Un viaggio alla scoperta di etichette eretiche, che deviano dalla strada maestra e infrangono il tabù vino-territorio. Etichette note e meno note, che si staccano dal codice ampelografico consolidato o lo interpretano in modo nuovo. Sono dieci proposte che vi presentiamo in più puntate.
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Potrebbe essere definito un tabù: rompere il legame che pare indissolubile tra vini e territorio. Ma noi vogliamo provarci e andare alla scoperta di bottiglie che rappresentano voci fuori dal coro: inconsueti, eretici o, se vogliamo, strani. Ma veri e validi. Nascono per voglia di sperimentare, per sfida o gioco e sono decisamente intriganti. E rappresentano in qualche modo la personalità di chi li fa e la sua interpretazione “irregolare” dei codici del fare vino. A dispetto del territorio e delle tradizioni. Ecco la prima puntata.

Teo Costa. Madre Natura Metodo Classico Vsdq (punteggio Vini d’Italia: 85)
Il fondatore si chiamava Antonio, ma il soprannome, anzi il nome “vero” per tutti in zona era Giobbe. Per la pazienza con cui esercitava il suo mestiere di agricoltore, e poi per l’abilità artigiana che ne faceva derivare, e per cui era divenuto a suo modo celebre. Da fine ‘800, i tempi di Giobbe, è passato un bel po’. Ma la famiglia, ora alla terza e quarta generazione (allargatasi, come capita, per via di matrimoni, e oggi dunque con più cognomi dentro) non ha mai mollato. La Teo Costa balla la sua danza territoriale ed ecosostenibile (la scommessa è produrre buoni vini molto puliti, che sul coté gustativo puntino dritti su eleganza e frutto, piuttosto che su consistenza e struttura) su circa 50 ettari in Roero. Bonarda e Barbera, dunque; e Nebbiolo (nelle varie accezioni e denominazioni) prima di tutto. In versione rosa chiaro, anzi poliée d’oignon, buccia di cipolla, come piace dire ai francesi, e per di più con tanto di (delicata, sottile, precisa) bolla dentro, uno però di primo acchito non se lo aspetta. Il Teo Costa Madre Natura, nome che è tutto un programma e collarino che rivendica orgogliosamente la non aggiunta di solfiti grazie all’unico protocollo brevettato che “permette la produzione senza aggiunta di conservanti”, è invece esattamente così. Autenticamente delicato come una carezza, profumato, all’attacco, un po’ di nespola e un po’ di rosa, con una nuance di agrume candito che poi torna al gusto (misurata la bolla, lieve il tocco, ma assolutamente stabile al palato). Il prezzo (quasi 30) è altino. Ma la qualità pure. E il bello è che questo rampollo abbastanza anomalo nel suo genere ha convinto a tal punto una delle referee a livello mondiale del settore vino & spumante, Jancis Robinson, da spingerla a inserirlo, con commisurato corredo di elogi a latere, in una sua recente selezione internazionale (22 etichette scelte e consigliate per il Natale dei lettori del Financial Times) di bollicine.

Tenuta del Buonamico. Spumante Particolare Brut (punteggio Vini d’Italia: 80)
Benvenuti a Montecarlo. No, non quella! Non (chiariamoci subito) quella luxury-vintage di Alberto e Stephanie, non quella dei tennisti e dei piloti di Formula 1 con residenza antitasse e in giro in bermuda, quella dove il cuoco ufficiale di paranza si chiama nientemeno che Alain Ducasse e il colore dominante dei tavoli è generalmente il verde. La Montecarlo di cui sopra, e di cui parliamo, è invece quella bellissima e ubicata in piena Lucchesia che targa un piccolo, ma significativo, sottomondo, all’interno dell’universo composito del vino toscano. Un sottomondo di cui fa parte, con bel risalto, la Tenuta del Buonamico. Punto di contatto, grazie proprio a loro, tra le due Montecarlo? Una certa propensione all’azzardo: ragionato, ma pur sempre tale. L’azienda di Eugenio Fontana, con la complicità consapevole e illuminata di Alberto Antonini, il suo enologo (uno dei 10 più bravi al mondo secondo Drink Business, ha infatti puntato un bel mucchietto di fiches, all’interno della gamma dei vini prodotti, su una modalità, quella dei due Brut (uno dei due è rosé) non esattamente prevalente in zona. E, a mo’ di rilancio, ha scelto per produrli un composédi uve davvero Particolare. Esattamente come anticipa e rivendica etichetta delle due bottiglie. Niente Chardonnnay, niente Pinot Nero. Ecco invece (di nuovo) “san” Sangiovese e Syrah per quello vestito di rosa, e Pinot Bianco, Semillon e Trebbiano (l’impronta territoriale) per quello biancovestito. Tutt’e due Charmat e entrambi assai ben fatti, meritano l’assaggio; ed è facilissimo prevedere che i sentori di rosa e fragolina del rosé conquisteranno certo i loro bravi consensi. Chi scrive ha preferito il bianco. Niente di scontato in questo curioso Brut con le radici a Cercatoia: tensione quanta basta, il tiro verde e un po’ ostico del Trebbiano, ma addolcito dalla trama avvolgente e fine del Semillon: il tutto, poi, tenuto insieme dal panno rassicurante e trasversale del Pinot Bianco. Risultato: una bolla ragionevole per tessitura, una beva fruttata, ma venata di piccole note tostate e quasi cioccolatose. Uno spumante che si beve, ma non si dimentica dopo un attimo. E che fa il suo anche a tavola, su pesce, conchiglie e carni bianche fredde. Attira anche il prezzo: ben sotto i 15 euro.

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Teo Costa | via San Salvario, 1 | Castellinaldo (CN) | tel. 0173 213066 | www.teocosta.it
Tenuta del Buonamico | via Provinciale di Montecarlo, 43 |Montecarlo (LU) | tel. 0583 22038 | www.buonamico.it

a cura di Antonio Paolini

Per leggere Vino & territorio: un connubio indissolubile? Vol. 2 clicca qui

Articolo uscito sul numero di Giugno 2014 del Gambero Rosso. Per abbonarti clicca qui