L’ultima analisi dell’agenzia Cerved non fa che confermare l’aggravarsi della pericolosa prossimità tra mafia e ristorazione, con la prima che individua nella seconda un’ottima opportunità per riciclare denaro sporco. La pandemia mette sempre più attività davanti al rischio di usura e cessione dell’impresa alla criminalità.
Pubblicità

I campanelli d’allarme ormai sono ripetuti, e più frequenti. Da mesi, e con un sentimento d’urgenza sempre maggiore, gli analisti delineano un futuro a tinte fosche per la ristorazione italiana, in balia della malavita organizzata e ora più che mai disarmata davanti all’offerta di cedere l’anima al diavolo. Il settore è da sempre terreno fertile per gli investimenti criminali, e la grave crisi imprenditoriale determinata dal deflagrare della pandemia ha peggiorato la situazione.  A oggi, le inchieste condotte nelle Direzioni distrettuali Antimafia di tutta Italia non fanno che confermare l’aggravarsi di un rapporto pericoloso, sempre esistito, tra mafia e ristorazione, con la prima che individua nella seconda un’ottima opportunità per riciclare denaro sporco. A questo proposito, lo scorso maggio, Coldiretti pubblicava i dati del rapporto Agromafie dell’Organismo di Monitoraggio delle infiltrazioni criminali sull’emergenza Covid, fotografando l’immagine di un’Italia in cui 5mila ristoranti sono in mano alla criminalità, con “l’agroalimentare diventato una delle aree prioritarie di investimento della malavita”, per un giro di affari del valore di 24,5 miliardi di euro (considerando non solo la ristorazione, ma anche agricoltura, allevamento e distribuzione alimentare).

15mila ristoranti a rischio infiltrazione mafiosa

L’ultimo bollettino di guerra in ordine di tempo lo stila Cerved, agenzia di informazioni commerciali di base a San Donato Milanese. Un dato, su tutti, è quello che denuncia il numero crescente di attività a rischio: dopo quasi un anno di traversie e senza certezze per il futuro, sono 15mila i ristoranti che rischiano infiltrazioni criminali. “Numeri prudenti”, fa sapere l’agenzia aggravando il peso dell’analisi, frutto di una somma matematica di immediata comprensione: alle 6mila imprese della ristorazione già travolte da interessi illeciti, si aggiungono circa 9mila attività rese vulnerabili dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria. Di queste, un numero maggiore si concentra nel Lazio (che supera le 2mila imprese a rischio), seguito da Lombardia (con 1370 realtà in pericolo) e Campania (dove il computo delle attività in bilico supera le mille unità). Le cause? In primo luogo la mancanza di liquidità per fronteggiare le spese necessarie a mantenere in piedi l’attività: la percentuale di mancati pagamenti nel comparto ha raggiunto il 73% contro il 45% di media (nel picco di maggio) del resto delle PMI, mentre secondo le stime i ricavi subiranno quest’anno un crollo del 56%. “L’emergenza da Covid19 ha introdotto nuovi rischi di riciclaggio e ne ha accentuati altri già presenti – spiega Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved – La crisi economica seguita alla pandemia rappresenta infatti un terreno fertile per la criminalità, che grazie all’ampia disponibilità di denaro contante derivato da attività illegali può acquisire facilmente la proprietà o il controllo di società in difficoltà finanziaria”.

Usura e compravendita a prezzi stracciati

Una conferma calata sul territorio arriva proprio negli ultimi giorni dall’Unione del commercio di Milano, che insieme alla piattaforma Mine Crime ha realizzato uno studio che evidenzia il rischio di usura ed estorsioni ai danni delle imprese di ristorazione nelle province di Milano, Monza e Lodi. Stando ai dati dell’indagine, mentre diminuisce il numero delle aziende disposte a fare credito e aumenta l’indebitamento bancario, la criminalità ha gioco facile nel proliferare: negli ultimi cinque mesi, nei territori presi in considerazione, sono aumentate dell’1% le proposte di aiuto economico da parte di sconosciuti. Questo significa che il 4% delle imprese di ristorazione hanno ricevuto proposte di usura. O, in alternativa, proposte di acquisto dell’attività per un valore inferiore a quello di mercato. E, come da strategie di infiltrazione più che codificate, proposte di cessione di quote aziendali. Fenomeni in crescita, che danno adito a una sentenza preoccupante: un bar, un ristorante o un albergo dell’area milanese su cinque sono stati quindi contatti dalla criminalità organizzata.

Pubblicità