Nate nel 2011 le due denominazioni condividono gli stessi intenti, ma si muovono a velocità differenti. A tre anni dalla costituzione abbiamo fatto il punto su risultati, progetti e obiettivi. E dopo l'Urbe e la Serenissima chi seguirà l'esempio?
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Basterebbe fare un test ai turisti, chiedendo loro quali sono le città italiane più conosciute al mondo. Probabilmente la riposta avrebbe due costanti in testa alla classifica: Roma e Venezia, e poi a seguire Firenze, Milano, Napoli e così via. Non vogliamo qui parlare di flussi turistici, ma di quella che potrebbe essere la tendenza sempre più in voga nei prossimi anni: creare una corrispondenza diretta tra vino e città che rimandi l’uno all’altra. Cosa che, sia ben chiaro, non è detto possa funzionare sempre e comunque. Basti pensare al caso Sicilia dove è il nome della regione ad avere più appeal delle singole città (infatti è da poco nata la Doc Sicilia) o al caso – molto frequente nel vino – dei terroir che identificano meglio il prodotto di quanto possa fare un centro abitato (vedi Chianti o Valpolicella). Ma tornando alle cosiddette Doc di città, non è certo un caso che le due oggi presenti in Italia portino proprio il nome di Doc Roma e Doc Venezia

Partiamo dai numeri: la Doc Roma si estende per una superficie di 8.500 ettari, di cui 1.300 nel Comune di Roma. Al momento gli ettari vitati rivendicati sono 30 (100 potenziali) e quattro aziende fanno da sole il 90% della produzione della denominazione: Cantine San Marco, Fontana Candida (gruppo Giv), Castello di Torre in Pietra e Cantine Conte Zandotti. Le versioni ammesse da disciplinare sono: bianco; rosso; rosso riserva; rosato; Romanella spumante; Malvasia puntinata; Bellone. La Doc Venezia si estende nelle province di Treviso e Venezia e comprende Tre Doc – Venezia, Piave e Lison Pramaggiore – e due Docg- Malanotte e Lison – per una produzione di circa 250 mila ettolitri di vini certificati. Gli ettari rivendicati sono 6500 per 170 aziende e 4 mila produttori. Entrambe nate nel 2011 ed entrambe facenti capo a città conosciute in tutto il mondo, che a livello turistico girano annualmente su cifre a sei zeri. Le similitudini, però, finiscono qua, visto che ognuna ha poi seguito iter differenti: Venezia ha già un Consorzio alle spalle, nato insieme alla denominazione dalla fusione di due Consorzi storici (Consorzio Lison Pramaggiore e Consorzio del Piave Doc), Roma ha appena costituito un’associazione guidata dal produttore Tullio Galassini, che nel giro di due anni dovrebbe convergere nel Consorzio vero e proprio. Ma analizziamo singolarmente i due casi per fare un primo bilancio di questi tre anni e parlare di obiettivi. Partiamo dal Nord.

Il nostro è un consorzio giovane” dice il presidente Giorgio Piazza ma molto coeso già dai suoi primi passi, basti ricordare che quando si costituì, nel 2011, non ci fu nessun voto contrario alla fusione. Oggi è molto cresciuto: lo dicono i numeri. Ma anche i progetti comuni: da Winenet, il progetto di comunicazione transfrontaliero con la Slovenia, alla lotta integrata e alla misurazione dell’impronta carbonica adottati praticamente da tutti i soci. Una comunione di intenti che mi fa affermare che oggi remiamo tutti nella stessa direzione”. Nessun problema quindi a mettere insieme tante doc, teste e territori differenti? “No, anzi” risponde Piazza “L’unico intoppo è venuto dal di fuori, in particolare dal Trentino, dove si ipotizzava che la Doc Venezia potesse fare concorrenza alla già esistente Igt delle Venezie. La questione ha seguito le vie legali, ma alla fine l’ha avuta vinta il nostro Consorzio”. Così come lo stesso Consorzio la sta avendo vinta anche all’estero, dove la Doc Venezia, anche grazie al nuovo nome, ha consolidato le sue posizioni, soprattutto in Germania, Inghilterra e Usa. “In particolare” continua Piazza “il mercato tedesco è quello che pesa di più, con circa il 40% dell’export. Quella che al momento ci preoccupa è, invece, la Russia che prometteva bene fino a pochi mesi fa, ma che adesso, dopo l’embargo sui prodotti agroalimentari, mostra segnali di ostilità anche nei confronti del comparto vino. Per questo il nostro obiettivo è la diversificazione”. All’obiettivo export, se ne aggiungono anche altri: Expo in primis per cui il Consorzio vorrebbe essere operativo direttamente in città seguendo il fil rouge dell’acqua e magari creando un propria roccaforte dove presentare i propri vini ai numerosi turisti reduci da Milano. E poi c’è quello che riguarda il recupero delle vigne storiche, come ci racconta il vicepresidente del Consorzio Pierclaudio De Martin: “Quando tre anni fa iniziò l’avventura del Consorzio l’obiettivo era fare massa critica e, diciamo così, avere un blocco veneto del Nord Est da contrapporre a quello molto forte del Nord Ovest (Valpolicella per intenderci; ndr.). Ma il problema era come darne comunicazione, facendo capire che non si trattava solo di marketing. Voglio dire, il nome conta, ma non volevamo ricalcare l’operazione di Benetton o di altri marchi blasonati che fanno le magliette col nome Cortina o Sankt Moritzper attirare di più. Certo, va da sé che già di per sé il nome Venezia è un valore aggiunto, ma bisogna far capire che nel nome c’è tutta una storia passata. E così, anche per trovare il giusto modo di comunicarlo è nata l’idea di recuperare le vigne storiche direttamente dentro le mura della città”. O per meglio dire dentro le mura delle antiche ville e degli antichi conventi cittadini. Il progetto del Consorzio Vini Venezia insieme all’Università di Padova e Milano e il CRA-Vit di Conegliano, ha permesso di creare, attraverso lo studio del Dna, una mappatura delle vecchie viti presenti a Venezia. “D’altronde” commenta Giorgio Piazza, presidente del Consorzio “per capire dove andare, dobbiamo prima sapere da dove veniamo”. I rilevamenti sono stati fatti in 11 località e hanno ricostruito 25 profili molecolari. I risultati visibili sono due vigneti in città con le varietà recuperate: il primo già impiantato nell’isola di Torcello, il secondo che vedrà presto la luce nel Convento dei Carmelitani Scalzi. Tra le varietà ritrovate ci sono Dorona, Glera, Malvasia Istriana, Marzemino, e ce n’è perfino una proveniente dall’Armenia: Rushaki. I risultati del progetto e gli 800 anni della storia vitivinicola veneziana che lo hanno preceduto, si possono leggere nel libro pubblicato dalla Casa editrice Biblos: Il vino nella storia di Veneziaa cura del direttore del Consorzio Carlo Favero.In questo modo Venezia è tornata ad avere il suo vino, così come avveniva in passato, ed è riuscita a legare il nome ad un prodotto effettivamente fatto al suo interno. Anche se in questo caso l’obiettivo non è l’imbottigliamento né tanto meno la vendita. “È giusto che anche la città di Venezia abbia il suo vino” commenta il prof. Attilio Scienza che ha guidato i lavori di recupero e analisi dei vitigni “così come avviene in altri centri nel mondo che poi legano un nome molto forte ad un prodotto che lo diventa di conseguenza, mettendo in moto un fenomeno di marketing ben congegnato. Vedi Bordeaux. E da questa esperienza possono trarre ispirazione anche altre città, come in parte sta facendo Roma con la sua nuova Doc”.

