I piatti in menu sono un’insolita fusione tra cultura gastronomiche apparentemente molto diverse tra loro: Messico e India, Etiopia e El Salvador, Irlanda e Russia. Con l’idea di valorizzare l’incontro a tavola e il ruolo dell’immigrazione alle origini della cultura americana. A un isolato di distanza dalla Casa Bianca di Donald Trump.
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Immigrant Food. Il ristorante che celebra l’immigrazione

Il progetto è di quelli che meriterebbero di essere raccontati per la bontà dell’idea e la capacità di metterla in pratica in modo efficace. Ma a garantirgli una risonanza internazionale è certamente la vicinanza con la Casa Bianca: un insolito rapporto di vicinato che mette solo un isolato di distanza tra la residenza ufficiale del presidente americano Donald Trump e il ristorante aperto un paio di settimane fa da Enrique Limardo e Peter Schechter a Washington D.C., con l’idea di raccontare le cucine del mondo e fornire un punto di incontro e supporto per gli immigrati in America. Di sicuro non il primo progetto del genere negli Stati Uniti che negli ultimi anni hanno visto crescere il dissenso per una politica provocatoria e sfrontata nei confronti dell’immigrazione, che pure è una risorsa importantissima per la ristorazione, come dimostra il gran numero di stranieri impiegati nel settore sul suolo americano. Ma certo il più vicino, ironia della sorte (i fondatori chiamano in causa la serendipity, un felice imprevisto), al principale fautore della linea dura contro gli immigrati, Donald Trump.

Tavola apparecchiata con piatti, Immigrant Food Washington

Incontri insoliti tra cucine del mondo

A credere nel progetto Immigrant Food, come recita esplicitamente l’insegna del nuovo ristorante, è stato per primo uno chef già molto noto in città, il venezuelano Enrique Limardo, qui alle prese con un format fast casual, che in cucina si propone di riunire più stimoli gastronomici, per evidenziare come la tavola americana sia frutto dell’incontro tra più culture. La formula scelta è quella del piatto unico che mixa, di volta in volta, almeno due tradizioni gastronomiche molto diverse tra loro, partendo dal piatto simbolo del locale, che rappresenta le due comunità straniere più numerose in città, quella etiope e quella di El Salvador. Ma si gioca anche con la possibilità di accostare ingredienti molti amati nella cucina filippina con tradizioni dell’Africa sub sahariana, o sul curioso incontro a tavola sull’asse Lima-Beijing. La cucina degli immigrati italiani, invece, che nella storia americana dell’ultimo secolo hanno avuto un ruolo altrettanto importante, è accostata in modo più prevedibile alla cultura gastronomica greca, in un mix di ingredienti mediterranei che comprende pomodori secchi, pesto, parmigiano, finocchietto, broccoletti, yogurt e chips d’aglio. Mentre si riprende a inventare coppie insolite con Irlanda e Russia, India e Messico, a partire da una lunga e documentata ricerca degli ingredienti tipici di ogni cultura.

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La tavola che valorizza le differenze

L’idea, insomma, è ancora una volta quella di ribadire il valore della diversità, e celebrare l’America come luogo di accoglienza e incontro. In uno spazio aperto alle associazioni che prestano assistenza agli immigrati di Washington, che sul ristorante potranno contare per organizzare assistenza legale e sanitaria a chi ne ha bisogno, lezioni di inglese per stranieri e servizi di collocamento. Ma anche i clienti sono invitati a prestare supporto, con donazioni o sostegno alle petizioni promosse in favore dell’immigrazione. L’esperienza gastronomica, però, resta al centro di un progetto pensato per sensibilizzare senza rinunciare a divertire con una cucina buona e inaspettata, in uno spazio curato nel dettaglio, con tappeti artigianali in arrivo da tutto il mondo, foto d’autore che raccontano la gioia di ritrovarsi a tavola e tanto colore. Il progetto, del resto, ha radici solide: maturato per più di dieci anni nella testa di Peter Schechter, lui stesso figlio di immigrati in arrivo da Austria e Germania, può contare sul supporto di uno degli chef più celebrati d’America. E l’idea è quella di dare il buon esempio, per incentivare la diffusione di una catena che celebri il valore dell’immigrazione a tavola, “a prescindere da Trump e dalla necessità di opporsi alla retorica anti-immigrazione dei nostri giorni” spiega Schechter “perché incontrarsi a tavola è un fatto che esiste da sempre”.