Il suicidio di Taku Sekine, all’apice del suo successo professionale, scuote la scena gastronomica francese. Di recente, il cuoco giapponese d’adozione parigina era stato coinvolto in uno scandalo scoppiato a mezzo stampa. Ecco chi è stato.
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Addio a Taku Sekine. Lo scandalo

Non aveva neppure 40 anni, Taku Sekine. Li avrebbe compiuti a breve, nel pieno di un successo professionale che ne aveva fatto uno dei nomi di riferimento della moderna ristorazione parigina. Gli ultimi mesi, però, l’avevano visto protagonista sotto ben altri riflettori, al centro di uno scandalo rivelato durante l’estate dal magazine francese Fou de Cuisine, che prendeva posizione contro uno chef – in prima battuta, mantenendone l’anonimato – a proposito di molteplici accuse di molestie e comportamenti misogini sul posto di lavoro. Il 6 settembre scorso, per la prima volta, il nome di Sekine era stato direttamente collegato allo scandalo dal sito Atabula, con l’accusa, secondo la testata francese, “di violenze ai danni di numerose donne, e in partenza dalla Francia per rientrare in Giappone”. Solo qualche giorno più tardi, sulle pagine di Vanity Fair France, Sekine smentiva il suo coinvolgimento, corroborato dal supporto dei suoi collaboratori più stretti. A distanza di qualche settimana, nel giorno in cui è scioccante registrare il suicidio dello cuoco, si apprende che la vicenda aveva gettato Sekine in un profondo stato di depressione e prostrazione.

Le accuse della compagna

A comunicarlo, dando notizia della morte dello chef, è la sua compagna Sarah Berger, che parla di cause “non ordinarie, né accidentali”, scagliandosi contro la stampa di settore francese, contro la loro “malizia” e contro “la mancanza di rispetto ed etica professionale nel non considerare la presunzione di innocenza”. “Non si sono mai presi la briga di contattarlo direttamente.” prosegue la Berger “Privato del diritto di esercitare il suo talento, Taku Sekine, che viveva per la cucina, negli ultimi due mesi era caduto vittima di una profonda depressione”. Nel comunicato ufficiale diramato per annunciare la morte dello chef, la famiglia smentisce inoltre la “fuga” in Giappone, riportando l’immagine di un uomo intimamente colpito nel suo senso della dignità. Ma al di là dei fatti di cronaca e dell’affaire #metoo alla francese, che proseguirà nelle sedi giudiziarie più idonee (e nel frattempo si amplia a comprendere altri attori), cos’è stato Taku Sekine per la ristorazione parigina degli ultimi anni?

Un piatto di Taku Sekine

La carriera di Taku Sekine. Da Dersou a Cheval d’Or

Natali giapponesi, arrivato in Francia per proseguire i suoi studi di cucina, Sekine aveva lavorato nelle brigate di Alain Ducasse (già a Tokyo, nella cucina di Beige) ed Helene Darroze, prima di incrociare la strada del Clown Bar (dove Sven Chartier avrebbe, di lì a poco, dato fiducia a Sota Atsumi, anche lui in arrivo dal Giappone) senza tralasciare una breve parentesi da Saturne. Sekine si era innamorato della cultura gastronomica francese, e come altri giovani (e meno giovani) cuochi giapponesi arrivati a Parigi (certamente Atsumi, ma prima ancora pensiamo a Sinichi Sato e Atsushi Tanaka, o, per altri versi, a Katsuaki Okiyama con Abri) stava contribuendo a innestare spunti nuovi sul terreno molto fertile della moderna cucina d’autore parigina. Nel 2014, lo chef apriva Dersou, la sua prima avventura imprenditoriale, che due anni più tardi sarebbe stato premiato come migliore tavola del 2016 dalla guida Le Fooding.