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Eccoci quindi nell’Urbe. “Rispetto ai veneti qui a Roma la mentalità è meno imprenditoriale, ma a poco a poco la Doc sta crescendo” dice Filippo Antonelli di Castello di Torre in Pietra, una delle prime realtà ad aderire e fregiarsi della nuova Doc “Noi, come azienda, abbiamo iniziato a imbottigliare nel 2013 solo la versione rossa (la bottiglia gioca proprio sugli anagrammi di Roma: amor, orma, mora, ramo; ndr) e da quest’anno faremo anche la Malvasia puntinata. Ma tra i produttori è innegabile che le adesioni sono ancora basse. I motivi sono da ricercarsi nei campanilismi e nella paura – soprattutto dei primi anni – che questa nuova denominazione potesse entrare in competizione con le altre già esistenti. Ricordo che alla prima audizione pubblica, nel 2011, eravamo solo tre produttori. Oggi le cose stanno cambiando e si guarda a questa nuova realtà con meno circospezione e più interesse”. Ma dove le cose vanno davvero bene è all’estero come ci spiega lo stesso produttore basandosi sulla sua esperienza personale: “All’estero non solo l’arrivo sul mercato non ha stranito nessuno, ma ha ricevuto molti apprezzamenti. Basta dire che la nostra cantina lo scorso anno ha prodotto 25 mila bottiglie, di cui l’80% destinato all’export. Quello che prevedo è una domanda di ritorno che magari dagli Stati Uniti, dove la denominazione sta andando molto bene, invogli anche il mercato locale ad accostarsi ad essa”. Intanto, oltre che di un nome importante, la Doc Roma può contare anche su un robusto disciplinare che si prefigge di diventare ancora più restrittivo con le modifiche richieste dalle neo-associazione: imbottigliamento in zona, introduzione di una versione più amabile molto apprezzata sui mercati esteri, e anticipazione dell’uscita della versione rossa da giugno a marzo. “L’imbottigliamento in zona è la cosa su cui puntiamo maggiormente” spiega Danilo Notarnicola di Cantine San Marco “proprio perché la Doc Roma deve essere una denominazione del nostro territorio. Detto ciò dobbiamo stare molto attenti a non fare gli errori del passato con denominazioni che hanno perso valore e credibilità. A fare da monito lo stesso nome che oltre a essere un nome importante, è anche ingombrante e implica, di conseguenza, una certa responsabilità. A mio avviso, la Doc Roma è forse l’ultima possibilità per poter rilanciare il nostro vino e il nostro territorio in modo credibile”. Gli fa eco Mauro Mertz di Fontana Candida (gruppo Giv che presto metterà sul mercato la sua versione Malvasia della Doc): “Noi ci crediamo” dice “molti produttori in questi anni hanno espresso la loro diffidenza, come spesso succede di fronte alle nuove realtà, ma sono sicuro che con la nuova Doc non solo abbiamo creato valore, ma presto lo distribuiremo sul territorio”.

a cura di Loredana Sottile

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 16 ottobre.
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