Che cosa sta succedendo nella zona del Gallo Nero? Si accende la discussione sulla differenziazione, a partire dal nome. In attesa di introdurre le menzioni geografiche aggiuntive, si torna a parlare della confusione generata dal Chianti Docg. E c'è anche chi pensa a scommettere solo sulla sottozona.
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Chianti. Il dibattito sul nome

Nel Chianti Classico è attualmente in corso un dibattito sul futuro della Denominazione che tocca diversi ambiti a partire dall’impiego del nome Chianti. È come se il confronto, ormai iniziato da qualche anno, sull’elenco delle Menzioni geografiche aggiuntive (Mga) da inserire nel disciplinare di produzione del Chianti Classico, recentemente formalizzato con l’istituzione di un’apposita Commissione tecnica (come ha scritto Tre Bicchieri nell’articolo Unità geografiche aggiuntive. Ecco perché i consorzi scommettono sui cru all’italiana), abbia dato il via a una riflessione che va molto al di là dell’argomento in questione, abbracciando temi più generali quali il valore e l’identità della denominazione. Infatti, l’obiettivo di rafforzare con le Mga il rapporto vino-territorio, di incrementare la qualità e la visibilità in termini di territorialità del vino, raggiungerebbe non solo lo scopo di relegare ai margini le discussioni astruse sulle operazioni di cantina, ma Menzioni comunali come Radda, Gaiole, Greve, ecc. contribuirebbero non poco a costruire l’immagine del Chianti Classico, basata su caratteristiche strettamente connesse al luogo di produzione, vero valore aggiunto di un territorio.

In vigna tra i filari di vite nel Chianti Classico

La questione irrisolta Chianti Classico-Chianti Docg

Tutto ciò in qualche modo ha anche creato le condizioni per riportare a galla alcune vecchie questioni, partendo dalla comunanza di nome con il Chianti Docg, fonte di equivoci tra i consumatori e non solo, solo apparentemente risolte molto tempo fa ma mai metabolizzate del tutto, tanto che recentemente sono state oggetto di confronti.

Vittorio Fiore dell’azienda Poggio Scalette di Greve in Chianti ne ha organizzati alcuni con la partecipazione di numerose aziende produttrici di Chianti Classico ma anche di altre aree chiantigiane. “Gli stessi produttori operanti al di fuori della zona di produzione del Chianti Classico” sintetizza Fiore “stanno maturando una consapevolezza nel ricercare l’istituzione di una propria qualificante DO rispetto alla genericità del Chianti, veramente legata al loro territorio di produzione. Valga per tutti il caso della Doc Chianti Colline Pisane e la Doc Terre di Pisa. Con quest’ultima, eliminando la parola Chianti, si sceglie di valorizzare il territorio (Pisa) piuttosto che la tipologia di vino facilitando l’acquisizione di una propria identità territoriale, una soluzione che il mercato va sempre di più premiando“.

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Per comprendere meglio quali sono i termini e i risvolti della vicenda, bisogna però necessariamente ritornare indietro nel tempo e ripercorrere sinteticamente i passaggi che hanno portato alla situazione odierna. Perché il problema dell’identificazione delle due denominazioni è stato risolto solo in parte.

I filari della vigna in Chianti Classico, con cascine sullo sfondo

Un po’ di storia. La protezione dei Medici

Nel 1716 il Granduca Cosimo III de’ Medici per proteggere la produzione del Chianti (ma anche di altri vini quali Pomino, Valdarno di Sopra e Carmignano) promulga un bando che fissa i confini delle zone di produzione. Per quanto riguarda in modo specifico il Chianti, recita così: “Dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda, che contiene tre terzi, cioè Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena… “. Il territorio interessato, equivalente agli attuali Comuni di Castellina, Gaiole, Radda e Greve, rimane inalterato sino agli anni Trenta del Novecento, in piena epoca fascista, quando nel mondo il Chianti era sinonimo tout court di ‘vino italiano’. Sebbene la quantità di vino prodotta nell’area fosse molto limitata, la necessità del regime di incrementare gli introiti di valuta pregiata con le esportazioni, prevalse su qualsiasi altra considerazione.

Il Decreto degli anni Trenta

E così con un Decreto Ministeriale n° 209 del 31/07/1932, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 09/09/1932, si allargò l’uso della denominazione Chianti a quasi tutta la Toscana e in particolare alle provincie di Pisa, Arezzo e alle aree non incluse di quelle di Siena e di Firenze.

