La percezione che si sta diffondendo è che la fase acuta dell’emergenza in Italia sia alle spalle. È naturale che con questa percezione molte categorie vogliano rimettersi a lavoro e interrompere il bagno di sangue economico in cui versano. Tuttavia...
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L’orizzonte è un po’ meno nebbioso di qualche giorno fa. I dati del contagio – per quel che valgano le statistiche in una situazione simile – sembrano essere meno orribili. E gli step verso un ritorno se non a una normalità per lo meno a una operatività, sono finalmente da considerare. Probabilmente già dopo Pasqua alcune attività potranno ripartire, forse quelle industriali pesanti. Magari si consentirà anche l’apertura delle saracinesche per i fiorai o per le librerie. Le persone, però, verranno tenute bloccate a casa forse un altro mesetto e l’anno scolastico non riprenderà dando appuntamento a tutti in aula al prossimo settembre. Chiaramente saranno determinanti le novità sanitarie: se si troveranno cure affidabilissime o addirittura se si stringeranno i tempi per una vaccinazione di massa, lo scenario cambierà in maniera rapidissima. Ma se una immunizzazione (quasi) collettiva non sarà possibile per mesi o per anni, si dovrà giocoforza procedere a riaperture all’insegna di tanta tanta cautela.

La riapertura dei ristoranti

In questo scenario ci sono i ristoranti, i bar, le pizzerie, le pasticcerie. Esercizi chiusi da tempo che stanno conoscendo la loro crisi peggiore da sempre. Non solo per la terribile situazione attuale, ma soprattutto per l’impossibilità di avere visibilità e proiezioni sul futuro, l’impossibilità di pianificare il come riprendersi. Sia chiaro: parlare di cene fuori e caffè al bar quando i morti si contano ancora a migliaia può sembrare cinico, tuttavia far finta che questo problema non esista sarebbe altrettanto ingiusto.

Un clima di incertezza

In questo clima di incertezza, poi, si aggiungono le riflessioni sulle contromisure pubbliche le quali, per ora, si sintetizzano molto facilmente in una libertà (neppure  si capisce a decorrere da quando) di indebitarsi con le banche per pagare le imposte statali che sono state solo posticipate. Niente tasse abbuonate per recuperare un po’ del fatturato perduto, niente denari a fondo perduto per far passare a tanti la voglia di alzare bandiera bianca e gettare definitamente la spugna. Questo per il momento: altre misure arriveranno e magari si potrà migliorare.

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Il contesto di angoscia è il quadro ideale per dare spazio a imprudenze. A maggior ragione se queste imprudenze sono alimentate perfino da importanti associazioni di categoria: riapriamo, riapriamo subito, se riapre qualche azienda riapriamo anche noi il 15 aprile, hanno iniziato a chiedere organizzazioni e singoli ristoratori. Potrebbe essere una soluzione? Si potrebbe fare almeno nelle regioni dove l’emergenza appare essere piuttosto sotto controllo? O potrebbe essere solo un azzardo in grado di far passare il settore dalla padella alla brace?

ristorante chiuso

Se le opportunità di una riapertura precipitosa sono evidenti (si può iniziare, forse, a fatturare contando su quella parte di clientela non spaventata da eventuali focolai di ritorno), tuttavia può essere utile elencare anche i rischi. Abbiamo provato a sintetizzarli.

Sette punti su cui riflettere

1. La cassa integrazione

La cassa integrazione non è uno scherzo ed è da pesare in maniera molto molto seria. Perché? Perché è l’unica misura autenticamente a “fondo perduto” che ad oggi è stata offerta ai ristoratori. Io stato pago una buona parte dello stipendio dei tuoi collaboratori visto che tu imprenditore non stai lavorando. Tanti imprenditori grazie a questa misura hanno potuto difendersi un po’ meglio, limitare i danni e ancora lo stanno facendo in queste settimane. Non appena sarà data al settore la possibilità di riaprire però, questo significativo aiuto potrebbe diminuire o sparire.

2. Gli affitti

Molti imprenditori hanno subìto padroni di casa poco lungimiranti, ma altri invece hanno beneficiato di un dialogo civile e franco con i proprietari delle mura del loro ristorante o bar. Le rate di affitto in molti casi sono state sospese, ridotte di molto, posticipate in coda al contratto o altro. Tutto questo perché i ristoranti sono incontrovertibilmente chiusi per decreto. Non appena un decreto consentirà la riapertura dei ristoranti però, questi fragili accordi spesso verbali tra privato e privato potrebbero venire meno. Magari non tutti, magari alcuni padroni di casa continueranno ad avere empatia con i loro affittuari capendo che la riapertura non è da considerarsi di certo a regime, ma altri potrebbero a quel punto ritornare sui propri passi: “adesso che hai riaperto, riprendi a pagarmi”.

