In virtù dell’emergenza coronavirus, il Ministero delle Finanze ha spinto per un taglio significativo dell’aliquota che regola la cessione di cibi e bevande in ambito ristorativo, finora al 22%. Equiparando servizio di asporto e delivery alla somministrazione, come conferma l’emendamento alla Legge di Bilancio 2021. Ultimo step: l’approvazione della manovra.
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La Legge di Bilancio 2021 è al vaglio di Camera e Senato. Prima di Natale dovrebbero concludersi i lavori a Montecitorio, perché il testo possa passare l’ultima formalità con l’approvazione di Palazzo Madama entro il 31 dicembre. Più laboriosa è stata, nei giorni scorsi, l’approvazione degli emendamenti alla manovra, che quest’anno deve tenere conto della crisi aperta dalla pandemia, e dunque dispensa numerosi incentivi a tutela delle categorie più colpite dalla crisi. C’è anche un bonus chef, che si aggiunge ai ristori previsti per la ristorazione a più riprese, dal mese di ottobre in poi, per far fronte alle ripetute e prolungate chiusure e alle restrizioni imposte al settore, non ultimo il drammatico stop sancito per il periodo delle feste natalizie, in tutta Italia.

Iva per asporto e delivery al 10%. Gli ostacoli

Fermo restando che tutte le disposizioni previste del testo diventeranno ufficiali sono dopo il passaggio alle Camere, che potrebbe comportare alcune modifiche, tra le misure utili a sgravare il comparto ristorativo c’è anche la decisione di portare al 10% l’Iva per cibo d’asporto e a domicilio, finora fissata al 22%. L’emendamento a riguardo, approvato lo scorso 20 dicembre, fa chiarezza su un iter piuttosto burrascoso, che ha visto contrapporsi Ministero delle Finanze e Agenzia delle Entrate fino all’ultimo secondo. Oggetto del contendere: la differenza tra somministrazione e cessione di cibi, impugnata dall’Agenzia delle Entrate come discrimine per concedere o meno lo sgravio fiscale. Nonostante il via libera all’aliquota agevolata sia per asporto che per consegna a domicilio accordato dal MEF in considerazione dell’emergenza che stiamo vivendo, infatti, l’Agenzia delle Entrate, in data 14 dicembre, si dimostrava rigida nel ribadire che solo al cibo in somministrazione – dunque consumato al tavolo di un ristorante o al bancone del bar – può applicarsi l’iva al 10%.

La riduzione dell’aliquota per aiutare la ristorazione

Opposta l’idea del Ministero (e in particolare di Alessio Mattia Villarosa, sottosegretario al MEF ed esponente del M5S, con la proposta avanzata lo scorso 18 novembre in Commissione Finanze della Camera): per incentivare i consumi e agevolare i ristoratori nel proporre il servizio di asporto e delivery, fondamentale dovrebbe essere equiparare al livello più basso le aliquote dei servizi di somministrazione e cessione (il taglio dell’Iva per dare respiro alla ristorazione, per esempio, è stata una delle prime misure adottate dalla Germania dopo il lockdown di primavera, con una riduzione dal 19 al 7% sulla somministrazione di cibo, bevande escluse, per un anno a partire da luglio 2020). L’emendamento approvato dalla Commissione Bilancio della Camera ha dato ragione al Ministero delle Finanze, con una norma di interpretazione autentica che inserisce “piatti pronti e pasti che siano stati cotti, arrostiti, fritti o altrimenti preparati in vista del loro consumo immediato, della loro consegna a domicilio o dell’asportonella lista dei casi a cui è applicabile l’Iva agevolata (articolo 8, comma 1 del pacchetto emendamenti approvato il 20 dicembre 2020). Dunque resterebbero escluse bevande e le tipologie di beni che non presentano le caratteristiche indicate, perché la norma non assimila asporto e consegna a domicilio alla somministrazione, piuttosto ammette un’eccezione alla regola. Tra i benefici dell’operazione, però, ci sarebbe anche la retroattività del provvedimento, in quanto dipendente da una norma di interpretazione autentica, che di fatto è una interpretazione con forza di Legge di norme già esistenti (a differenza di una vera e propria modifica normativa).

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Il sistema vigente

Il sistema vigente fa ancora riferimento al Dpr 633 del 1972, che stabilì di applicare a chi opera nella ristorazione un’imposta sul valore aggiunto differente in base al servizio prestato: aliquota ridotta al 10% per la somministrazione; aliquota ordinaria al 22% o corrispondente all’aliquota della specifica tipologia alimentare in oggetto per la vendita di cibi e bevande. Ma quali sono e come sono cambiati i confini della somministrazione? L’emergenza coronavirus ha spinto ad affrontate il problema di petto, con il Ministero intenzionato a superare ogni dubbio interpretativo a vantaggio dei servizi di ristorazione tout court, che comprendono anche – e ora più che mai – asporto e delivery. Una riduzione di 12 punti percentuali potrebbe rivelarsi cruciale in questo difficile passaggio d’anno, ancora tanto incerto per il futuro della ristorazione.