Prezzi dei suini in picchiata. Allarme sulla sorte degli allevamenti in Italia dove tre prosciutti su quattro sono stranieri

13 Mar 2014, 12:08 | a cura di Saverio De Luca
La flessione ha superato il 7% solo nel mese di febbraio e il prezzo è sceso di 1,40 euro. La Cia denuncia una situazione drammatica per gli allevatori, alle prese anche con costi crescenti, una burocrazia asfissiante e un credito con il contagocce.
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L'allarme arriva dalla CIA, la Confederazione Italiana Agricoltori e denuncia una situazione analoga a quella che molti altri comparti dell'universo produttivo italiano stanno vivendo: crescono le spese a carico di allevatori e produttori, la burocrazia rallenta invece di agevolare e tutelare e i costi delle materie prime calano con un andamento costante. Questa volta sotto i riflettori è il comparto dei suini da macello. Solo nel febbraio scorso i prezzi hanno registrato, rispetto al mese precedente, un calo del 7,2 per cento, pari a 1,40 euro al chilo. Peggiorata anche la redditività dell’allevamento suinicolo italiano rispetto a gennaio, che cala di 6 punti, mentre migliora (secondo dati Crefis) quella della macellazione (6,1 per cento). Se analizzati i dati rispecchiano una situazione che vede in gravi difficoltà l'allevamento intensivo che rischia una delocalizzazione in luoghi più economici, e quindi all'estero. “Per la suinicoltura italiana è sempre più emergenza” si legge nella nota diffusa da CIA. “È arrivato il momento di rispondere in modo efficace ai gravi problemi che condizionano pesantemente i nostri allevatori, alle prese non solo con il drammatico calo dei prezzi, ma anche con elevati costi produttivi, burocratici e contributivi. A questi si aggiungono un credito con il contagocce che sta mettendo in grave difficoltà molte aziende e un’agguerrita e sleale concorrenza estera che da tempo pone sotto assedio il prodotto made in Italy. L’assalto del suino straniero può mettere in discussione lo stesso futuro dei nostri produttori. Tre prosciutti (cotti e crudi) su quattro sono esteri”. I prosciutti che arrivano da animali allevati fuori dai confini nazionali portano, inoltre, nomi come prosciutto del contadino, prosciutto nostrano o prosciutto di montagna, un evidente caso di italian sounding operato direttamente in Italia. E l’Italia importa oltre il 40% del proprio fabbisogno di carne suina. È la guerra di grandi numeri che può essere combattuta soprattutto sul fronte dell'informazione garantita.
In attesa che l'etichettarura di provenienza venga istituita, ci si può rivolgere alle guide. Redatte da esperti del settore che si recano direttamente nei luoghi della produzione e assaggiano costantemente i prodotti che selezionano e segnalano, offrono una garanzia per il consumatore da non sottovalutare. Anche se si riferiscono a piccole produzioni che rappresentano l'eccellenza del made in Italy, offrono una panoramica sul gran numero di prodotti e sulla grande varietà cui si può far riferimento. Nella Guida Grandi Salumi, Gambero Rosso, ha proposto più di 600 prodotti da oltre 250 aziende frutto di un'attenta selezione tra i migliori prodotti sia Dop e Igp che privi di denominazione.
L’etichettatura d’origine è comunque una esigenza urgente. Con questo mezzo che prevede l’accordo di tutte le parti della filiera, dalla stalla alla distribuzione, sarà possibile difendere e valorizzare la produzione suinicola italiana tipica e contemporaneamente fornire al consumatore tutti gli strumenti necessari per poter scegliere in totale libertà.

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