La mega multinazionale Lactalis ha ufficializzato l'acquisizione di Nuova Castelli, grande società italiana di produzione e distribuzione di Parmigiano Reggiano (e non solo). Ecco perché non c'è nulla da temere, anzi...
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Gli italiani bravissimi a inventare e produrre, i francesi bravissimi a organizzare e gestire. Sarà una semplificazione folkloristica, ma tant’è. Nell’attesa che i due paesi cugini imparino vicendevolmente a fare un po’ meglio ciò in cui sono carenti, le rispettive economie, vicine e ricche di interconnessioni, si intrecciano individuando le loro complementarietà.

I francesi nelle eccellenze italiane

Succede in tantissimi ambiti. Quello più evidente è la moda dove praticamente tutto il meglio della produzione tricolore viene sovrainteso dalle grandi conglomerate capeggiate da Monsieur Arnault e Monsieur Pinault. Da Gucci a Fendi, da Bottega Veneta a Bulgari, da Loro Piana a Brioni. E per fortuna! Visto che imprenditori e capitalisti italiani hanno in passato dimostrato di non essere del tutto all’altezza della sfida globale che questi brand debbono potersi giocare. I numeri, poi, parlano da soli: grazie all’intervento francese le società hanno aumentato il fatturato, migliorato la produzione in termini di qualità e quantità, assunto più personale, rinforzato l’eccellenza artigianale che le contraddistingue e la reputazione del loro marchio.

Multinazionali francesi e settore agroalimentare

Nel settore alimentare, emblema dell’identità italiana come e più dell’industria della moda, l’ondata francese (ancora) non è arrivata in massa e il fantasticamente disordinato panorama produttivo del Belpaese ha solleticato l’interesse di gruppi spagnoli, tedeschi, svizzeri, inglesi, nord e sud americani oltre che di vari fondi di investimento. Ma, è inevitabile, i francesi arriveranno e, anzi, nello specifico del settore lattiero caseario sono già arrivati grazie al gruppo Lactalis (gigante da 20 miliardi di fatturato) che oltre a Locatelli, Vallelata, Galbani, Invernizzi, Cademartori e Santa Lucia ha acquisito anni fa Parmalat, che notoriamente gli “italiani” avevano così ben gestito in passato da portarla alla bancarotta.

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Proprio la vicenda Parmalat (ma gli esempi potrebbero essere purtroppo molti altri) rende incomprensibile qualsiasi neo-sovranismo economico e produttivo all’insegna del “prima gli italiani”. La precedenza, nel gestire le aziende, i loro brevetti, le loro capacità e le ambizioni dei loro dipendenti, dovrebbe essere garantita a chi è bravo e in grado, indipendentemente dalla nazionalità.

parmigiano reggiano

Lactalis compra Nuova Castelli: le reazioni

Sorprende dunque la reazione di alcuni protagonisti rispetto all’acquisizione – una settimana fa sussurrata e da poche ore ufficializzata – di Nuova Castelli da parte della stessa Lactalis. Nuova Castelli (460 milioni di fatturato) è un importante player in termini sia di produzione che soprattutto di distribuzione di Parmigiano Reggiano e di altri formaggi. L’azienda era sul mercato da molto, ma nessun imprenditore italiano si è fatto sotto: alla fine si è mossa Lactalis che così rafforza ulteriormente la sua condizione di oligopolista nel comparto. Secondo Coldiretti – che invece di occuparsi della dannosissima dimensione lillipuziana delle aziende dell’agroalimentare italiano si concentra a criticare le aggregazioni – l’operazione sarebbe una “svendita” (ma il prezzo ancora non è noto!) e “rafforzerebbe l’egemonia francese mettendo le mani” (hanno scritto proprio così nel comunicato ufficiale: “le mani”!) “su prodotti italiani a denominazione di origine più venduti nel mondo, dal Parmigiano Reggiano al Grana Padano, fino al Gorgonzola, al Taleggio, alla Mozzarella di bufala campana e al Pecorino Toscano”. Ha purtroppo rincarato la dose anche il ministro Centinaio, probabilmente ignaro dei benefici che la gestione francese ha apportato in altri settori del made in Italy: secondo lui “non possiamo permetterci che sempre più mani straniere controllino i prodotti italiani. La nostra storia va preservata, i nostri marchi storici devono rimanere dentro i confini nazionali”. Torna la retorica delle “mani”, totalmente insensata a livello economico, ma molto suggestiva per gli elettori, specie per quelli meno propensi ad informarsi davvero e ad approfondire.

Con ogni probabilità né Centinaio né la Coldiretti erano a conoscenza del fatto che la Nuova Castelli era già “nelle mani” straniere visto che dal 2014 la proprietà era di uno storico fondo di private equity londinese: Charterhouse. Insomma una “eccellenza” del made in Italy in pugno a speculatori finanziari va bene, la stessa “eccellenza” finalmente gestita da un gruppo industriale rappresenza un mezzo scandalo da cui “difendersi”.

Spiace anche leggere autentiche tirate terroristiche. Coldiretti, infatti, ha addirittura agitato lo spettro della “delocalizzazione”. Peccato che il disciplinare del Parmigiano Reggiano sia molto chiaro e non permetta una produzione fuori dalle aree prestabilite: si tratta semmai solamente di controllare e supervisionare (ed eventualmente sanzionare le anomalie) ed è questo il ruolo che dovrebbe avere il Governo, non certo quello di “preservare” e “tutelare” in una continua coazione a ripetere un gioco in difesa che genera conseguenze economiche per definizione nefaste.

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Al di là del vittimismo

Chiaramente tutto potrà succedere e nessuno può escludere che la multinazionale francese inizi a comportarsi male, a attuare forzature, a spingere su assai improbabili modifiche al disciplinare facendosi forte della sua influenza. Ma al di là di ricostruzioni suggestive, l’esperienza ci insegna che questi grandi investitori industriali hanno tutto l’interesse nel migliorare il prodotto, nel trattare bene le maestranze, nello specializzare la produzione, nel combattere contro i falsi e nell’aumentare complessivamente il valore del loro investimento. Con tutti i benefici del caso per i dipendenti, per i territori e per la qualità del prodotto. Oltre che degli investitori stessi, beninteso. Così è successo nella stragrande maggioranza dei casi e non c’è che da augurarsi che così succederà anche questa volta. In attesa che gli italiani imparino a irrobustirsi imprenditorialmente e che il novero delle “nostre” multinazionali di produzione alimentare superi le dita di una mano (Ferrero, Barilla e poco altro se si parla di fatturati significativi), sarà il caso di considerare le “mani” straniere come una benedizione e non come una minaccia. E occorrerebbe modulare le dichiarazioni per evitare che i capitali internazionali scappino via.

In questa direzione, di buon senso appaiono le dichiarazioni di Confagricoltura (“nessun rischio delocalizzazione. Sono processi del tutto normali nel mercato unico europeo…”) e del Consorzio del Parmigiano Reggiano: “anche a noi piacerebbe che i nostri soci, specie i distributori, siano al 100% italiani; tuttavia se gli stranieri vengono da noi ad investire significa anche che siamo forti”. Insomma, qualcuno che rifugge la strada della demagogia o del terrorismo economico c’è ancora…

 

a cura di Massimiliano Tonelli