Rosa-ae 2018 Torre dei Beati: ecco come nasce il miglior rosato d'Italia. Intervista a Fausto Albanesi e Adriana Galassi.
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Miglior vino rosato 2020 per la Guida Vini d’Italia Gambero Rosso

Il calendario alla parete segna 1999 quando Fausto Albanesi e Adriana Galassi decidono di gestire i vigneti di famiglia posti a Loreto Aprutino. Lui è un ingegnere elettronico marchigiano, lei una commercialista abruzzese con poca esperienza rurale ma tanto slancio nel confronto inedito con una materia viva e mutevole quale il vino. I primi passi furono un’immediata conversione al biologico e poche bottiglie ricavate da uve montepulciano, vinificate nel casolare tra i vigneti. Dopo 20 anni quello che sembrava un appassionante diversivo si è tramutato nella loro attività principale. Investimenti continui, progetti chiari in testa, senso della misura ne hanno fatto di Torre dei Beati una delle realtà più brillanti dell’intera regione. Trebbiano, pecorino e montepulciano le cultivar alla base della loro gamma produttiva. Il loro Cerasuolo d’Abruzzo Rosa-ae è il Rosato dell’anno per Vini d’Italia 2020.

Miglior rosato dell'anno - i produttori

Fausto e Adriana, dateci prima qualche ragguaglio produttivo. Come nasce il vostro Cerasuolo d’Abruzzo Rosa-ae?

Tutto nasce dalla nostra vigna di montepulciano, piantata nel 1972 ai piedi del Gran Sasso, ad appena 20 km dal mare. La zona di Loreto Aprutino viene comunemente definita molto vocata, e l’intenzione è fare un vino che rispetti la tipicità del Cerasuolo, nel colore, nella freschezza e nella struttura. Per questo, data anche l’inedita variabilità climatica delle ultime stagioni, riteniamo limitante schierarci nel “partito” della vinificazione in bianco o in quello del salasso, che sembrano dividere i produttori anche in questa regione. Nella mediazione tra i due approcci, modulata secondo le caratteristiche stagionali, crediamo si possa piuttosto trovare il migliore equilibrio in ogni annata.

Miglior rosato d’Italia. Ve l’aspettavate?

Il nostro Cerasuolo è un vino da anni molto apprezzato sia dalla critica sia dai clienti. Però un premio così è difficile aspettarselo. È stata una sorpresa bellissima. Ed è molto bello che questo premio sia venuto in Abruzzo.

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Dal vostro punto di vista qual è la condizione attuale della denominazione Cerasuolo d’Abruzzo e quali le potenzialità?

In molti mercati c’è sicuramente un problema di identità, legato all’handicap di non poter nominare in etichetta il vitigno di origine, il montepulciano. Ciò causa ambiguità che rendono chiara l’urgenza di intense attività promozionali. Troviamo difficile parlare di qualcosa che non possa essere identificato con un nome (stiamo parlando del secondo vitigno a bacca rossa d’Italia). A dispetto di questo, rileviamo un interesse crescente, nel mercato dei vini di qualità – in Italia e all’estero – per il Cerasuolo, se espresso nelle forme più tradizionali e non snaturato a imitazione di rosati internazionali lontani dalla nostra storia. Un peccato rinunciare a una identità così forte.

Chi compra il vostro Rosa-ae? Rimane sul territorio nazionale o finisce all’estero?

Vendiamo all’estero circa il 40% del Cerasuolo, e una buona quantità persino in Francia! In certi mercati il consumo di Cerasuolo segue le sorti del rosato, ed è perciò legato principalmente alla stagione estiva. Cerchiamo di disinnescare questa tendenza mettendo tra l’altro il vino in bottiglia scura, per segnalare che il Cerasuolo può essere facilmente svincolato da questo limitativo orizzonte temporale.

Siete in un territorio di grande vocazione: massicci montuosi in fronte a voi, mare Adriatico alle spalle, clima benevolo. Quanto ha inciso quest’aspetto nella vostra decisione, presa molti anni fa agli albori della vostra impresa, di aderire convintamente ai dettami dell’agricoltura biologica?

Veniamo da altre esperienze professionali, e all’inizio lo slancio verso il biologico fu semplicemente istintivo. Col passare degli anni, ormai venti, l’esperienza (esperienza “sul campo”) è cresciuta molto, e abbiamo iniziato a comprendere a poco a poco l’importanza della zona di coltivazione. La nostra è effettivamente fortunata. Il biologico non è affatto facile, come si sente dire a volte da voci false anche di qualche collega. Richiede investimenti notevoli, dedizione continua e grande sensibilità. Troviamo sconcertanti gli attacchi che vengono portati di recente a questo tipo di coltivazione.

Negli anni avete dedicato molti sforzi sull’espressività di sole varietà locali. Oggi siete tra le realtà di maggior rilievo e avete una gamma solida e di altissima qualità media. Considerate di aver concluso il percorso di ricerca o ci sono percorsi inesplorati su cui pensate d’avventurarvi?

La nostra è una grande passione trasformatasi negli anni in un bellissimo lavoro. La passione è come un sogno: si alimenta, senza saperlo, del passato mentre ci apre in modo tuttora misterioso la strada dei giorni a venire. Ci piacerebbe iniziare a caratterizzare in modo più puntuale i nostri vini, sempre da varietà locali, in base alla collocazione geografica dei vigneti, specie ora che abbiamo investito in un altro territorio bellissimo, sempre in provincia di Pescara, ma di fronte alla Majella, l’altra grande mamma della regione. Se ci guardiamo alle spalle ci sembra tutto un miracolo, e pensiamo sempre che questo miracolo continui.

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Torre dei Beati – Loreto Aprutino (PE) – Contrada Poggioragone – +39 085 4916 0690 –  www.torredeibeati.it

a cura di Pierpaolo Rastelli

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