The Best in Lazio Experience. I vini di Casale del Giglio

21 Lug 2022, 18:08 | a cura di Gambero Rosso

Casale del Giglio. Storia della Cantina

La famiglia Santarelli, titolare di Casale del Giglio, ha un legame col vino che parte da molto lontano. Originari di Amatrice, nei primi anni del '900 decidono di trasferirsi a Roma, dove continuano a svolgere l'attività di commercianti di vino, già iniziata nella piccola cittadina a quei tempi in provincia de L'Aquila. Emidio, Isidoro e Antonio, figli di Berardino, fondatore della ditta, in poco tempo ingranano nel mercato vinicolo della capitale e in qualche decennio a Roma, arrivano a possedere una dozzina di “Vini e Oli”, sparsi qua e là nel tessuto urbano.

Si ha una svolta nel 1955, quando Dino, figlio di Emidio, inizia a dedicarsi non solo alla vendita ma anche all'imbottigliamento dei vini laziali per i quali crea uno sbocco sui mercati esteri, soprattutto il Canada. Il progetto Casale del Giglio parte qualche anno dopo, nel 1967, quando Dino decide di acquistare una tenuta nell'Agro Pontino, a Le Ferriere, non distante dall'antica città latina di Satricum.

Per Antonio Santarelli, figlio di Dino e attuale proprietario dell'azienda, Casale del Giglio era la tenuta di famiglia dove da bambino trascorreva i fine settimana. Ma crescendo avverte come quei terreni bonificati siano un’area vergine su cui poter tentare qualcosa di nuovo. L’assenza di passato enologico diviene così lo stimolo determinante verso il massimo grado di libertà innovativa. Chiama accanto a sé ampelografi e ricercatori universitari e nel 1985, con il padre Dino, dà vita a un progetto che pone a dimora sui suoi terreni quasi 60 diversi vitigni sperimentali. Avventura che ripaga però l’audacia con importanti risultati: oggi l'azienda è tra le più importanti realtà vinicole della regione (e d'Italia), forte di un vigneto di oltre 160 ettari che si estende in diverse zone del Lazio: il nucleo centrale rimane quello de Le Ferriere, ma poi si spazia dagli appezzamenti recuperati ad Anzio, dove va in scena il bellone, a quelli dell'Isola di Ponza dove protagonista è la biancolella, passando per Olevano Romano e il suo Cesanese, per tornare alle origini appenniniche della famiglia, con un vigneto di pecorino impiantato ad Accumoli, non distante da Amatrice.

The Best in Lazio Experience. I vini di Casale del Giglio

Ecco le note di degustazione dei vini di Casale del Giglio protagonisti delle cene degustazione del tour The Best in Lazio Experience.

Satrico

Il nome del vino riprende quello dell'antica “Satricum”, l'antico villaggio risalente al IX secolo le cui tracce sono state rinvenute a Le Ferriere, non distante dalla sede dell'azienda. Blend paritario di chardonnay e sauvignon, con un saldo del 20% di trebbiano giallo, stupisce per la fragranza degli aromi che richiamano i fiori bianchi, la salvia, la scorza di agrumi gialli. Al palato ritornano le stesse sensazioni su un sorso accogliente e fresco.

Anthium

Come il nome lascia intuire, questo vino proviene da un appezzamento che Casale del Giglio ha acquisito nei pressi di Anzio. Il vitigno che dà vita all'Anthium è il bellone, uva antichissima (già citata da Plinio) storicamente presente nell'aria che va dai Castelli Romani ai Monti Lepini, e da qui fino al mare. Dopo una breve macerazione sulle bucce e la fermentazione condotta con lieviti indigeni, nel calice abbiamo un vino di straordinaria ricchezza olfattiva, sapidità e persistenza, caratteristiche che donano sia piacevolezza nella beva che prospettive di lunga evoluzione.

Matidia

È evidente, nella scelta dei nomi dei vini, che Casale del Giglio voglia rinsaldare il legame con la storia di Roma e del Lazio. La Matidia che compare sull'etichetta era una nobildonna romana, nipote di Traiano, divinizzata da Adriano nel 119 d.C. Addirittura le fu dedicato un tempio, che probabilmente doveva corrispondere all'attuale chiesa di Santa Maria in Aquiro in Piazza Capranica, luogo caro alla famiglia Santarelli che iniziò da lì la sua storia nel mondo del vino. Cesanese in purezza, proveniente da un vecchio vigneto di Olevano Romano, affinato parte in acciaio e parte in tonneaux, profuma di ciliegie selvatiche e spezie dolci, mentre al palato il tannino e l'acidità ravvivano un sorso di buona profondità.

Mater Matuta

Altro vino, altro richiamo all'antichità. Mater Matuta è il nome di una divinità italica legata alla luce del mattino, il cui culto era diffuso in un'ampia zona dell'Italia Centrale. Assemblaggio di syrah e petit verdot, il risultato è un rosso che ha il carattere, la complessità e la speziatura delle prime uve, e la freschezza e la struttura delle seconde. A tutto ciò si uniscono sensazioni tostate date dai legni di maturazione, poi suggestioni floreali di viola e fruttate di ciliegia nera. Il tannino, fitto ma arrotondato, ne caratterizza il palato; il sorso è avvolgente e morbido ma fresco nel finale.

Aphrodisium

Anche qui il riferimento alla mitologia antica è parecchio evidente. Aphrodisium era il nome di un villaggio delle antiche comunità laziali individuato nell'Agro Pontino, nel quale sorgeva un tempio dedicato ad Afrodite Marina. Petit manseng, viognier, fiano e greco si uniscono per creare una Vendemmia Tardiva dorata nel colore, affascinante nelle sensazioni di fiori d'arancio, albicocca, miele millefiori, cedro candito. La bocca riesce a coniugare in maniera armonica dolcezza e freschezza, anche grazie a un prezioso apporto minerale.

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