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Il bancone di Dersou
Foto di Philippe Levy

Di Dersou era piaciuta subito l’atmosfera spettinata, l’approccio sperimentale alla cucina; e questo free style Sekine lo applicò per primo in città al pairing tra cibo e cocktail, con i drink di Amaury Guyot pensati come complemento ai piatti dello chef. Ma più di tutto, Parigi era stata conquistata dalla capacità di fondere il meglio delle due culture di appartenenza – quella di origine e quella di adozione – in una cucina personale, senza barriere o accostamenti impossibili.

L'entrata dello Cheval d'Or

Sull’onda del successo, nel 2019 apriva a Belleville lo Cheval d’Or (subito in lizza tra i migliori nuovi bistrot in città, per Le Fooding), in società con Florent Ciccoli. E Sekine scombinava nuovamente le carte, con la sua idea di “ristorante cinese”, calata ancora una volta in un contesto decisamente originale: facciata da dopolavoro operaio, spazio minimalista all’interno e una cucina panasiatica giocata tra classici dell’immaginario popolare e pietanze orientali di ispirazione creativa, in doppia formula piattini per accompagnare un calice di vino o porzioni più generose, sempre cariche di sapori e ingredienti esotici.

Le reazioni del mondo enogastronomico

Nel frattempo, arrivano le prime reazioni degli addetti ai lavori, nell’ambito di una vicenda che sicuramente scuoterà le coscienze della stampa francese di settore, in attesa che fatti oggettivi si sostituiscano al chiacchiericcio da gossip che ha imperversato negli ultimi mesi. Molto duro, a riguardo, è il messaggio di Alexandre Cammas, direttore editoriale di Le Fooding. Lapidario l’attacco: “In questa vicenda drammatica e spaventosa hanno perso tutti“, scrive Cammas “Il figlio di Taku, suo padre e la verità. Le potenziali vittime, un colpevole. Le vittime di violenza in generale, che hanno bisogno di coraggio per denunciare. La stampa, un’opportunità per fare luce con serietà. I ‘piromani’, una ragion d’essere. Il nostro piccolo milieu, un altro po’ della sua dignità. E la cucina, un grande chef“. Partendo da queste amare considerazioni, però, Cammas ribadisce l’urgenza di portare alla luce la verità: “Non dobbiamo fermarci qui. Non possiamo mettere da parte le testimonianze delle donne che hanno denunciato (non così anonime nella nostra cerchia). Tutti avranno perso una volta di più se questo fosse stato per niente.” La speranza, dunque, è che la giustizia possa sostituirsi alla voce dei giustizialisti, perché la comunità gastronomica possa imparare qualcosa da questa vicenda, sulla strada di una condanna netta alle violenze di ogni genere.

E l’appello è tanto più accorato in polemica con la decisione annunciata dal gruppo editoriale Mediapart, che nelle ultime settimane è stato più volte tirato in ballo a proposito di un presunto reportage d’inchiesta sulle violenze sessuali in cucina, in procinto di pubblicazione. All’indomani del suicidio di Sekine, le voci si sono fatte più insistenti, e l’attesa crescente. E ora Mediapart esce allo scoperto, confermando le indiscrezioni – “Sì, Mediapart lavorava da luglio, con una giornalista indipendente, Nora Bouazzouni, autrice del saggio Faiminism, when sexism comes to the table, a un’indagine su diverse accuse di violenza sessuale e di genere su Taku Sekine – ma sottolineando che l’inchiesta era ancora in corso e non giunta alla fase del contraddittorio, in cui Sekine avrebbe potuto rispondere, difendersi, confermare, negare le accuse. Di qui, la discussa (discutibile?) decisione: “In mancanza di un contraddittorio l’inchiesta non sarà pubblicata“. E la presa di distanze dal sito specializzato (il riferimento porta ad Atabula) che ha diffuso il nome di Sekine (e l’accusa di violenze sessuali, di cui Mediapart specifica di non essere a conoscenza) prima della conclusione dell’inchiesta. Il problema esiste, prosegue l’editoriale di Mediapart, è tangibile è la necessità di continuare a occuparsene, “ma solo nel rispetto dei principi basilari che inquadrano il lavoro giornalistico e dei valori etici che ci hanno sempre guidato“.

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a cura di Livia Montagnoli