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Può l’export reggere da solo il sistema vino italiano? Con quali nuovi competitor internazionali dovranno scontrarsi i produttori? Verso quali mercati dovranno indirizzarsi e dove dovranno, invece, consolidare le loro posizioni?

Il secondo convegno del Congresso di

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/main/” target=”_blank”>Assoenologi  “Le aspettative e le difficoltà di chi produce e di chi vende”, ha infiammato la platea di enologi (in crociera sulla Costa Atlantica dal 3 al 7 giugno).

 

Un dato tra tutti: se negli ultimi cinque anni l’Italia e l’Europa hanno perso ettari di vigneto (e conseguentemente ettolitri di vino), la Cina li ha incrementati del 3,5%. Come a dire che bisognerà cominciare a considerare la Cina un potenziale competitor. 

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“Attenzione a non fare errori di valutazione  – ha chiarito subito Ettore Nicoletto (nella foto di apertura), ad del Gruppo Santa Margherita controllato dalla famiglia Marzotto –  la Cina è entrambe le cose: ha un consumo annuo di  156milioni di casse di vino di cui 130 dalla produzione interna, il resto dalla Francia. Ciò significa che tra pochi anni ritroveremo vini made in China in giro per il mondo, in Canada, Stati Uniti, Europa Continentale e chiaramente Asia”.

 

Fine della storia? Nicoletto è ottimista: “L’Italia non  può archiviare il capitolo export cinese ancora prima di iniziare. Sia chiaro però che le strategie da mettere in atto son molto diverse rispetto a quelle adottate in altri Paesi-importatori: in Cina bisogna partire dall’abc del vino italiano, spiegare i territori, le varietà, il metodo di degustazione (cosa che i cinesi non hanno ancora imparato), istruire i loro sommelier per poi portarli in Italia e trasformarli in ambasciatori della nostra cultura enogastronomica”.

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E bisognerà muoversi in fretta, anche perché al momento nella nostra classifica di importatori la Cina ha ancora un ruolo del tutto marginale. Sono invece  in testa Usa, Germania e Regno Unito che da soli rappresentano il 54% dell’export vitivinicolo italiano (su un valore totale di 4,3miliardi di euro).

 

“Essere così forti in mercati consolidati è un dato positivo che dimostra la validità di certe scelte, ma su cui non dobbiamo cullarci – continua Nicoletto – bisogna già studiare nuove strategie e pensare ai successore di vini come il Pinot grigio, visto che finora abbiamo cavalcato l’onda dei vini di successo. Occorre pensare in prospettiva, ai nuovi produttori che incalzano e ai nuovi consumatori che chiedono vini più amabili, meno complessi, ma comunque di qualità”.

 

Richieste non troppo diverse da quelle che vengono anche dai consumatori italiani che, purtroppo, continuano a diminuire: era di 110 litri il consumo pro-capite di vino negli anni ’70, di  45litri nel 2007, di 42 nel 2011 e probabilmente scenderà sotto i 40 litri nel 2012. Dato, questo, confermato anche da un’azienda leader del vino di consumo quotidiano, Caviro, il cui direttore enologico Giordano Zinzani ha spiegato come il settore, soprattutto al ristorante,  abbia risentito sia delle limitazioni legate all’alcol test, sia della crisi economica.

 

“In ogni caso non c’è da essere pessimisti – conclude Giuseppe Martelli, direttore di Assoenologi –  il trend del decremento dei consumi è comune a quasi tutta l’Europa, mentre sul fronte estero abbiamo raggiunto traguardi importanti con l’Italia che produce il 17% del vino del mondo. Nel 2011 l’export ha segnato un +12%  in valore e +9% in volume rispetto al 2010. E nei primi mesi del 2012 le esportazioni sono cresciute ancora del 6,8%, mentre è calato il volume, a  dimostrazione di come si sia affermato anche all’estero il vino di qualità. Non ci resta che sfruttare il momento positivo facendo lavoro di squadra”.

Ma è proprio questo l’eterno problema: fare squadra.

 

Loredana Sottile

06/06/2012