Il rapporto Istat 2019 evidenzia la triste situazione salariale di chi è impiegato in agricoltura in Italia, soprattutto a causa del lavoro irregolare. Sul fronte imprenditoriale, però, saranno i giovani a fare la differenza. A patto che la burocrazia non gli complichi la vita.
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Quanto paga lavorare in agricoltura?

Cosa significa lavorare in agricoltura in Italia, oggi? Non è un bel segnale quello che arriva dalla lettura dei dati Istat relativi al 2019, trasmessi di recente alla Commissione Lavoro del Senato per affrontare il tema del salario minimo. A questo proposito, le stime di contabilità nazionale operato dall’Istat evidenziano due settori dell’economia all’ultimo posto della scala di valore per retribuzione oraria minima: lavori domestici e agricoltura. Peggio del settore agricolo – dove la retribuzione lorda per ora lavorata è di 9,2 euro – insomma, fa solo la voce relativa ai servizi domestici presso famiglie che assumono il ruolo di datori di lavoro, corrispondendo 7,3 euro lordi in media, all’ora. “Tali valori si confrontano con un livello di 17,1 euro per il totale dell’economia, con un differenziale che conferma come questi due comparti siano, in assoluto, quelli nei quali la retribuzione oraria è più bassa“, specifica il resoconto Istat. Il dato è aggravato dalla variabile del lavoro irregolare: proprio il persistere di ampie sacche di retribuzioni in nero, nell’uno e nell’altro settore, contribuisce ad abbassare ulteriormente la paga media oraria. La piaga del lavoro irregolare pesa sul comparto agricolo mantenendo una quota pari al 39,7% (di nuovo: peggio fanno solo i lavori domestici). Ed ecco spiegato il divario tra la retribuzione media oraria stimata per il lavoro regolare in agricoltura – pari a 10,9 euro – e i dati presentati dall’Istat.

Giovani agricoltori alla riscossa

D’altro canto, però, mentre aumentano le realtà impegnate nel processo di emancipazione della manodopera agricola dal lavoro irregolare e dal caporalato – le potenzialità di investire nelle campagne italiane sembrano attrarre un numero sempre maggiori di giovani. Ed è dunque il rinnovamento del sistema imprenditoriale agricolo la scommessa più grande su cui puntare per auspicare una rivoluzione che faccia bene a tutti, dai lavoratori impiegati nel settore ai territori destinati a rinascere con l’energia di nuove idee e investimenti sostenibili, sotto il profilo economico, occupazionale e – non meno importante – ambientale. Secondo i dati forniti da Coldiretti in chiusura del 2020, negli ultimi cinque anni il numero dei giovani imprenditori agricoli è cresciuto costantemente, con un balzo significativo proprio nell’ultimo anno: Con oltre 55mila under 35 alla guida di imprese agricole e allevamenti, l’Italia –è leader europeo nel numero di progetti agricoli condotti da giovani. Alla luce del Report Istat 2019, l’interesse dei giovani per l’agricoltura è un dato ancor più incoraggiante: il rapporto registra la fuga all’estero di 28mila laureati (parliamo ovviamente di un mondo pre Covid), a fronte di 3 miliardi di euro spesi dallo Stato per garantire loro un’istruzione completa. “A spingere i giovani ad emigrare” sottolinea Coldiretti Giovane Impresa “è spesso la mancanza di opportunità sul territorio nazionale, dove a frenare lo spirito di iniziativa è sovente la diffidenza verso il mondo giovanile e, soprattutto, la burocrazia. In questo scenario l’agricoltura rappresenta una speranza e una risorsa per le nuove generazioni”. E il settore, non a caso, si muove in controtendenza rispetto al dato generale.

Il peso della burocrazia

Importante, dunque, non sottovalutare le falle del sistema: “Oltre un giovane italiano su due, fra i quasi 39mila che hanno presentato domanda per l’insediamento in agricoltura in Italia si è visto respingere il proprio progetto imprenditoriale a causa degli errori di programmazione delle amministrazioni regionali, con il rischio di perdere i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea”, spiegano dal quartier generale dei giovani di Coldiretti. Il fatto che buona parte dei progetti ascrivibili agli under 35 che investono nella terra presuppongano un impegno volto a riabilitare le economie territoriali, diminuire l’impatto ambientale e produrre qualità, non fa che confermare che i giovani potranno essere la forza del cambiamento. Perché di agricoltura non si parli più in termini di ultimo anello di valore della catena occupazionale.

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 a cura di Livia Montagnoli