Lo anticipa Report, che lunedì 8 giugno, in prima serata su RaiTre, svelerà l’ultima invenzione di Mario Palazzetti, già geniale inventore del sistema frenante Abs, che ora propone un dispositivo non invasivo per farci mangiare tranquilli al ristorante, senza temere il contagio. Come una barriera di plexiglass, ma totalmente immateriale.
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L’idea. Il biostopper per l’isolamento biologico al ristorante

Biostopper: “Un dispositivo che ci farà stare più rilassati al ristorante e piacerà ai ristoratori”, preannuncia il giornalista di Report introducendo l’invenzione brevettata dall’ingegner Mario Palazzetti, che nel suo curriculum d’inventore vanta pure la trovata, poi ampiamente sdoganata dall’industria automobilistica, del sistema frenante Abs (all’epoca era progettista del centro ricerche Fiat, che brevettò il miracoloso sistema di frenata che salva ogni giorno migliaia di vite, e poi lo vendette alla Bosh). In questo caso, l’idea – spiega lui ricostruendo il processo creativo originato dall’emergenza Covid – “è stata quella di trovare un ‘aggeggio’ da posizionare in mezzo al tavolo”, perché creasse una barriera biologica tra i commensali (ma l’applicazione può estendersi a qualsivoglia spazio chiuso frequentato da più persone a distanza ravvicinata, dall’ufficio al bar). Tale cioè da creare un isolamento biologico tra le persone sedute allo stesso tavolo, paragonabile, come spiega ancora l’ingegner Palazzetti alle telecamere del programma d’inchiesta di RaiTre, “a una distanza maggiorata”. E senza ricorrere al famigerato plexiglass.

I test al Politecnico di Torino

A Report (che stasera, 8 giugno, manderà in onda il servizio completo, qui il video dell’anteprima), nelle scorse settimane, il compito di farsi tramite tra l’ideatore del biostopper (ancora in potenza) e il centro di ricerca del Politecnico di Torino. Ora è il rettore Guido Saracco a riassumere le potenzialità intraviste nell’invenzione – “economica da produrre e versatile, risolutiva anche per gli uffici e il mondo del lavoro” – già in fase di test presso i laboratori dell’ateneo, dove i ricercatori simulano le condizioni del mondo reale per provare sul campo l’efficacia della soluzione. È Marco Simonetti, docente di fisica tecnica ambientale al Politecnico, ad anticipare quali saranno i prossimi step necessari per perfezionare un prototipo pronto all’uso: il biostopper ideato da Palazzetti, infatti, isola biologicamente ogni individuo creando intorno a lui un vortice, che induce le particelle emesse da ciascuno di noi semplicemente parlando a ricadere in prossimità del nostro corpo, senza invadere lo spazio di chi ci è seduto di fronte. I test eseguiti finora tengono in considerazione proprio le particelle proiettate alla distanza maggiore, che la barriera del biostopper dovrebbe contrastare. Per ora, però, si procede per tentativi e aggiustamenti progressivi, così da raggiungere il risultato sperato, prima di poter cantare vittoria e commissionare la realizzazione dello strumento all’azienda che curerà lo sviluppo industriale.

Vantaggi e limiti del biostopper

E proprio con il professor Simonetti cerchiamo di capire come stanno procedendo le cose: “Quando ho iniziato a lavorare sull’idea, sono sincero, mi aspettavo un risultato inferiore. Invece ora c’è abbastanza ottimismo, ma non possiamo affrettare i tempi. Ipotizzo che un prototipo funzionante possa essere realizzato in un paio di mesi, in tempo per la stagione autunnale, quando il problema di condividere spazi al chiuso si farà di nuovo pressante“. Del resto, ci spiega il professore, il biostopper non può essere la soluzione per ogni male: “Bisogna ragionare bene sul suo campo di applicazione, sicuramente sarà efficace per ridurre il distanziamento, ma sappiamo che il contagio avviene per tre vie: la ricaduta di particelle emesse da una persona che cadono con una certa parabola verso il basso e possono essere intercettate in modo diretto da chi si trova vicino; il contatto con superfici dove le particelle sono ancora attive; e l’aerosol sottile, particelle più piccole che restano in sospensione nell’aria, e sono veicolate dalle correnti. Il terzo aspetto, a mio parere, è stato fin troppo sottovalutato, e si risolve solo con adeguata ventilazione negli spazi chiusi (a chi è sprovvisto di un sistema di ventilazione meccanica, Simonetti suggerisce l’utilizzo di sistemi di filtrazione locale, anche tramite strumenti portatili come i filtri HEPA, ndr) e ancor meglio negli spazi all’aperto. Su questo il biostopper non può intervenire“.

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Nei primi due casi, invece, lo strumento potrebbe rivelarsi molto efficace, “e addirittura risolutivo nelle situazioni outdoor, dove potrebbe garantire di condividere un tavolo in tutta sicurezza, senza più problemi di distanziamento e chiaramente con rischio pressoché azzerato per quel che riguarda l’aerosl sottile“. Dunque il biostopper nasce per lavorare sulle distanze, “permettendo un migliore sfruttamento degli spazi interni“. Ma come? “Creando dei moti dell’aria che accelerano la caduta verso il basso delle particelle, modificando la loro traiettoria naturale; è un po’ come applicare modelli di balistica“. Alla resa dei conti, quando i test saranno completati, l’oggetto potrebbe avere dimensioni simili a quelle di un vaso o di un centro tavola: “Ma ci vorrà del tempo anche per recepire questa opportunità, e integrare il biostopper nei protocolli sanitari, quando e se avremo un prototipo funzionante. Speriamo di essere pronti per quando si tornerà a frequentare principalmente spazi chiusi“.