Nuovi portinnesti in arrivo. Gli ultimi risalgono alla fine dell'Ottocento. Una ricerca che mette insieme Università e aziende vitivinicole

10 Set 2014, 16:07 | a cura di Livia Montagnoli
È un progetto tutto italiano quello che ha messo a punto quattro nuovi portinnesti per rispondere ai cambiamenti pedo-climatici in corso; il finanziamento di aziende private ha consentito un’accelerazione delle ricerche che mirano a un costante miglioramento genetico dei risultati ottenuti, per influire positivamente sul futuro della viticoltura italiana.
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Potrebbe essere la ricerca del secolo, considerando che l'ultimo studio in materia ha fatto la storia della viticoltura moderna di tutta Europa. Stiamo parlando del progetto italiano che ha già portato alla creazione di nuovi portinnesti (quattro per la precisione della serie M, iscritti da maggio nel registro nazionale delle varietà) in linea con i cambiamenti pedo-climatici in corso. La ricerca, condotta dal professor Attilio Scienza, ha visto la collaborazione tra i ricercatori delle Università di Milano, Padova, Torino e Piacenza, il CRA Vite di Conegliano e la FEM di S. Michele all'Adige. In realtà si tratta di uno studio iniziato negli anni '80, che ha avuto un'accelerazione negli ultimi anni, sia a livello scientifico - grazie alla tecnica dei microsatelliti per lo studio dell'apparato genetico - sia economico.
Da questo punto di vista, infatti, ha trovato il finanziamento di aziende private, appartenenti al mondo del vino che si sono legate all'interno della neo società Winegraft, presieduta da Marcello Lunelli. Ne fanno parte: Ferrari, Zonin, Bertani Domains, Armani Albino, Bioverde, Nettuno Castellare, Banfi, Cantina Due Palme, Fondazione Venezia, Claudio Quarta vignaiolo, Cantine Settesoli, per un finanziamento di circa mezzo milione di euro. “L'obiettivo vale la posta in gioco” racconta a Tre Bicchieri il presidente Lunelli. “Tra i risvolti futuri, il recupero dei territori dove magari per problemi idrici o climatici non si era ancora potuto impiantare vigneti, una maggiore efficienza nell'assorbimento delle sostanze minerali e di conseguenza una notevole riduzione dei costi. C'è poi da considerare che molti nuovi problemi cominciano ad affacciarsi al mondo della viticoltura, ed è importante essere già pronti, per non dover poi correre ai ripari”. Non si dimentichi, infatti, che è dalla fine dell'Ottocento, con l'arrivo della filossera in Europa, che non sono stati più creati nuovi portinnesti, nonostante gli evidenti cambiamenti della viticoltura. “Probabilmente fino a questo momento non se n'è avuta la necessità, ma è arrivato il momento di guardare oltre” continua Lunelli “e di ridare un ruolo di rilievo all'apparato radicale come centro di controllo per tutta la pianta. Cosa probabilmente sottovalutata in questi anni. Tra i motivi che hanno stimolato la ricerca ci sono la carenza idrica, la salinità dei suoli, il calcare attivo. Criticità che in zone, più di altre, cominciano a pesare notevolmente”.
Da un punto di vista commerciale, i diritti su questi portinnesti saranno esercitati da uno spin-off dell’Università di Milano, l’IpadLab, mentre i Vivai Rauscedo si occuperanno della creazione dei campi di piante madri dove prelevare il materiale per la moltiplicazione e per la commercializzazione. Con le royalty che deriveranno dalla vendita, sarà garantita continuazione del progetto di miglioramento genetico dei portinnesti. “Al di là delle ricadute per la ricerca” è il commento del professor Scienza “si tratta del primo esempio di finanziamento diretto dell’industria vinicola italiana ad un progetto di ricerca, ed è un esempio di collaborazione efficace tra il mondo universitario e quello della produzione, spesso troppo distanti tra di loro”. Già tanti risultati, quindi, anche se la strada da percorrere è ancora lunga. La prima produzione vitivinicola, frutto dei nuovi portinnesti, dovrebbe essere pronta per il 2016.

A cura di Loredana Sottile

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