Agosto non cancella i disagi creati da un luglio con piogge record. Le maggiori difficoltà per le uve nel Nord-Est ma anche in Toscana, dove il Sangiovese è "gonfio d'acqua". Gli enologi: "L'eccellenza non ci sarà".
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Non sarà facile trovare la giusta misura per ottenere grandi vini da un’annata come questa. Probabilmente bisognerà accontentarsi, mettendo da parte non poche velleità, e soprattutto dimenticare, o quasi, il termine “eccellenza“. La parola che circola di più in questi giorni tra gli addetti è “qualità media“. E sarà quantomai delicato il lavoro a cui saranno chiamati gli enologi da qui in avanti. L’andamento climatico di luglio e agosto, secondo i dati aggiornati forniti dall’Isac-Cnr, disegna un’Italia a due facce: un Centro-nord in cui le piogge sono state il 30% in più sulla media del periodo 1971-2000 (il 49esimo bimestre più piovoso); un Sud a -31% di precipitazioni. Gli effetti sulla produzione si sentono soprattutto al Nord, innanzitutto con un aumento generale dei costi produttivi (dovuti soprattutto a maggiori trattamenti contro le ripetute fitopatie). Il Nord-est, in particolare, è l’area maggiormente interessata: le uve presentano gradazioni più basse, la maturazione procede lenta e mancano anche le decisive escursioni termiche, fenomeno determinato da una copertura nuvolosa persistente che ha mantenuto le temperature minime notturne sopra le medie.

Tra le colline del Conegliano Valdobbiadene Docg, ad esempio, i viticoltori hanno lavorato il 20% di ore in più rispetto alla media per garantire una qualità delle uve accettabile in termini di acidità e concentrazione degli zuccheri. Compito non facile, come nota il presidente del Consorzio, Innocente Nardi, visto che da giugno ad agosto le temperature sono rimaste al di sotto di 2-3 gradi sulle medie del periodo e solo la forte pendenza delle Rive e un clima ventilato potrebbero determinare un’inversione di tendenza. È vero che “il basso grado alcolico non sempre è negativo” come osserva il presidente del consorzio Friuli Colli Orientali-Ramandolo, Adriano Gigante anzi va incontro alle nuove tendenze di mercato che chiede prodotti freschi e leggeri“.

Ma proviamo a chiederlo ai produttori della Valpolicella, dove si inizia a vendemmiare tra una settimana e dove i 550 millimetri di pioggia, contro una media di 200 mm, hanno fatto la differenza. E le prime “vittime”: Bertani non produrrà l’Amarone Classico 2014: “Chi produce in fruttai ad appassimento naturale, e non tecnologici” dice l’ad, Emilio Pedron per coerenza al proprio stile e alla più pura tradizione dovrebbe rinunciare inevitabilmente a questa annata“. Gran parte delle aziende possiede le tecnologie per superare il problema. Tuttavia, come Bertani, molti produttori (si stima un 30-40%) stanno rinunciando alla raccolta delle uve da destinare all’appassimento. Daniele Accordini, enologo e direttore della Cantina di Negrar, è molto chiaro: “Sarà una vendemmia per professionisti e ne uscirà bene chi ha saputo gestire innanzitutto in vigneto il sistema di copertura della vite. Molta uva, colpita da botrite e soprattutto dalla peronospora larvata, verrà scartata“. Il Consorzio Valpolicella ha abbassato dal 50% al 35% la quota di uve destinate ai fruttai: “L’unica via” come ha detto il presidente del Consorzio, Christian Marchesini per salvare la qualità“. Percentuale che, è prevedibile, non sarà raggiunta in media su tutti i circa 8 mila ettari del comprensorio; pertanto, dai 300 mila quintali medi di uve si potrebbe scendere a 200/250mila. Inutile dire che meno Amarone e meno Ripasso porteranno su i prezzi: “Se saranno troppo alti“, avverte Accordini “potrebbero esserci difficoltà a porre il vino sul mercato. Sarà l’anno del Valpolicella, tipologia che fino a 20 anni fa ha rappresentato il territorio e a cui dovremmo dare più attenzione“.

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Anche in Sud Tirolo, dove la vendemmia è già iniziata, si spera nel sole: “Si dovrà controllare uva per uva, per consegnare alle cantine solo quelle sane“, rileva Max Niedermayr, neo presidente del Consorzio vini Alto Adige. Problemi di maturazione anche in Toscana, dove la Regione, viste le condizioni meteo, ha autorizzato l’aumento del titolo alcolometrico per uve, mosto e vino. A soffrire maggiormente è proprio il Sangiovese, che sarà raccolto tra circa 20-25 giorni: “Èun vitigno che più di altri sente le quantità d’acqua e bisogna immaginarlo come una sorta di spugna” sottolinea l’esperto ed enologo, Paolo Vagaggini. “A oggi, a seconda delle zone, si nota un acino molto gonfio: il momento è a rischio, il pericolo è la muffa e lo sbilanciamento del rapporto tra la parte solida e quella liquida. In generale, non siamo in una situazione ottimale. Per l’enologo, si tratterà di operare dei salassi, cercando di ridare equilibrio“. Con queste premesse il rebus sarà capire chi riuncerà, ad esempio, a produrre Brunello: “È un’annata difficile. I produttori intelligenti dovrebbero evitare di farlo, oppure farne molto meno, magari optando per un bel rosso. In ogni caso non è un’annata compromessa: nel 1995 la situazione era analoga, dal 15 settembre soffiò la tramontana, l’acqua in eccesso fu riassorbita e l’annata fu strepitosa“.

Nelle Langhe, i viticoltori piemontesi stanno facendo i conti con un superlavoro: da una media di 8-9 trattamenti si è passati a 15-18. Anche qui tanta acqua da giugno e poca luce, ma una situazione migliore rispetto al Veneto, come spiega il consulente enologo, Gianfranco Cordero: “Dolcetto e Barbera stanno soffrendo: daranno dei buoni vini base, ma senza eccellenze. Mentre il Nebbiolo ha tempo ancora un mese per maturare. Non è ancora un malato terminale, diciamo piuttosto che ha preso un bel raffreddore. Ci sono zone, dove la grandine ha colpito, che non consentiranno di fare grandi cru, ma altre, come Serralunga, dove le uve sono molto belle. Lavoriamo giorno per giorno. La partita è ancora aperta.

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 4 settembre.
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