In sostanza ai Comuni di Castellina, Gaiole, Radda e Greve, con l’aggiunta parziale dei territori dei comuni di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa, venne attribuito il suffisso di “Classico” come distinzione rispetto al Chianti di (7) nuove aree quali Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli e Rufina. All’epoca anche ai produttori poliziani fu offerta la possibilità di chiamare il loro vino Chianti Montepulciano (ottavo territorio che si sarebbe aggiunto agli altri sette) proposta alla quale opposero un rifiuto, optando per il nome tradizionale, Vino Nobile di Montepulciano, che ancora oggi li caratterizza.

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I colli delle bottiglie Chianti Classico, con il logo del Gallo Nero

Chianti Classico e Dogc

La nostra cronistoria continua per arrivare al 1984 quando il Chianti Classico ottenne la Docg, pur rimanendo sottozona dell’altro Chianti. L’indipendenza arriva nel 1996, un’autonomia che recide gli ultimi residui legami con il Chianti, a sua volta diventato anche lui Docg. Nel 2010 viene introdotto a livello legislativo il divieto di produrre vino Chianti nel territorio di produzione del Chianti Classico, mentre nel 2014 nasce la Gran Selezione, un termine che anche altre denominazioni potranno impiegare. Nel 2017 il Chianti Docg rappresentava il 48,4% del vigneto Dop toscano a fronte del 18,5% del Chianti Classico Docg. Il Chianti ha rappresentato il 46% delle produzioni regionali certificate seguito dal Chianti Classico con il 25%. E così siamo arrivati ai giorni nostri.

Giovanni Manetti, presidente del Consorzio del Chianti Classico, a cui abbiamo richiesto un commento, si è così espresso: “È chiaro che negli anni Trenta è stato fatto uno sbaglio, fonte di innumerevoli problemi e di tanta confusione. Ora però bisogna fare i conti con la realtà. L’unica strada percorribile è mettere in campo delle strategie di differenziazione che rendano il Chianti Classico sempre più qualificato. Vale per la Gran Selezione come per le Menzioni geografiche che dovremmo approvare entro l’anno. L’obiettivo è un posizionamento più alto del prodotto Chianti Classico in termini di valore, qualità, prezzo, visibilità“.

I precedenti casi di autonomia: Carmignano e Terre di Pisa

La volontà di rendersi autonomi dal Chianti ha avuto all’attivo diversi episodi. Negli anni Settanta, grazie all’opera di Ugo Contini Bonacossi della Tenuta di Capezzana, i produttori della zona del Carmignano (fino ad allora inclusa nella Denominazione “Chianti Montalbano”) riuscirono a riappropriarsi della propria denominazione (Carmignano) di una delle quattro (insieme al Chianti, al Valdarno di Sopra ed al Pomino), istituzionalizzate dal Bando Granducale del 1716. In tempi più recenti il già citato in precedenza Terre di Pisa. “Era dagli anni 2000 che avevamo deciso di affrancarci dalla logica del Chianti” racconta Ginevra Venerosi, storica produttrice di Ghizzano e oggi vicepresidente del Consorzio di tutela Terre di Pisa. “Non volevamo impedire a chi voleva produrre Chianti di continuare” spiega “ma volevamo fare dei vini diversi, espressione del nostro territorio, a cui fosse riconosciuto un valore maggiore in termini di prezzo, in grado di premiare i nostri sforzi per innalzare la qualità“. La tipologia Chianti Colline Pisane è tuttora scarsamente utilizzata perché l’indicazione della sottozona, secondo gli operatori, non porta particolare valore aggiunto tanto che, nell’ambito dell’offerta delle aziende pisane, è considerato un vino di fascia di prezzo medio-bassa.

Il caso Rufina

Anche nella Rufina, storica area vinicola, attualmente sottozona del Chianti è iniziato un confronto su quale nome convenga usare. Una discussione impossibile sino a qualche tempo fa. “Abbiamo incominciato a parlarne” dice Federico Giuntini della Fattoria di Selvapiana: “Una parte di noi è convinta che Rufina sia di maggiore richiamo mentre altri sono convinti che il traino del nome Chianti, abbia una valenza. Non sarà un discorso a breve anche perché il peso degli imbottigliatori si farà sentire. Però abbiamo iniziato perché c’è una maggiore sensibilità al tema del valore della nostra produzione“.

Una considerazione finale. Rimettere in discussione quasi 90 anni di leggi e provvedimenti, di scelte aziendali e di territorio, di diritti acquisiti e quant’altro, è di fatto una strada impraticabile mentre può essere molto utile, trovare delle soluzioni per programmare le strategie future delle denominazioni. Vale per tutti.

a cura di Andrea Gabbrielli