Sfarzoso, provocatorio, molto costoso. Ma nel segno di una cura maniacale per il dettaglio e la qualità.
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Alchemist. Il ristorante che vuole stupire con effetti speciali

Alchemist è uno di quei progetti di ristorazione che puntano sugli effetti speciali per coinvolgere gli ospiti in un percorso sensoriale che va ben oltre la semplice esperienza gastronomica. Un’idea che negli ultimi anni si è concretizzata a diverse latitudini del mondo – dal ristorante Under di Snohetta alla tavola ibizenca di Paco Roncero, all’Ultraviolet di Paul Pairet a Shangai, pioniere del genere – sempre sostenuta da grandi investimenti e sforzi progettuali, in fatto di architettura, design, apparati digitali. Alchemist è nato durante l’estate a Copenaghen, come seconda release di una ricerca già avviata un paio d’anni fa dal giovane chef Rasmus Munk, ad Arhusgade. Il nuovo locale, venti volte più spazioso del precedente, ha preso forma all’interno dell’ex complesso del Royal Danish Theatre, ripensato quasi fosse un planetario dove mangiare con gli occhi all’insù. Un’opera costata 15 milioni di dollari e finanziata dal magnate Lars Seier Christiensen, già investitore del Geranium, che ha coinvolto maestranze artigiane di alto profilo,  incluso il light designer italiano Enzo Catellani.

La sala planetario di Alchemist

Alchemist a Copenaghen. Un’esperienza esclusiva

Impiega 30 cuochi per i 40 ospiti accolti ogni sera, ma l’intrattenimento è affidato anche a una compagnia di attori presente in sala per accompagnare un’esperienza che si protrae per 4 ore, in cinque atti (e 50 assaggi). Costo della serata, pairing escluso: 340 euro a persona (ma con l’abbinamento alcolico o alcol free si può salire molto di prezzo). Cosa si mangia? L’approccio è debitore a quello (ingombrante) del Noma, che tiene le fila della ricerca gastronomica in città, e non solo. Ma c’è tanta sperimentazione sulla materia che ricorda soprattutto la scuola di Ferran Adrià, sempre centrale nel lavoro di Munk (spesso associato alla cucina molecolare), insieme a una certa propensione per la provocazione a tavola, elemento fondamentale della narrazione gastronomica del giovane chef danese già all’epoca del primo esperimento Alchemist (aperto nel 2015), che si è nutrito dall’inizio del dialogo tra arti visive, teatro, ricerca alimentare in chiave sostenibile. E infatti, anche nel nuovo locale, il tema del menu si protrae per tutto l’anno, assecondando il parallelismo con il teatro. Si comincia riflettendo sulla diversità, ispirandosi tanto ad Aristotele quanto a Brecht.

Rasmus Munk sceglie barattoli di verdure fermentate

La cena da Alchemist

Il tutto a definire un approccio “olistico” all’esperienza gastronomica, che non a caso è paragonata a un esercizio alchemico. L’idea di fondo è quella di far dimenticare agli ospiti la realtà, cominciando con l’ingresso, una volta varcato l’imponente portale bronzeo su strada, nella scenografica New York City Room, per arrivare al cuore del percorso, nel planetario, dove la cena spettacolo entra nel vivo, tra meduse fluttuanti e un’aurora boreale ricreata coi Led. Sotto i grandi schermi che proiettano immagini naturali quasi fossero una finestra sul mondo, si muove la brigata nella cucina a vista, che sparisce dal campo visivo quando gli ospiti sono invitati a mangiare bendati, in occasione di specifiche portate. La chiusura del lungo percorso, però, è affidata a una cerimonia tradizionale cinese del tè, da sorbire sotto al “cielo dorato” immaginato da Enzo Catellani. L’intenzione, senza nasconderlo, è quella di proporsi agli ospiti come il ristorante fine dining più ambizioso del mondo.

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www.alchemist.dk