coop attive, in gran parte di conferimento, che trasformano e vendono vino sia sfuso sia imbottigliato. Dopo un triennio 2011-2013 positivo, i ricavi sono in crescita anche nel 2014 (+12%), secondo l'ultimo Rapporto della cooperazione, con una propensione all'export di quasi 20%. Sono italiane 5 cooperative tra le prime 7 in Europa: Cantine Riunite & Civ, Caviro, Mezzacorona, Cavit e Gruppo Cevico. Le altre sono le francesi Val D'Orbieu e Cvc (Champagne Nicolas Feuillatte).

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Proprio le ultime vicende ci confermano che in Europa sono forti gli interessi che vanno nella direzione della liberalizzazione. La questione vini identitari è l'ennesimo esempio tra i tanti di questi ultimi anni.

Questi attacchi nel senso della liberalizzazione rispondono a precisi interessi. Posto che l'idea di Europa sia stata una grande cosa, le lobby si trovano a tutti i livelli. Ma ciò che è importante per l'Italia è la capacità di essere presente e rappresentare i propri, cercando di essere meno provinciale. Nel senso che dobbiamo essere più presenti in Europa per difenderci ove occorra.

 

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Secondo lei lo stiamo facendo bene?

Penso che dovremmo essere più bravi, ma dico anche che in una questione delicata come questa dei vini identitari ci siamo compattati. Nella difesa dei nostri interessi ci sta aiutando anche il Mipaaf, che sta facendo un buon lavoro, così come è stata importante la creazione di un tavolo nazionale di settore, dove siedono e si confrontano quasi tutte le organizzazioni. È un passo in avanti rispetto al passato, quando si andava in ordine sparso.

 

Veniamo al Testo unico del vino. Tema molto sentito dal settore italiano. Un iter cominciato quasi due anni fa, che potrebbe concludersi quest'anno.

Già al Vinitaly 2015 si diceva così, poi è venuto Expo e ora siamo a Vinitaly 2016. Speriamo che sia la volta buona. In ogni caso, ci aspettiamo una vera semplificazione. Qui la filiera del vino ha lavorato a trovare un compromesso, consegnando al Ministero un testo frutto di una mediazione.

 

Dall'ultimo rapporto congiunturale sul vino cooperativo emerge come il fatturato medio delle società registri migliori performance per le più grandi, mentre sia in calo per chi è sotto il tetto dei due milioni di euro di ricavi annui.

Non sono affezionata alla regola per cui il più grande significhi più bello. Nel vino italiano esistono nicchie importanti. In generale, il nostro mercato interno non riesce ad assorbire nemmeno il 50% del vini prodotto. Pertanto, bisogna andare all'estero, ma per farlo occorrono le dimensioni aziendali. Andare all'estero, sia chiaro, non è andare a fare una fiera. Chi ci va deve poterci restare e questo significa avere degli agenti, partecipare alle degustazioni, etc. È un'attività costosa, e senza le dimensioni adeguate non si riesce a sopravvivere. Non è un caso che tra le più importanti aziende italiane ci siano cooperative. Negli anni si sono unite. Hanno fatto fusioni. Lo hanno capito. Mi viene in mente il caso di Vitevis in provincia di Vicenza dello scorso anno, oppure la recente fusione operata da Cantina Due Palme.

 

Un fenomeno, quello delle fusioni, che caratterizza più il Nord che il Sud. Voi cosa potete fare per farne capire i vantaggi ai produttori?

Il Sud dovrebbe velocizzare questo processo, ma anche nel resto di Italia ci sono realtà che per oranon vogliono saperne di unirsi. C'è un forte senso di appartenenza territoriale, così come c'è del campanilismo, che impediscono talvolta di fare il passo decisivo. Noi come Alleanza Cooperative possiamo fare della moral suasion, portando degli esempi di coop che stanno andando bene e che ce l'hanno fatta. Non penso, tuttavia, che l'assenza di fusioni dipenda da una scarsa informazione nel settore. Il rischio nel restare arroccati sulle proprie posizioni è far sì che i costi fissi erodano i risultati operativi, non garantendo la giusta remuneratività ai soci.

 

Il nostro vino comune continua ad arrancare sui mercati con cali a due cifre sia a volumi sia a valore, rispetto a un export di imbottigliato Dop e Igp decisamente in buona salute. Ha senso, secondo lei, provare a competere su questo terreno con una Spagna che domina il mercato?

Penso ci sia un problema di approccio a questo tipo di prodotto, diventato una commodity. Quando andiamo a venderlo all'estero non possiamo essere competitivi. L'Italia ha costi di produzione che non sono bassi come altrove. In Francia, si produce vino comune ma il suo valore è più alto. E la differenza sta nel fatto che loro lo vendono come 'Vin de France' mentre l'Italia non lo fa.

 

Una parte della filiera teme forse per un'eventuale concorrenza tra vini comuni e Igt?

Dobbiamo capire quando andiamo all’estero che siamo orgogliosamente venditori di vino italiano. Abbiamo Docg, Doc e Igt e marchi, e tavola. Ma prima di tutto, ribadisco, è vino italiano. E il fatto che sia italiano è un vantaggio, un plus. Inoltre, il nostro vino da tavola è buono e non ha niente da invidiare ad altri. I francesi vanno orgogliosi del proprio vino da tavola, l'Italia non dimostra altrettanto attaccamento. E sarebbe importante far passare questo concetto. Sottolineo che non è una strategia vincente ridurre la produzione per far aumentare i prezzi, perché così si rischia semplicemente di diventare ininfluenti su un mercato del vino che è globale. E se non ce l'hai tu quel prodotto ce l'avrà qualcun altro.

