Dopo il junk food del Mc Donald's, il regista americano Morgan Spurlock punta il dito contro gli allevamenti di pollo. I primi dettagli sul nuovo film documentario.

Pubblicità

Il regista

Quando sei un regista rivoluzionario, un professionista che, per primo, ha fatto luce su un tema controverso, la pressione da parte dei cinefili più appassionati per un secondo film di successo è alta. Specialmente se il tuo nome è Morgan Spurlock, e oltre 10 anni fa hai creato un documentario di denuncia contro i fast food.

È il 2004 quando il giovane regista statunitense presenta al pubblico americano i risultati della sua ricerca: 100 minuti per sconfessare e mettere a nudo i prodotti utilizzati nelle più grandi catene di fast food. È l’inizio del 2000, e il settore dell’alimentazione è ancora un ambito assai più ristretto e di nicchia rispetto a oggi. La conoscenza del cibo e la consapevolezza dei consumatori è molto distante da quella attuale, ma il campanello d’allarme per una popolazione che conta un numero di persone in sovrappeso sempre maggiore è già scattato. E Spurlock cattura, minuto dopo minuto, la quotidianità dei consumatori americani, calandosi in prima persona nel ruolo dell’occidentale medio, con un’immedesimazione così ostinata da risultare innaturale. Tre pasti al giorno per 30 giorni, tutti presso i punti Mc Donald’s. Questa la sfida provocatoria intrapresa dal regista, che nella sua pellicola fornisce, attraverso un’analisi lucida, un’istantanea dei disturbi alimentari che affliggono un’intera popolazione.

Il film

Tredici anni dopo il film che ha sbancato il botteghino, Spurlock torna con un sequel dedicato alla carne di pollo:Super Size Me 2: Holy Chicken, ancora una volta con il regista come protagonista. Ambientato in Ohio, il film si concentra sull’industria del pollame e cerca di chiarire alcuni punti fondamentali, sdoganando luoghi comuni e falsi miti circa la carne bianca. La trama è semplice e lineare: Spurlock apre un suo fast food specializzato nel pollo, cercando di capire dall’interno come funziona il business. Si entra così nell’ambito dei cibi processati, dell’alimentazione industriale e del sistema agroalimentare che è alla base delle catene di paninerie e fast food sparse in tutto il mondo. Perché ancora oggi, fra la maggior parte dei consumatori è diffusa l’idea che quella di pollo sia una carne magra e adatta per ogni tipo di dieta, sana e a basso contenuto calorico. Ma per gestire il suo ristorante, Spurlock è costretto a recarsi di persona dai produttori di pollo, e vedere dal vivo il mondo degli allevamenti intensivi.

Pubblicità

La denuncia all’industria della carne parte dalle sue fondamenta più semplici, come la definizione di “Free-Range”, che identifica le galline allevate a terra, un’etichetta che, grazie al lavoro del regista, scopriremo essere molto più labile e fragile di quanto immaginiamo. E ancora, uno dopo l’altro, il film prende in esame i termini più popolari fra gli scaffali dei supermercati, conducendo per ognuno un’indagine specifica. Biologico, privo di ormoni, naturale… Definizioni con le quali ogni consumatore ha a che fare quotidianamente, ma che non sempre corrispondono alla realtà. Perlomeno in America, che – lo ricordiamo – è ancora una volta il territorio dove il regista ha deciso di indagare, un luogo con norme e regolamenti di sicurezza alimentare ben diversi da quelli italiani. A chiarire ogni dubbio in ogni caso, ci auguriamo, ci penserà la pellicola già rilasciata negli Stati Uniti lo scorso 8 settembre. Nessuna indiscrezione, ancora, su una possibile uscita nelle sale italiane, ma secondo le interviste della stampa estera, Spurlock è in cerca di un accordo per diffondere il film via YouTube.

a cura di Michela Becchi