Il Sangiovese ha un'anima, di più: ha parole e pensieri per raccontarsi in prima persona, e lo fa con la complicità della penna di Andrea Zanfi e le immagini di Francesco Orini nel suo romanzo, il Romanzo del Sangiovese. Un volume che racconta storia territorio produttori e interpretazioni di un vitigno leggendario.
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Silenzio! Ora parlo io”. Niente imprenditori illuminati, wine maker di prestigio, manager in carriera o scrittori ispirati. Quella che udite è la vera voce del Sangiovese, questo vino un po’ burbero e un po’ snob che si porta dentro il mal di Maremma e che adesso ha deciso di raccontare in prima persona la sua storia, in un romanzo. Suo anche quello: Il Romanzo del Sangiovese, appunto. Un testo da leggere, ma anche da collezionare che già ad un primo sguardo sembra invitare ad essere accarezzato, annusato e ascoltato: “Io sono l’immagine del vino rosso italiano. Non un racconto, non una storia, ma una leggenda”.

In realtà di uomini dietro questa leggenda ce ne sono parecchi. C’è Andrea Zanfi che ha intrapreso un viaggio, fisico e narrativo, per dar voce a questo libro, c’è Francesco Orini che ne ha realizzato le foto (una narrazione esse stesse), ci sono i produttori che ogni giorno dialogano con la loro vigna. E poi c’è, anche se non si vede, Franco Biondi Santi, il signore del Brunello di Montalcino (doverosa dedica in apertura) che non ha contribuito alla leggenda: l’ha creata. Ma andiamo alle origini, partendo dal nome: sanguis Jovis, un appellativo che il nostro vitigno non sembra amare troppo: “Ho sempre perdonato i romagnoli per questa idiozia”racconta con aria di superiorità “ma posso assicurare che per il mio nome non si combatterono mai delle guerre, forse qualche scaramuccia verbale, qualche rissa d’osteria. Ma io sono un ambasciatore di pace e rendo migliore il popolo che mi gusta”. Sì, il popolo, la gente semplice, quella dei tempi in cui tutto iniziò, sulle tavole contadine, dentro i fiaschi e accanto a qualche duro tozzo di pane.“Era bello sentirmi coinvolto nella via di qualcuno, divenendone parte fin da quando si staccava dal seno e dallo svezzamento per incontrarmi, abituandosi al mio sapore acidulo, attraverso il dito della mamma o della nonna. Era un’iniziazione. La preparazione al sapore sincero e crudo della vita”. E accanto ai bambini c’erano le donne, quelle di un tempo come piacciono a lui: “A me piacciono le femmine toscane e romagnole […] Odio quelle che si danno arie e sollevano il calice alzando il mignolo della mano. A me piacciono le donne vere, che conoscono la terra, che guardano il cielo e la luna, che non hanno scrupoli a sporcarsi le mani. […] Che tempi! Mi sentivo fiero di quel mio partecipare, anche se mi ripetono spesso che a quei tempi non ero né elegante, né ben vestito e ripulito come lo sono oggi”.

Già, oggi. Ma cos’è successo nell’arco temporale trascorso tra ieri e oggi? In principio fu l’abbellimento, fatto di matrimoni con i cosiddetti vitigni migliorativi: “All’inizio non me la prendevo così tanto con questi toscani che vogliono sempre abbellire ogni cosa”. Poi vennero i messia del vino con l’obiettivo di globalizzare il gusto e soddisfare il dio mercato. E qui la voce del Sangiovese si fa dura e perentoria: “Giocano al piccolo chimico e si sentono i padroni […] Li ho lasciati dire. Del resto sono gli stessi che ora mi esaltano, mentre fino a qualche anno indietro m’indicavano come un reietto. Ma io sono diverso da quelle quattro puttanelle francesi, con le quali siete abituati a lavorare”. E di essere diverso lo ha dimostrato: uno spirito libero che ha bisogno di tempo per dare il massimo e che non si piega ad un’equazione matematica, il cui risultato è raggiungibile da tutti.

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Così il Sangiovese è tornato alle origini: un vino puro, ma finalmente consapevole della sua forza. E alla fine ha avuto la meglio sul tempo e su chi lo voleva diverso. “Sono io a scegliere se diventare un grande vino o se far divenire importante un vignaiolo. Scelgo io i migliori”. E molti dei “migliori”, come li definisce lui, hanno voluto dare la loro versione dei fatti e il loro contributo, rivolgendosi direttamente al loro “compagno di bevute”. “Quando ti piantammo ero molto spaventato dalle tue reazioni”, scrive Lorenzo Zonin (Podere San Cristoforo) “Ma a me piaci perché esprimi la tua sensuale femminilità, calda e floreale, fredda e minerale. E mostri con fermezza il lato maschile, austero e speziato, gentile ed elegante”. “Passo ore tra i filari” aggiunge Leonardo Salustri (azienda Salustri) “con l’intento di cogliere quel momento fatale e, se questo non è sufficiente, non mi scoraggio, passo e ripasso ancor prima di vendemmiarti”. Lo ringrazia Francesco Marone Cinzano (Tenute Col d’Orcia): “Se devo essere franco con te, dico che sei il vitigno più difficile che abbia mai lavorato, ma ti ringrazio perché hai contribuito alla mia crescita professionale”. E poi ci sono Claudio Tipa (Colle Massari), Enrico Viglierco (Castello Banfi), Fedrico Carletti (Poliziano), Alessandro Marchionne (San Felice), Paolo Cassetta (Tenuta Ca’ Lunga), Benedetto Marescotti (Caviro) e tanti altri. Dalla Toscana all’Emilia Romagna, testimoni delle mille trasformazioni di questo vitigno che passa con assoluta scioltezza dall’essere Brunello a Sangiovese, da Chianti a Montepulciano. Sempre unico e sempre diverso.

Il romanzo del Sangiovese | Andrea Zanfi | S B Editori | pp. 290 | prezzo 50 euro

a cura di Loredana Sottile