 

Qual è allora la strada?

Valorizzerei il vino da tavola italiano, controllato, tracciabile. Una cosa di cui dobbiamo andare orgogliosi. Senza pensare che ci sia alcuna concorrenza coi vini a denominazione. Come Alleanza Cooperative ne abbiamo iniziato a discutere con convinzione. È chiaro che dobbiamo cercare di vendere quanto più prodotto a denominazione d'origine, ma impariamo anche a utilizzare gli Igt il più possibile e informiamo il consumatore fino in fondo, anche quando la differenza di prezzo tra due prodotti non è elevatissima.

 

Come Gruppo Cevico, questa logica l'avete applicata sul mercato creando marchi di vino comune molto noti, come il San Crispino.

Noi siamo in Romagna, abbiamo colline e pianure dove si produce il vino. Ci sono prodotti differenti e differenti strade e mercati. Il nostro Trebbiano, che si coltiva qui da duemila anni, va valorizzato. Non vado certo dall'agricoltore a dirgli di cambiare strategia. Se il Trebbiano è adatto allo spumante lo facciamo e in etichetta scriviamo il nome del vitigno, cercando di evidenziare il valore del lavoro dei produttori. Dietro un vino da tavola c'è tutto un mondo, che deve poter vivere del proprio impegno quotidiano. Ricordo che se c'è qualcuno che ha le mani e i piedi nella terra questo qualcuno è una cooperativa, che difende da sempre la biodiversità e pianta vitigni autoctoni.

 

Che si prende anche delle soddisfazioni sul fronte della qualità, visti i riconoscimenti delle varie guide italiane a cominciare dal Gambero Rosso.

Mi preoccuperei del contrario. Se Un privato con 50 ettari può fare un buon vino, perché non dovrebbe farlo chi può scegliere su migliaia di ettari? Il nostro modo di fare vino è serio. Faccio un esempio che mi è vicino: in fase vendemmiale, la Cantina di Rimini seleziona i chicchi d'uva, le partite arrivano con il tagliando dalle varie aree per la zonazione. Cancelliamo, allora, l'idea sciocca che la cooperazione non possa produrre il vino di qualità. Noi scegliamo i terreni, gli agricoltori, li seguiamo coi nostri agronomi, facciamo selezione. Questo è oggi il vino cooperativo.

 

Veniamo al rapporto sempre complicato con la distribuzione organizzata. Come vanno le cose?

È chiaro che la Gdo in momenti di crisi cerca di acquistare vino a prezzi minori possibili. Questo fa parte del loro mestiere. E spesso si va in contrasto. Però, rilevo che sui primi prezzi la cooperazione non è competitiva e non lo potrà mai essere. È invece possibile ragionare con la Gdo sulla filiera. E in questo siamo competitivi. Prova ne è l'iniziativa comune con Coop che ha portato a realizzare il progetto 'Assieme': un vino di qualità e remunerativo per il viticoltore.

 

È vero che nelle fasi di scelta del fornitore si assiste a delle vere e proprie aste al ribasso?

È in corso una battaglia tra alcune catene distributive. Occorre far capire loro che per avere un vino sano occorre mettere da parte queste aste. Non è corretto farle soprattutto su alimenti come il vino. Io le impedirei per legge. Il sistema è molto semplice: vengono fatte tutte online. Si va sul sito, si propone il prezzo. E spesso a vincere sono i privati di più grandi dimensioni.

 

Parliamo di e-commerce: fenomeno in crescita. Le cooperative come si stanno organizzando?

Comprare online è comodo e penso sia questa una delle molle dell'acquisto. Penso che il sistema sia destinato ad allargarsi tra i consumatori, compresa l'Italia. Iniziative come quella di Amazon con i prodotti freschi sono un esempio. Dovremo allora attivarci per essere competitivi anche su questi mercati. Non è facile e occorrerà imparare, perché la vendita nelle damigiane è una tradizione nei territori italiani, che però fa parte della generazione precedente.

 

Pensa che l'online possa ravvivare i consumi sul mercato interno?

Sono molto preoccupata del calo dei consumi in Italia. E la ragione sta anche nel fatto che in questi anni abbiamo caricato sul vino un vissuto e un significato che complica l'approccio con le giovani generazioni. Voglio dire: questa allure del vino, questa chiacchiera eccessiva attorno al prodotto vino, penso abbia danneggiato i consumi. Al punto che i giovani a tavola con amici o persone che non si conoscono non lo ordinano perché si ha paura di fare brutta figura e di saperne troppo poco. Ecco perché credo che il consumo di vino debba essere più sereno. In una battuta: più pop e più rock. Il vino è un'ottima bevanda che migliora il gusto di un pasto e a sua volta è migliorata dal cibo. Deve essere, quindi, un piacere a cui approcciarsi in modo non complicato. Altrimenti, a tavola, i giovani ordinano una birra.

 

Non pensa sia anche una questione di prezzi?

Certamente, gli esercenti dovrebbero contenere le pretese sui vini. Spesso non si giustificano prezzi raddoppiati o triplicati al ristorante. Ma va detto che anche le birre vengono fatte pagare piuttosto care. Credo che l'importante sia non complicare troppo il vino. Ai giovani va insegnato in modo semplice, spiegandone i rischi, ma anche i suoi forti legami con la grande tradizione italiana.

 

a cura di Gianluca Atzeni

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 3 marzo

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