Diminuisce la produttività agricola, si spopolano le campagne, soppiantate dalle periferie delle grandi metropoli. Poi ci si mettono i cambiamenti climatici e le epidemie. Ma nei prossimi anni lo sviluppo agricolo e la redistribuzione delle risorse saranno fondamentali per combattere la fame che avanza. Che siano i grandi investitori la soluzione? Ci riflette l'Economist.
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Nei prossimi 40 anni avremo bisogno di produrre più cibo di quanto ne sia stato prodotto negli ultimi 10mila. L’esordio è lapidario e preoccupantemente vero (lo ha stimato la Fao qualche tempo fa). Così come è reale l’impossibilità di compiere un tale salto produttivo alle condizioni attuali, con il cemento delle metropoli che sopravanza le campagne e la diminuzione della produttività agricola. Scienziati, agricoltori e ricercatori sono tutti coinvolti in un grande sforzo nel tentativo di fornire soluzioni utili alla causa. E allora perché non scommettere sugli investimenti dei privati interessati a intraprendere il business dell’agricoltura? Se l’è chiesto l’Economist, che prova a dirimere la questione, analizzando pro e contro dell’attrazione di nuovi capitali sullo sviluppo rurale.
Il fenomeno potrebbe risolvere allo stesso tempo anche l’annosa questione dell’abbandono dei campi, una tendenza che negli ultimi decenni ha portato gli eredi dell’ultima generazione di agricoltori – tanto in America quanto in Europa – a scegliere una vita diversa, anche in mancanza delle possibilità economiche per compiere il salto di qualità, investendo sulle nuove tecnologie e su produzioni su larga scala.
Ecco perché, a detta dell’influente testata americana, è giunto il momento per i grandi investitori di lanciarsi sul mercato agricolo, specialmente in zone indubbiamente più rischiose, ma con potenzialità ancora inespresse molto promettenti come il Brasile, l’Ucraina o lo Zambia. D’altronde, in America negli ultimi venti anni il business delle aziende agricole è stato un affare ben ripagato, con fatturati annui piuttosto remunerativi.
Per contro il lavoro nei campi – anche la “semplice” supervisione dell’azienda – richiede spirito di adattamento, voglia di sporcarsi le mani e tanta pazienza di fronte agli imprevisti della natura: avversità climatiche, siccità, epidemie. Ma anche prontezza nel recepire provvedimenti burocratici e legislativi non sempre a vantaggio dell’attività, come il taglio degli incentivi all’agricoltura sempre dietro l’angolo. Intanto arriva dal Giappone la notizia di una enorme azienda agricola indoor cento volte più produttiva delle altre con l’80% in meno di spreco. Nel capannone abbandonato della Sony della prefettura di Miyagi il più grande impianto indoor al mondo è alimentato con robot a led che consentono una crescita rapida e poco impattante. Un modello che presto sarà esportato a Hong Kong, per poi espandersi in Mongolia e Russia.
E allora cosa decideranno di fare gli imprenditori del futuro? Staremo a vedere.