Sul McDonald's di Piazza Duomo a Firenze. La parola a Leonardo Romanelli

1 Lug 2016, 10:30 | a cura di Livia Montagnoli

La disfida ingaggiata dal comune di Firenze con la multinazionale americana in difesa della qualità e del decoro rasenta il paradosso. Ci spiega perché Leonardo Romanelli. 

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Ora che è stato proclamato il “Lampredotto Pride” per il 13 Luglio, in opposizione all’apertura di McDonald’s in piazza Duomo a Firenze, siamo alle comiche di una vicenda che ha assunto toni parossistici: il sindaco che dichiara di aver stoppato l’iniziativa per aver ascoltato i fiorentini, 16000 like alla pagina Facebook contro l’apertura, solo 30 in piazza (e meno male) a manifestare.

Il motivo che spinge a ribellarsi all’apertura è per opporsi al degrado del centro storico, e allora un residente della città cerca di capire di cosa si stia parlando, perché la realtà sembra ben diversa: gastronomicamente parlando ci sono, tra Piazza Signoria, San Lorenzo e Santa Maria Novella, locali che vendono cibo di dubbia qualità, gelaterie fasulle con gelati gonfi d’aria, anche a due passi da Palazzo Vecchio, luoghi che possono essere definiti “tourist trap” a profusione, ma ci si ribella solo al simbolo del Male.

Eppure, nella trattativa con l’amministrazione comunale, la multinazionale americana aveva fatto numerose concessioni per il tipo di servizio da adottare e il look discreto senza insegne eccessive. Il limite all’apertura è dato da  una norma contenuta nel regolamento Unesco che riguarda le nuove aperture di esercizi di somministrazione, nel centro storico, dove almeno il 50% dei prodotti serviti devono avere origine toscana. Invece di insistere sulla trattativa, subordinando l’apertura proprio al rispetto di tale norma (e Mc Donald's sarebbe stato ben disposto), che avrebbe portato a un risultato eccezionale da un punto di vista di immagine e per certi versi storico (il primo Mc di altissima qualità!), il sindaco Nardella ha preferito fare dietro front e attendere il pronunciamento della commissione comunale il 5 luglio sulla richiesta di deroga da parte della multinazionale statunitense.

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Siamo a una disfida che travalica il buonsenso: la richiesta viene fatta secondo le regole esistenti, poi però si trascina in attesa che venga attuato il decreto Franceschini che regola in maniera stretta le aperture di nuovi esercizi nel centro storico delle città italiane. Ben venga l’idea di fare del centro storico il salotto buono, ma in questo momento sembra di assistere al solito vizio di nascondere la polvere sotto il tappeto invece di effettuare una vera ed efficace pulizia.

 

a cura di Leonardo Romanelli

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