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3. Gli aiuti

Abbiamo detto che per ora gli aiuti sono aiuti fino a un certo punto. La liquidità che forse arriverà, sarà una liquidità solo per chi vorrà e potrà indebitarsi – seppur a tassi bassi – per i prossimi 6 anni. Però altri aiuti arriveranno: fondi europei, bandi, incentivi e altro. Sarà la storia dei prossimi mesi. Ma tra qualche mese gli aiuti – magari finalmente a fondo perduto – arriveranno in ragione delle settimane di chiusura. Se sei stato chiuso un mese e mezzo ti aiuto in funzione di quello, se sei stato chiuso due mesi e mezzo cerco di aiutarti di più. Il mese di differenza – quello di una apertura precipitosa – è il delta di cui stiamo parlando cercando di capire se il gioco vale o non vale la candela. Si potrà replicare: avrò meno aiuti, ma almeno riprendo a lavorare e a fatturare. Già, ma quanti sarebbero stati quegli aiuti? E quanto sarà il reale fatturato delle prime settimane dopo la riapertura in presenza di una emergenza non del tutto dimenticata nella testa dei clienti? Le previsioni su questi due numeri sono la risposta di questa partita.

4. I clienti e le loro paure sanitarie

Questo è un po’ il punto nodale. Molto brutalmente e schematicamente: si riaprono i ristoranti prima del tempo forzando un po’, i clienti percepiscono l’azzardo e la forzatura, non si fidano a uscire di casa e i ristoranti restano mezzi vuoti. Ma alla stessa maniera non hanno argini ai costi come invece hanno adesso: niente cassa integrazione, niente venirsi in contro con gli affitti, aiuti pubblici più contenuti perché comunque sei aperto. Aperto però magari senza una clientela sufficiente per giustificare l’apertura.

5. I clienti e le loro paure economiche

Questa potrebbe essere un’altra conseguenza da non trascurare. Aprire una settimana prima piuttosto che una settimana dopo potrebbe andare a incrociare una base clienti ancora disorientata, spaventata, non fiduciosa di avere informazioni e visuale chiara sul futuro. Il giorno 15 aprile un tot di italiani immaginerà, vista la grande crisi in arrivo, di perdere il lavoro. E dunque tenderà a evitare spese superflue. Il 15 maggio invece lo scenario potrebbe essere più chiaro, magari molti cittadini avranno conferme per le loro paure, ma altrettanti potrebbero avere le idee molto più chiare e tornare a potersi permettere il ristorante, magari non più due ma una volta a settimana. Che è assai di più di zero.

6. I rapporti con i fornitori

Ultima ma non ultima, una riflessione su un altro rapporto tra privato e privato: quello dei ristoratori coi loro fornitori. In queste settimane anche qui – salvo eccezioni – i due soggetti si sono accordati in maniera civile, con comprensione reciproca. In presenza di una riapertura precipitosa e dunque non capace di generare reale fatturato ma quasi esclusivamente costi, i ristoratori potrebbero aggiungere a quanto già elencato anche un deterioramento dei rapporti coi fornitori che potrebbero legittimamente pretendere di più e più velocemente di quanto si siano rassegnati a fare oggi.

Sei punti per riflettere e per offrire un contributo di dibattito a chi deve decidere – senza sbagliare, perché sarebbe un errore ferale – il corretto momento per far ripartire il comparto. Sei punti in cui volutamente abbiamo tralasciato gli eventuali rischi sanitari di una riapertura forzatamente anticipata (su questo saranno gli scienziati a dire) e volutamente abbiamo tralasciato le conseguenze, questa volta economiche, di una nuova ricaduta epidemica che porti a nuove chiusure.

7. Gli investimenti sulla sicurezza

La questione è forse un poco più marginale, ma vale la pena metterla tra le cose da considerare. Ci riferiamo degli investimenti in vista della riapertura. Non si parla soltanto di distanziare i tavoli, che può diminuire i coperti (e dunque comprimere i potenziali ricavi) ma non genera costi, ma proprio di dispositivi di sicurezza che potrebbero essere resi obbligatori al momento della riapertura. Pistole termiche per prendere la temperatura a dipendenti e clienti, presidi sanitari come centinaia e centinaia di mascherine (di che tipo? Alcune sono in commercio a cifre vicine ai 100 euro oggi) e così via. Ecco: più la riapertura sarà precipitosa, più potrebbe essere lunga la lista di questi investimenti da fare. Investimenti tra l’altro difficili da ammortizzare nel tempo perché potrebbero – lo speriamo tutti – essere indispensabili solo per qualche settimana o per qualche mese.

 

a cura di Massimiliano Tonelli