Non recensioni, né degustazioni, ma riflessioni sul cibo, vino, territorio che si trovano nel racconto di un paesaggio, naturale e umano, fatto da Luca Francesconi. Artista appassionato di buon cibo e buon vino, ci porta oltre il valico di Chiunzi per raccontarci un vitigno, il tintore, e il particolare modo in cui la viticoltura ha saputo rispondere al profilo di questi luoghi. Terrazzamenti, pergolati, policoltura strategica che sono state, nei secoli, sostegno di un'archeologia agricola tutta da scoprire.

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Il valico di Chiunzi

Non è per scherzo del destino e neppure per caso se appena finita l’erta che dall’entroterra porta al valico di Chiunzi tutto cambia. Quasi in preda a una visione dantesca strabuzziamo gli occhi, certo, siamo in Campania, siamo a pieno titolo in Costiera Amalfitana e il viaggiatore che si guardasse attorno su quel limitare vedrebbe rigogliose montagne, boschi di noci e soprattutto castagni che producono alcuni dei più pregiati legni nazionali.

Siamo proprio s’un vero valico di montagna, ma Chiunzi è molto di più: è un confine su due mondi, vicini, eppure così lontani. Da lassù di fronte a noi si apre uno dei più bei mari di sempre, poco oltre c’è Ravello con le sue viste mozzafiato, ma alle nostre spalle, sul versante interno dei Monti Lattari, si staglia l’Agro Nocerino, territorio complesso che sembra anni luce diverso dalla Costa d’Amalfi.

 

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Tramonti

Un vero serpente di curve ne attraversa le gole fresche e scoscese, ma è proprio questo il nucleo di Tramonti, un comune senza centro, un raggruppamento di 13 piccole borgate che non molti decenni or sono hanno conosciuto lo stento, ma anche l’orgoglio e l’appartenenza a un territorio unico. Quella dei suoi abitanti è una vera diaspora, partiti a lavorare in tutto il mondo: sono proprio loro, oggi, i veri ambasciatori della trasformazione dell’entroterra amalfitano, la cassa di risonanza di un nucleo di produttori tenaci che hanno fermato l’allontanamento da queste terre boscose aggrappate a falesie dolomitico-calcaree nel cuore del Mediterraneo.

Salire o scendere questa strada non è semplice, restata simile a quella che nel 1811 Gioacchino Murat scelse per collegare Maiori con Nocera, ma ora Tramonti è una delle mete più segrete di quel poco di Mediterraneo che resta ancora da scoprire. Un posto cool ancora relativamente poco frequentato rispetto posizioni limitrofe quali Sorrento, Amalfi o Positano, un ritiro a qualche “tornante” dalle azzurre acque amalfitane, arroccato tra limoni e vigneti.

 

I vigneti

Certo, i vigneti. E che vigneti, esclamiamo noi! Per parlarne dobbiamo fare un vero salto indietro, in un ambito che – il modesto scrittore che state leggendo – sta mettendo in canone come “Archeologia Agricola”. Ovvero il perdurare o ritrovare forme e varietà di coltivazione arcaica, dunque affascinanti. Forme che possono spiegare molto meglio di una ricerca genotipica l’adattabilità di alcune piante a un clima. Oppure i tempi di maturazione di un ortaggio. Tutto questo nelle pergole vitate di Tramonti, Furore e Ravello (le tre sottozone del Costa d’Amalfi Doc) perdura e sfida con disinvoltura i secoli.

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Percorrendo piccole strade si apre attorno a noi un museo a cielo aperto fatto di viti centenarie a piede franco, le quali, maestose, disvelano la loro antica, primigenia natura: quella di essere alberi. Al visitatore par strano, abituato ad addomesticati e meccanizzabili vigneti: ne dimentichiamo l’origine. La scura maestà dei loro cupi e tortuosi legni, nodosi quasi come i tornanti della stranda che abbiamo descritto, sono esempi superstiti di un tempo precedente che qui a Tramonti non è mai passato. L’isolamento e la vicinanza al mare, la salinità che con le correnti d’aria risale le gole coltivate e strette, ha tenuto alla larga la fillossera, mantenendo inalterato il patrimonio ampelografico che l’uomo ha selezionato nei secoli. Manifestando nel reale una continuità antropologica figlia solo di una leggenda. Siamo in una delle culle varietali dell’uva, è (forse) qui e in pochi altri posti al mondo che molte varietà hanno trovato origine o divergenza. Ma in quest’anfratto verticale di mondo agricolo, i vitigni sono un grido di biodiversità brada. Una dichiarazione di riscossa varietale in un mondo omologato. Nel nucleo dei Monti Lattari si cela uno degli ultimi scrigni di coltivazione non innestata, sopravvissuta in modo esteso agli attacchi delle fitopatologie provenieti, spesso, dalla scoperta del “Nuovo Mondo”.

 

Il Falso Pergolato di Tramonti

Coltivare pareti verticali non è impresa semplice, neppure oggi. E se nel distretto, giustamente blasonato, della scistosa Mosella la modernità ha introdotto macchine atte ad adiuvare l’uomo nella difficile impresa di coltivare ripidi pendii, nella Costa d’Amalfi perpetua la forma d’impianto tradizionale, una particolare tabulazione terrazzata detta “Falso Pergolato di Tramonti”. Si tratta di un sesto d’impianto antichissimo, che da un lato è la naturale evoluzione della vite maritata (spesso al Salice) e dall’altra rivela l’ingegnosità dell’uomo per risolvere problemi di spazio, eccessi di luce e colpi di sole sull’uva, trasformando le erte dolomitiche della Costiera Amalfitana in un giardino pensile.

