Parmacotto a rischio fallimento. Chiesto un concordato sulla riduzione del debito, si ipotizza anche la vendita

13 Nov 2014, 08:40 | a cura di Livia Montagnoli
Lo storico marchio italiano di insaccati fondato nel 1978 ha contratto un debito con le banche non più arginabile. Oggi Unicredit ha in pegno il 51% delle azioni e gli investimenti degli ultimi anni per realizzare uno stabilimento all’avanguardia nel parmense e esportare il brand all’estero (con l’apertura a New York di due ristoranti) hanno pesato su un bilancio sempre più instabile. Intanto il patron Mario Rosi ha chiesto al tribunale un concordato per la riduzione del debito; e si vocifera di una possibile (s)vendita.
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Sono ore cruciali in casa Parmacotto. Lo storico marchio italiano di insaccati - nato nel 1978 a Parma, dove controlla anche la Trattoria Picchi - e il suo patron Mario Rosi rischiano di doversi arrendere a un crollo economico forse non arginabile. Sembrerebbe infatti che la sofferenza di cassa dell’azienda sia ormai destinata a provocarne il fallimento.
Le scelte manageriali degli ultimi anni avevano invece mostrato l’intenzione di restare competitivi su un mercato difficile per la presenza della spinta di molti concorrenti, manifestando anche l’ambizione di “sfondare” oltreconfine. Così cinque anni fa si inaugurava nel parmense uno stabilimento avveniristico costato 26 milioni di euro per ottenere sei linee di affettamento che consentissero un’innovazione nel processo di produzione riscontrabile sulla qualità del prodotto finale. E nel frattempo il tentativo di conquistare la Grande Mela (dove a oggi sono stati aperti due ristoranti del brand) portava a stringere un’alleanza con Simest, la banca d’affari parapubblica che oggi ha in pegno il 15,6% della società (mentre ben il 51% è in pegno a Unicredit) e entro il 2016 avrebbe dovuto finanziare l’apertura di uno stabilimento per la produzione di preaffettati tra il New Jersey e la Pennsylvania.
Ma Mario Rosi, titolare della holding Cofirm che controlla il marchio, non sembra volersi arrendere e questo potrebbe far ben sperare i duecento dipendenti dell’azienda che in queste ore si trovano con il fiato sospeso, incerti sulla loro sorte. Rosi ha infatti chiesto al tribunale di Parma un concordato preventivo per avviare una ristrutturazione patrimoniale e finanziaria che garantirebbe una gestione controllata delle difficoltà economiche, tutelando i creditori (tra loro anche Mps e Banco Popolare con ipoteche su immobili a garanzia dei mutui) e al tempo stesso chiedendo loro la riduzione del debito, avvalendosi dell’ex articolo 161 della legge fallimentare.
Il Tribunale, chiamato a esprimersi in merito al concordato, potrebbe nominare un commissario giudiziale per rassicurare i creditori: sono molti i nomi che circolano, avvolti ancora in un alone di mistero.
Ma l’aiuto potrebbe arrivare dall’esterno, da qualche grande nome del settore disposto a entrare nel capitale della società per ristabilire il futuro di Parmacotto; così in queste ore si avvicendano i nomi di Giacomo Amadori, Grandi Salumifici Italiani, Beretta e Aia, che avrebbero tutto l’interesse a conquistare un marchio di appeal come Parmacotto a prezzo di saldo. D’altro canto, sul fronte Parmacotto, non si opporrebbe nessuna resistenza all’ingresso di un socio forte che possa garantire la continuità aziendale. Staremo a vedere.

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