Si chiama Wuhan, Wet Market l’opera digitale dell’artista John Craig Freeman, che il progetto l’ha avviato nel 2016, ignaro di quel che sarebbe accaduto. Oggi la sua esplorazione del mercato cinese di Wuhan si rivela molto attuale. E permette a tutti di scoprire la storia di un luogo diventato capro espiatorio di tutti i mali.
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I wet market sul banco degli imputati

Il nuovo allarme arriva da Pechino. Il focolaio che ora si cerca di tenere sotto controllo è stato individuato nel mercato di Xinfadi. Stavolta non un wet market – come il pregiudizio ormai sviluppato nei confronti dei caratteristici mercati asiatici vorrebbe – ma un imponente centro all’ingrosso di frutta e verdura. Il più grande della città, e dunque fulcro nevralgico del commercio di Pechino, per questo frequentatissimo dalle persone più disparate, e dunque naturalmente a rischio, senza colpe specifiche di sorta. Diversa è la querelle scaturita dalla gestione cinese dei wet market (che, ricordiamolo, non sono presenti solo in Cina: nello stato di New York, per citare un contesto decisamente diverso, il Dipartimento dell’agricoltura ne conta almeno 80, peraltro in vicinanza di scuole, parchi, quartieri residenziali, in violazione di legge). In tutto il mondo si moltiplicano le petizioni per chiudere o regolamentare i cosiddetti mercati umidi, per problematiche rese più stringenti dall’emergenza Covid-19, ma già note e annose, come la difficoltà di garantire le più comuni norme igieniche e la crudeltà inflitta agli animali, stipati in spazi angusti in attesa di essere macellati sul posto.

La Cina, i wet market e il commercio di animali selvatici

In Cina la questione è strettamente connessa al diffuso consumo di animali selvatici. In piena emergenza sanitaria, come già annunciato in passato in analoghe situazioni di crisi, il Governo si era impegnato a vietarne definitivamente la vendita e il consumo. Ma è notizia degli ultimi giorni il tergiversare dell’Assemblea Nazionale sulla trasformazione in legge di un provvedimento che, imposto temporaneamente fino ad aprile scorso, ora ha già cessato di esercitare un divieto. Il motivo è presto detto, e fa capo a interessi economici: in Cina il consumo degli animali selvatici vale 18 miliardi di dollari e impiega oltre 6 milioni di persone, soprattutto in zone rurali. A questo si aggiunge la frequentazione abituale dei wet market da parte di un gran numero di persone, nonostante ormai ben oltre il 50% della popolazione cinese si dichiari contraria al consumo di animali selvatici. Dunque il Governo temporeggia, annunciando ora l’intenzione di voler studiare nel dettaglio le regole vigenti per modificarle con più cognizione di causa. Risultato: difficilmente, prima di un anno, si arriverà alla formulazione di un divieto per legge, con la possibilità che la priorità del momento finisca nel dimenticatoio, come avvenuto nel 2003 dopo la Sars.

Banco della carne al mercato di Wuhan

Esplorare il wet market di Wuhan. Dal telefonino

Al capitolo wet market, però, fa capo anche un’affascinante tradizione culturale, che rischia di essere oscurata dalla (sacrosanta) necessità di stabilire regole certe per garantirne la sopravvivenza in sicurezza. Ed è su questo aspetto, scavalcando il ruolo di capro espiatorio assunto dai wet market negli ultimi mesi, che si sofferma il curioso progetto digitale dell’artista americano John Craig Freeman. Curioso innanzitutto perché incentrato in tempi non sospetti proprio sul mercato di Wuhan, prepotentemente entrato nelle cronache internazionali. Del resto il mercato di Wuhan, nel distretto dell’Hubei, è il wet market più grande della Cina centrale, vanta 50mila metri quadrati di estensione e riunisce oltre mille venditori di frutta, verdura, carne, pesce e animali vivi, selvatici e non. Queste caratteristiche devono aver attirato, nel 2016, l’interesse dell’artista, che in un anno di lavoro ha raccolto un’incredibile quantità di foto scattate tra i banchi del mercato per ricavare una rappresentazione virtuale e tridimensionale del luogo, sfruttando i principi della fotogrammetria.

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Banco del mercato di Wuhan

Dunque ora il mercato di Wuhan può essere esplorato online (e gratuitamente) tramite il proprio smartphone, accedendo all’app AllWorld.io (compatibile solo con dispositivi mobile iOS). Dietro al progetto non c’è nulla di pruriginoso e la perlustrazione non vuole in nessun modo assumere una valenza indagatoria, come conferma Freeman: “Infierire su questa antica città e sui suoi costumi locali non risolverà in alcun modo i problemi legati alla pandemia globale. Solo la scienza può farlo”. E invece l’opera indugia sul gusto del racconto, e sull’opportunità di esplorare realtà storiche e tradizionali attraverso la tecnologia più avanzata, offrendo così a chiunque la possibilità di viaggiare senza spostarsi. Ma ha anche una valenza antropologica e sociale, perché documenta i rapidi cambiamenti di una cultura rurale chiamata a convivere con la modernità di una grande metropoli. La sua divulgazione, ora, colloca la rappresentazione in un momento storico inedito: “Ognuno di noi, in ogni parte del mondo, ha sentito parlare di Wuhan negli ultimi mesi. Ma nessuno, finora, è riuscito a dare un volto a quella realtà. A far coincidere un’immagine con il luogo” spiegano gli ideatori della piattaforma AllWorld.io, nata per rappresentare le possibilità della realtà aumentata nel futuro dell’arte. Per questo, “Wuhan, Wet Market è un progetto importante. La prima opera di una nuova era per l’arte, una nuova era per la tecnologia e molto probabilmente per l’umanità”.