La filiera è preoccupata. Così Paolo Castelletti introduce le perplessità di un sistema, quello italiano, che tradizionalmente opera in modo diverso da quanto richiesto dalla Ue in fatto di vini Igp. Ecco perché.
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Non fanno dormire sonni tranquilli le norme Ue sull’elaborazione dei vini a Indicazione Geografica Protetta (Igp). Un regolamento, il 607/09, in vigore dalla vendemmia in corso, che prevede cheil taglio o l’assemblaggio dei vini Igp fuori zona va effettuato all’interno della zona di vinificazione: sia per assemblaggio delle frazioni di partita di “vini finiti” derivanti da uve raccolte fuori zona – massimo 15% – con i vini derivanti da uve della zona di produzione – minimo 85% – sia per assemblaggio di partite di tipologie diverse di “vini finiti” della medesima Igp, provenienti al 100% da uve della zona di produzione delimitata della relativa Igp, è autorizzato solo l’assemblaggio di partite Igp della medesima tipologia. Legge che il segretario generale dell’Unione italiana vini, Paolo Castelletti, non esita a definire “penalizzante dal punto di vista economico per il sistema vino italiano”. Ecco perché qualche giorno fa a Roma, a un delicato Consiglio di confederazione vite e vino dell’Uiv, hanno preso parte alcuni membri della Direzione generale agricoltura e sviluppo rurale della Commissione Ue (Dg Agri). Sul tavolo, a cui sedevano anche dirigenti e funzionari del Mipaaf, sono state poste questioni spinose che legano a doppio filo le grandi imprese del nord ai produttori del centro sud. “Da sempre l’Italia” spiega Castelletti “si è caratterizzata per delle migrazioni di grandi quantità di vino prodotto in Sicilia, Puglia, Campania e Abruzzo che viene assemblato e imbottigliato in Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia e Trentino. Le regole Ue non consentono più il taglio o l’assemblaggio delle Igp al di fuori dalla zona di produzione. Pertanto, quei prodotti rischiano di rimanere invenduti, con danni evidenti sia per gli imbottigliatori che per i conferitori”.

Le preoccupazioni appaiono fondate, ma la strada sembra in salita, visto che la Commissione Ue si è detta più volte contraria a una modifica del regolamento 607/09 in nome di un’uniformità per i Paesi produttori e in vista di una maggior tutela del consumatore e dato che l’Italia ha già ottenuto delle deroghe lo scorso anno. “Non si capisce perchél’Ue” aggiunge il segretario Uiv “non possa tenere conto di questa specificità italiana, dal momento in cui abbiamo verificato che grandi Paesi produttori come Spagna e Francia non hanno queste dinamiche produttive. Inoltre, possediamo un sistema di controllo sistematico, non più a campione, e quindi ci troviamo davanti a barriere che, all’atto pratico, non portano dei vantaggi”. Le restrizioni per le quali l’Uiv ha chiesto e chiederà delle modifiche all’Europa interessano anche l’elaborazione dei vini spumanti Igp che la norma blinda all’interno della zona di produzione. “Qui siamo di fronte al paradosso” nota Castelletti “per cui l’Ue ha concesso deroghe per vini Dop senza tenere conto dei vini Igp, e pertanto ci troviamo di fronte dei veti più vincolanti su una tipologia di vino che sta più in basso nella piramide qualitativa.

La Dg Agri ha preso atto dei problemi sollevati dalla Confederazione Uiv. Per la prima volta i produttori hanno potuto esprimere le proprie perplessità faccia a faccia con alcuni dei massimi dirigenti europei. “Siamo soddisfatti perché si sono resi conto delle nostre concrete difficoltà e abbiamo spiegato che siamo in grado di garantire un sistema di controllo mappato e certificato dal vigneto alla bottiglia” commenta Castelletti. Ovviamente, non è detto che le esigenze italiane, che sono ritenute legittime dalle federazioni europee di settore, e che il Mipaaf dovrebbe rappresentare a Bruxelles, saranno ascoltate. Va detto anche che i tempi per una modifica dei regolamenti come chiesto dall’Uiv, poiché interesserebbero la politica, sarebbero lunghi. A breve, in ogni caso, sono previsti nuovi incontri con i dirigenti della Commissione. C’è un’ulteriore strada che l’Uiv vede possibile: ovvero, definire meglio il concetto di vinificazione/elaborazione dei vini, per ora ritenuto troppo vago.

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Le preoccupazioni della filiera, si diceva, sono fondate. L’Unione italiana vini raggruppa aziende e cantine cooperative (da Giv a Mezzocorona, a Cavit e altri) che assieme rappresentano l’80% dei volumi di vino italiano esportato. “Siamo in un momento in cui questi elementi di instabilità si sovrappongono alle preoccupazioni per la difficoltà che incontra il vino sul canale interno e per le troppe barriere tariffarie e doganali che ostacolano l’export nazionale. Non dimentichiamo” sottolinea Castelletti “che è ancora aperta l’indagine antidumping della Cina sui vini europei. Da due mesi stiamo lavorando intensamente per sostenere quelle aziende che sono state inserite nel campione dalle autorità cinesi. Altre partite aperte sono quelle degli accordi bilaterali con gli Usa e con l’India. In Russia e Brasile si segnalano continui casi di contraffazione. E i costi della difesa dei marchi ricadono sulla filiera. Ecco perché vorremmo un’Europa più presente nel far rispettare le regole Wto. Quella stessa Europa alla quale chiediamo di tenere conto della nostra specificità.

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 26 settembre. Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino. E’ gratis, basta cliccare qui.