I Gradoni dei “campi” vengono tabulati in quadrati con pali di castagno provenienti dai propri boschi, al centro di questa figura geometrica veniva inizialmente piantata una vite con sostegno morto poi “maritata”, cioè appoggiata, a un albero; crescendo, l’agricoltore ne indirizzava i rami verso i vertici del quadrato formando, nello scorrere del tempo, i pergolati che noi ora possiamo ammirare. Il vignaiolo svolge la propria attività all’ombra di questo “tendone naturale” simile a quello per i limoni, razionalmente rinchiuso in un cubo dentro cui, oltre all’uva, si svolgono altre culture stagionali come grano e ortaggi. La vite al centro diventa pertanto sorta di cardine, perno attorno a cui concettualmente “ruotano” altre coltivazioni che furono essenziali per il sostentamento dell’uomo.

 

La competizione policolturale

Sorprendente come la Natura, in queste suddivisioni terrazzate scandite da viti secolari, diventi simile a una giostra antica, che ruota nei mesi dell’anno altre specie vegetali dimostrando come, anticamente, l’agricoltura non fu mai monocolturale, vero e proprio biotopo mutualistico tra vegetali diversi, avendo l’Uomo come gestore e arbitro delle sue tempistiche.

I sesti d’impianto sono davvero molto radi, ma nel Costa d’Amalfi è la vicinanza ad altre specie vegetali che pone la vite in competizione, producendo qualità. Ovvero: se in pochi noti Chateaux francesi o in osannate aziende quali Dal Forno od Oasi degli Angeli, ogni ettaro di terra vi sono anche decine di migliaia di piante, il nuovo disciplinare amalfitano pretende solo 1600 viti, ma è la co-presenza di alberi da frutto e verdure, direttamente ai piedi dei vitigni che trasforma i terrazzamenti in una “competitiva” policoltura. Naturalmente votata alla biodiversità.

Parlando con il dott. Gaetano Bove di Tenuta San Francesco, ci racconta di come un tempo i contadini amalfitani infittissero i vigneti, alla bisogna, interrando un’estremità della vite, un ramo attaccato alla pianta principale, lasciando moltiplicare la pianta precedente per propaggine. Estremizzando, così, le interconnessioni vitali tra pianta e pianta.

 

Il tintore

È proprio a Tenuta San Francesco dove troviamo quello ch’è probabilmente il vitigno portabandiera di Tramonti, ovvero il tintore. Qui espresso nel pre-filoxera, figlio di piante secolari. Questo cultivar ben rappresenta l’evoluzione del territorio, un tempo buona parte delle derrate vinicole venivano commercializzate per tagliare altri prodotti: ad esempio ad appannaggio dell’ottimo, quanto diverso, Gragnano.

Ma è grazie alle poche iniziative private se oggi il tintore di Tramonti vive nuova giovinezza, iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite solo dal 2010, trova sempre più spesso espressione in monovitigno, oppure abbinato ad aglianico e piedirosso che compongono il blend della Doc di questa specifica sottozona, così come il A’ Scippata di Giuseppe Apicella, che sul finire degli anni ’70 iniziò, tra i primi, a imbottigliare il Costa d’Amalfi.

Ma che vitigno è questo famigerato tintore? Assai particolare, in quanto come dice il nome, veniva spesso usato come vitigno che conferisse colore ad altri vini estranei al territorio. Molto soggetto alla colatura dei grappoli, ha maturità estremamente tardiva, esigendo una vendemmia a fine ottobre o, nelle annate più fredde, addirittura a novembre: ottimo esempio di come i contadini abbiano saputo selezionare per incrocio, una cultivar che potesse affrontare le caldissime estati mediterranee, proponendosi nei mesi torridi ancora immaturo e privo di zuccheri, pertanto poco soggetto a marciumi. Ricerche genetiche lo escludono da parentele strettamente campane, suo parente più prossimo, quanto assai diverso nell’espressione, è la Tintilia molisana. Fatto sta che siamo davanti ad un singolarissimo autoctono dai tannini astringenti e molto difficile da domare. Solo l’azione del tempo, affinandosi in vetro, lo rende vino maestoso, possente, capace di speziata finezza e sottile eleganza. Il vino ha colore viola tenebroso, impenetrabile. L’unghia mantiene la gamma purpurea anche in invecchiamento, manifestando una spiccata disposizione al passare degli annii. A tal proposito i toni del Tintore di Azienda Agricola Reale sono perfettamente in linea con la natura del prodotto.

 

L’affinamento

Da una conversazione recente avuta col dottor Bove, concordiamo nel carattere inedito di questo vitigno mediterraneo che si comporta come un rosso d’altrove, pretendendo lunghi periodi di affinamento. Tre o meglio, cinque anni di riposo. Sacrificio non da poco per i produttori di tramonti le cui dimensioni, per caratteristiche del territorio, sono contenute. Seguendo con minuzia artigiana i processi di vinificazione hanno dimostrato voglia ed estro per promuovere un territorio tra i meno favoriti dello stivale, ed oggi in vera ascesa.

Mediterraneo fatto d’isole, lo sapevamo, ciò che tuttavia molti ignorano è che esistono “isole interne”: come questo scrigno ancora da scoprire.

 

Azienda Agricola Reale | Tramonti (NA)| via Cardamone, 75 | tel. 089.856144 | http://aziendaagricolareale.it/

Tenuta San Francesco | Tramonti (SA) | via Solficiano, 18 | tel. 089 856190 | http://vinitenutasanfrancesco.it/

Giuseppe Apiclla | Tramonti (SA)|Frazione Capitignano | via Castello S.Maria, 1 | tel. 089 856209 http://www.giuseppeapicella.it/

 

a cura di Luca Francesconi

 

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