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Cantine in multiproprietà. È il nuovo trend vitivinicolo che viene dall'Argentina dove le le grandi aziende mettono in vendita piccole porzioni di vigneto e in cambio realizzano il sogno degli acquirenti di diventare winemaker. L'ultima in ordine di tempo ad essere entrata in questo business è l'azienda strong
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>O. Fournier, gruppo vitivinicolo fondato una decina di anni fa da Manuel José Ortega, spagnolo, allora giovane banker della Goldman Sachs che si era stancato del suo lavoro nella grande finanza. Oggi la O.Fournier comprende tre proprietà: Valle Uco in Argentina, Maule in Cile e Ribera del Duero in Spagna, ma è in Argentina, a Mendoza, che ha messo in vendita 140 ettari di vigneto suddivisi in piccoli appezzamenti (da 1 a tre ettari).

 

“L’azienda si prenderà cura di ogni aspetto della gestione del vigneto e della vinificazione  – spiega il presidente José Manuel Ortega –  mentre gli investitori saranno proprietari della loro parte di vigneto, potranno scegliere la loro varietà, etichettare i propri vini e perché no, costruire con permesso speciale anche delle strutture ricettive (è già in costruzione un piccolo hotel di 36 camere; n.d.r.)”.

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Secondo i suoi calcoli una volta comprato il terreno l’acquirente non dovrà far fronte ad altre spese e potrà avere un rendimento compreso tra il 4 e l’8%. E intanto i primi aspiranti produttori si son fatti avanti: Ortega ha già venduto dieci lotti a 150mila dollari (112mila euro) per ettaro.

 

Ma l’idea non è nuova: un esempio di successo già sperimentato è quello della Tenuta Makia (100 ettari di vigneto, 3.500 quintali di uve per una produzione di  180.000 bottiglie) fondata nella Valle de Uco  tre nostri connazionali Luca Branzanti (della Cantina Bartolini di Mercato Saraceno) e gli imprenditori  Patrik Caminati e Gianfranco Manuzzi. “L’idea originaria viene dalla California dove qualcuno provò l’esperimento già negli anni ’90 – spiega a tre Bicchieri Branzanti – successivamente molti statunitensi investirono in Argentina esportando anche questo “format”. Noi abbiamo iniziato due anni fa e oggi abbiamo acquirenti da tutto il mondo: indiani, canadesi, americani, e siamo in trattative con cinesi e brasiliani”.

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Due le possibilità offerte dall’azienda: acquistare porzioni di vigneto già in produzione (per un investimento di 105 mila dollari per ettaro) per una redditività annua compresa fra il 4 e il 5%; o comprare terra ancora da impiantare (per un investimento di 85mila dollari e un’entrata in piena produzione vinicola prevista in 3 anni). Un vero e proprio eurodisney enologico tanto che  i tre investitori hanno in progetto di costruire anche un winelodge in mezzo alle vigne: dodici ampi locali con piscina a sfioro sui vigneti. Insomma servizio completo per chi vuol giocare a fare il viticoltore.

 

Un sistema  che ricorda molto da vicino le compravendite di terreni e appartamenti nei club del golf: non a caso l’altra azienda argentina che ha proposto la multiproprietà vitivinicola è la Tupungato Wine Lands, un wine country club dedicato al lifestyle con campi di golf e polo circondati da centinaia di ettari di vigneto, propietà del winemaker francese Michel Rolland (non sfugga che i produttori che hanno fatti affari in Argentina vengono quasi tutti da Stati Uniti o Europa).

 

E in Italia? I grandi produttori italiani sarebbero disposti ad aprire un’attività del genere? “Mi sembra una bella idea di marketing che magari potrebbe funzionare anche in Italia – commenta Diego Cusumano – ma personalmente resto legato alla mia terra e alla mia cantina: qualunque nuovo investimento lo farei nell’ottica di migliorare l’azienda di famiglia”.

 

Dello stesso avviso Renzo Cotarella ad dell’ azienda Marchesi Antinori“Per chi come noi ha sette secoli di tradizione vitivinicola alle spalle l’idea di intraprendere avventure imprenditoriali di questo tipo mi sembra lontana anni luce”.

 

“Sono principalmente due i motivi che scoraggerebbero sul nascere la multiproprietà vitivinicola – spiega con Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc – i valori fondiari in Italia sono molto alti, in certe aree viticole di pregio arriva a 500mila euro ad ettaro ed è proprio questa la garanzia offerta dai produttori alle banche: ecco perchè in Italia questo giochino non può funzionare.”

 

Mai dire mai comunque. E Branzanti potrebbe essere il primo a tentare questa via nella sua Cantina Bartolini: “In Italia ancora non esiste una strategia del genere  anche se non ci sono impedimenti burocratici che la ostacolerebbero. Personalmente non escludo di riproporre l’esperienza di Mendoza anche qui: al momento, però, l’appeal turistico e vitivinicolo dell’Argentina offre potenzialità decisamente maggiori”. 

 

Loredana Sottile

06/04/2012