La tromba d'aria dello scorso luglio aveva compromesso la produzione del celebre laboratorio di pasticceria della Riviera del Brenta. Celle frigorifere inagibili, tetto scoperchiato, danni ingenti. Ma oggi l'azienda è rinata, grazie all'impegno del patron Pietro. 

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Torronificio Scaldaferro. Un secolo di vita e non sentirlo

A pochi giorni dall’alluvione che ha messo in ginocchio il beneventano e la fiorente industria alimentare alle porte della città campana – ha fatto il giro del mondo il caso del Pastificio Rummo, ma non dimentichiamo l’agrisemi Minicozzi, che ha perso tonnellate di grano sommerse dal fango, o i vigneti della cantina sociale di Solopaca – il simbolo della piccola imprenditoria alimentare che sa rialzarsi è il Torronificio Scaldaferro di Dolo.

Sembrano passati secoli (con la complicità del colpevole silenzio dei media) ma solo all’inizio di luglio scorso il litorale veneto è stato investito da un violento tornado che ha lasciato dietro di sé tanto spavento e danni ingenti a case e capannoni industriali. Questa è la sorte toccata anche alla celebre azienda dolciaria di Pietro Scaldaferro, rinomata tra i buongustai di tutta Italia che non sanno rinunciare alla golosità del mandorlato, prodotto di punta dell’impresa della Riviera.

Una storia lunga quella del laboratorio fondato nei primi anni del Novecento, quando a Mira Marco Scaldaferro apriva una piccola pasticceria artigianale; da allora il torronificio della Riviera del Brenta ne ha vissute tante, rifugio antiaereo durante la Seconda Guerra Mondiale (nel bunker dove trovavano rifugio gli ebrei perseguitati) e poi trasferito a Dolo, nell’attuale stabilimento, dove il mandorlato viene ancora posato in fiocchi a mano per mantenere la fragranza, con gli albumi montati a neve nelle vecchie caldere di rame.

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Ogni giorno si apre alle 3 di mattina e si chiude alle 20, dopo una lunga giornata di lavoro. Ogni giorno è speso per testimoniare la rivincita dell’artigianalità sulle grandi produzioni industriali.

La tromba d’aria. Dal dramma alla rinascita

Ma l’8 luglio qualcosa si è spezzato: lo stabilimento esposto alla tromba d’aria subiva un duro colpo, con danni ai laboratori di produzione, alle celle frigorifere, ai gruppi elettrogeni, ai muri interni. Risultato: produzione ferma e scorte per le festività natalizie compromesse. E invece no: negli ultimi mesi tutti si sono rimboccati le maniche (“lavoriamo da tre mesi anche la domenica” ha dichiarato il titolare), la produzione è già ripresa a pieno ritmo e “per Natale saremo sotto l’albero”, conferma orgoglioso Scaldaferro.

Quindi Mandorlato per tutti – proprio quello realizzato secondo la ricetta di quasi un secolo fa – e nuovi prodotti in arrivo per chi non sa resistere alla golosità del torrone, anche in versione alternativa: pistacchio di Bronte con miele d’arancio e cantucci arricchiti con torrone al pepe di Sechuan.

Ricostruzione all’italiana. Tanta buona volontà, ma lo Stato dov’è?

Il merito è di un gruppo di volenterosi mossi dalla passione per il proprio lavoro, che per l’Italia gastronomica si traduce nell’ennesima eccellenza alimentare da esportare nel mondo col bollino del made in Italy; 15 persone che sono state in grado di ricostruire 2mila metri quadri di tetto, riattivare il laboratorio, recuperare le celle frigorifere e rimettere in sesto lo spaccio aziendale, di nuovo aperto al pubblico (9-12.30 e 15-18, con i prodotti classici e le anteprime). Per ora sono stati spesi 600mila euro, ma si prevede di raggiungere quota 900mila. Un investimento importante, ma inevitabile, in parte coperto dall’assicurazione. Ma fondamentale è stato il sostegno di volontari e clienti, che hanno aiutato in prima persona a raccogliere le macerie. Anche perché “le istituzioni non ci hanno dato aiuto” ammette sconfortato Scaldaferro. Ecco, questo è il rovescio della medaglia di una bella storia che – per fortuna – si è conclusa nel migliore dei modi.

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