Quindici anni di trend rialzista stanno segnando il successo di questo prodotto made in Italy. Ma ancora oggi più del 30% della materia prima è importata e l'Italia deve fare di più per aggregare l'offerta.
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La pasta italiana nel mondo. Un trend di crescita costante

E’ un buon momento per la pasta di semola italiana all’estero. Perché il 2014 segna il punto più alto raggiunto negli ultimi quindici anni, con oltre 2 milioni di tonnellate (+4,2% rispetto al 2013) e più di 2,2 miliardi di euro in valore, con una crescita del 4,1%, ovvero il 7% del valore delle esportazioni agroalimentari. Per la sola pasta di semola secca, che costituisce l’85% dei volumi e il 70% dei valori (sono quindi escluse le paste fresche, farcite, contenenti uova, etc.) si è registrato nel periodo 2001-2014 un tasso di crescita medio annuo del 2,3% in volume e del 5% in valore. Un calo nei volumi è stato registrato nel 2008 a causa dei prezzi alti in tutto il mondo della materia prima (la granella di frumento duro), seguiti da una flessione anche a valore nel 2009 e 2010 (vedi grafico), complice anche la crisi economica globale. Ma la ripresa è stata rapida e costante fino al 2014.

Il problema delle materie prime. L’importazione di frumento

Tra i Paesi clienti dell’Italia, come sottolinea il report Ismea, da soli Germania, Francia e Regno Unito importano il 46% del totale. La Russia, con un +15,2%, registra la performance migliore, ma tutti i primi dieci clienti della pasta italiana sono in aumento, con un tasso medio annuo di crescita che va dallo 0,4% del Giappone al 4,6% del Belgio. L’Ismea parla di “successo” della pasta di semola italiana all’estero che “accentua la dicotomia tra fase agricola nazionale e industriale”. Significa che l’Italia, per vendere la sua pasta all’estero, deve acquistare le materie prime agricole. L’industria molitoria e quella della pastificazione, infatti, importano perché manca la materia prima e talvolta perché anche la qualità non è quella desiderata.
Consideriamo che il grado di auto-approvvigionamento italiano di granella di frumento duro dal 2001 al 2014 è pari al 70%, con un picco del 62% proprio nel 2014, anno in cui si è importato di più. Ecco perché, ad avviso degli analisti Ismea, è necessario e auspicabile un processo di aggregazione dell’offerta, con contratti di filiera che diano stabilità contrattuali e più redditività a chi lavora nel settore. Le difficoltà ci sono: spesso i molini evitano di stipulare contratti di fornitura con la parte agricola sia per la qualità della granella, non sempre costante nel tempo, sia per una eccessiva frammentazione del tessuto produttivo nazionale.
Quale la ricetta secondo Ismea? Si deve lavorare ad aggregare l’offerta, migliorare la qualità delle materie prime, favorire gli stock differenziati delle varie partite di prodotto, arrivare a meccanismi di premialità che tengano conto degli effettivi costi di produzione.

a cura di Gianluca Atzeni