Il Decreto Ristori è in queste ora al vaglio del Consiglio dei Ministri. Ma già sono chiare le linee guida: dei 6,2 miliardi di euro stanziati, 2 sono destinati al fondo perduto. Ne usufruiranno 350mila partite Iva, individuate dai codici Ateco. In che proporzione? Secondo coefficienti. 2 è quello assegnato ai ristoranti. Ecco cosa significa.
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Cos’è il Decreto Ristori

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte continua ad assicurare l’arrivo “in tempi record” di risorse alle categorie penalizzate dalle ultime, ulteriori restrizioni per arginare l’aumento di contagi. E il Consiglio dei Ministri indetto per il pomeriggio del 27 ottobre si propone di approvare misure di ristoro e indennizzi immediati per sostenere l’economia del Paese duramente colpita. Così prende forma quel Decreto Ristori che a tante realtà del mondo della ristorazione – tra i beneficiari designati delle misure di sostegno – è sembrato beffardamente ironico nella scelta di un nome che proprio alla funzione ora parzialmente negata alla categoria fa riferimento. Ma è sull’efficacia e sull’effettiva rapidità dei ristori promessi che si addensano le paure più cupe di chi oggi si trova nuovamente a fare i conti con lo stop forzato o la menomazione della propria attività. Sono in tanti, e afferiscono a diversi comparti, dal mondo della ristorazione a quello dell’ospitalità tout court, passando per le attività culturali e quelle sportive.

Il settore della ristorazione rischia di morire

Per quel che riguarda bar e ristoranti, Fipe – che nella mattinata del 28 ottobre scenderà in piazza in molte città d’Italia, per dare voce alla protesta di chi lavora nel settore – ha già lanciato il grido d’allarme: il blocco alle 18 rischia di far morire un comparto che finora ha dimostrato grande senso di responsabilità. Già 5mila imprese hanno dovuto arrendersi alla crisi, e 350mila sono i posti di lavoro a rischio. E c’è scetticismo sul fatto che gli aiuti possano davvero arrivare con tempestività, visti pure i ritardi pregressi del lockdown primaverile. Inoltre, spiega la Fipe, per rivelarsi davvero efficaci, gli indennizzi promessi dovrebbero essere in grado di risarcire quella perdita media del 60-70% che le attività stanno scontando ormai da otto mesi. Difficile che tutto ciò possa concretizzarsi. Ma come pensa di procedere, dunque, il Governo? È il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a rassicurare sui tempi: i ristori a fondo perduto saranno disponibili entro il 15 novembre, anticipa.

Decreto Ristori. Quanto vale?

Il pacchetto di misure vale in tutto 6,2 miliardi di euro, di cui 2 riservati al fondo perduto e 2,6 destinati alla cassa integrazione dei dipendenti che lavorano nelle attività interessate (per ulteriori 6 settimane, per il periodo che va dal 16 novembre al 31 gennaio: chi non vi farà ricorso avrà diritto a 4 settimane di esonero contributivo. Mentre il blocco dei licenziamenti è prorogato fino al 31 gennaio). Si aggiungono 300 milioni per le fiere (anch’esse cancellate), e 150 milioni riservati al credito d’imposta fino al 60% per gli affitti commerciali del periodo compreso tra ottobre e dicembre (a beneficio anche di chi ha volumi d’affari superiori a 5 milioni di euro). Ma scatta anche l’esenzione dal pagamento della seconda rata dell’Imu in scadenza il 16 dicembre, finanziata con 115 milioni di euro. E 60 milioni saranno invece destinati a potenziare le forze dell’ordine che si occupano di vigilare sul rispetto delle regole da parte degli esercizi commerciali (l’altra parte cospicua del pacchetto andrà a sostegno del mondo del turismo e della cultura, con 1,2 miliardi di euro). Per quel che riguarda gli aiuti a fondo perduto, ne avranno diritto le attività costrette a chiudere (pensiamo a teatri, cinema, palestre, piscine), ma anche tutti gli esercizi evidentemente penalizzati dalle restrizioni, come appunto bar, ristoranti e attività di somministrazione di cibo.

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I coefficienti per ricevere il fondo perduto

In che misura? Il contributo più alto spetterà a chi ha dovuto fermarsi, mentre in misura minore l’indennizzo risarcirà le attività che possono lavorare con limitazioni d’orario. Gli aiuti saranno scaglionati nella logica di quattro fasce di aventi diritto, a partire dalla schema già tracciato dalla precedente tornata di aiuti, stanziati dal Decreto Rilancio: coefficiente 1 (pari alla cifra già ricevuta col Dl Rilancio) per quelle attività che riescono a contenere le perdite nonostante lo stop alle 18. Il coefficiente 1,5, invece, riconosce un danno parziale e prende in esame la situazione pasticcerie, bar senza cucina e gelaterie. Ai ristoranti, che non possono più effettuare il servizio serale, limitato solo all’asporto e al delivery, si riconosce coefficiente 2, con un indennizzo che vale il doppio rispetto ai fondi ricevuti in precedenza, e spetterà alle attività costrette a chiudere (dalle piscine ai teatri, etc.). Il coefficiente 4, invece, risarcirà le attività già chiuse da tempo, come sale da ballo e discoteche.

Il calcolo dei fondi

Per calcolare a quanti soldi avrà diritto ciascuna attività si continuerà a fare riferimento al volume di affari mensile dei singoli interessati, e questo, secondo i calcoli del governo andrà a coprire in media il 40% del fatturato mensile di ogni attività (ma se è passibile di scetticismo l’assegnazione dei coefficienti, sarà così anche per il reale impatto dell’indennizzo sui singoli). Si stima che ai ristori a fondo perduto avranno accesso 350mila attività a partita Iva, identificate tramite codice Ateco. Per quel che riguarda l’erogazione dei contributi, a chi aveva già presentato domanda entro agosto 2020, l’accredito del ristoro arriverà in una settimana, con bonifico dell’Agenzia delle Entrate direttamente sul conto corrente. Chi invece non aveva usufruito della prima tornata di aiuti dovrà presentare domanda all’Agenzia, e dunque attendere qualche settimana in più.

I dubbi però non mancano: perché se da una parte non è imposta la chiusura totale alle attività ristorative, dall’altra è facile capire come alcune insegne non possono riconvertire il loro giro d’affari dall’oggi al domani, dirottando la propria clientela in una fascia oraria diversa da quella abituale. E questo per diversi motivi: esistono zone della città che vivono in certi momenti della giornata e non in altri, esiste un pubblico che si fa crescere e fidelizza nel tempo, esistono offerte tagliate su misura che non sono valide sempre e comunque; senza contare che durante il giorno le pause pranzo sono mediamente più veloci e frugali, quindi anche volendo immaginare che il pubblico si riversi in blocco al ristorante di giorno, di sicuro non godrà della stesso pasto (ergo non avrà lo scontrino medio) della sera. Senza parlare di attività che, per il loro tipo di offerta, sono prettamente serali come enoteche, birrerie e cocktail bar.

a cura di Livia Montagnoli

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