Intervista con Livio Felluga. Un secolo di vino friulano

26 Set 2014, 09:00 | a cura di Andrea Gabbrielli
Com'è cambiata la viticoltura del Friuli? Ne abbiamo parlato con il suo patriarca che ha appena compiuto cento anni. Un fiume di ricordi: da quando il vino si distingueva solo in “blanc” e “neri”, alla prima traversata oltreoceano. Senza smettere di guardare al futuro.
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Lo scorso primo settembre Livio Felluga ha festeggiato in famiglia i suoi primi cento anni. L’azienda che porta il suo nome, adesso è gestita dai suoi figli che hanno organizzato una serie di eventi e di convegni per celebrare degnamente l’anniversario nel corso di tutto questo mese.
Il patriarca del vino friulano è nato nel 1914 a Isola d’Istria, località oggi in territorio sloveno. La sua era una famiglia di produttori e di commercianti di vino. Alla fine della Prima Guerra mondiale suo padre si trasferisce a Grado per continuare la sua attività di commerciante "specializzato in Refosco d'Isola d'Istria, con deposito Birra", come recitava la vecchia insegna. A quattordici anni il padre lo manda per la prima volta a vendere il vino a Udine. Poi per Livio arriva l’età del servizio militare a cui seguiranno tre anni di guerra in Africa e poi tre anni di prigionia ad Aberdeen, in Scozia, che passerà lavorando come bracciante in una farm. “Ho dato 8 anni alla Patria” ricorda con ironia. Poi finalmente a casa per rincominciare l’attività in un panorama molto cambiato. Nel 1956 fonda la sua azienda a Cormons e crea un’etichetta da un’antica “carta geografica” del Friuli che esalta lo stretto legame tra il suo vino e la sua terra. Un’idea di marketing ante litteram. Poi l’acquisto dei primi vigneti sulle colline di Rosazzo e altri ancora, sino a raggiungere gli oltre 150 ettari attuali. Livio Felluga, quando tutti abbandonavano la campagna o puntavano sull’industria, ha creduto nell’agricoltura ponendo le basi per la rinascita dei vini friulani di cui è un personaggio di primissimo piano. Un ruolo riconosciuto da tutti. Questa intervista con lui, da sempre uomo di pochissime parole, non si sarebbe mai potuta fare, senza l’aiuto dei suo figli Maurizio, Andrea, Filippo ed Elda che ringraziamo per la collaborazione. Buon compleanno, signor Felluga.

Qual è il suo primo ricordo legato alle vigne?
A Isola d’Istria, da bambino mio nonno mi portava tra i vigneti. Come era bella quella terra che scendeva verso il mare. Ero piccolo – gli anni Venti dello scorso secolo - e mio nonno mi metteva sull’asino dentro una “brenta” e per bilanciare il peso, metteva dei sassi dall’altra parte. I primi insegnamenti in vigna me li ha trasmessi lui.

Facciamo un salto di un decennio. Com’era negli anni Trenta dello scorso secolo, il vino friulano? Com’erano organizzate le aziende e le cantine?
Impossibile fare dei paragoni con il mondo di oggi. L’unica distinzione tra i vini era un “blanc” e un “neri”. Quando, nel 1956, ho fondato l’azienda, in Friuli eravamo solo tre produttori a imbottigliare, gli altri trattavano solo il vino sfuso in damigiane. La vita era molto semplice e anche le aziende lo erano. In campagna stavano apparendo le prime macchine agricole, ma la maggior parte della terra veniva lavorata ancora a mano.

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E quali erano le principali varietà presenti nel vigneto?
Il Tocai (oggi Friulano; ndr.) era l’uva più diffusa. In collina poi ho piantato il Pinot che allora veniva vinificato in rosso tanto che aveva colore un ramato, mentre tra le uve rosse ho preferito il Merlot. Tra le uve bianche iniziava a diffondersi anche il Sauvignon. Allora si usava solo il termine Pinot per definire sia il Grigio sia il Bianco e la stessa cosa valeva per il Cabernet che indistintamente serviva sia per il Franc sia per il Sauvignon. Era alla fine degli anni Cinquanta.

Quando nel 1956 decise di mettersi in proprio, chi comprava il suo vino?
L’etichetta della “carta geografica” nasce proprio perché volevo che i foresti sapessero la provenienza delle mie uve e del mio vino. All’inizio il consumo era interno, soprattutto legato a Udine dove c’erano tante trattorie. Ma piano piano, grazie alla qualità del vino, la carta geografica cominciò ad arrivare a Venezia, Milano e Roma. Chi acquistava una nostra bottiglia doveva sapere da quale terra provenisse perché anche questo era un indice di qualità. Negli anni Settanta arrivammo anche in America. Ricordo che il nostro primo importatore mi chiamò al telefono perché aveva bevuto il nostro vino a Venezia, gli era piaciuto e voleva portarlo negli Stati Uniti. Non ci volevo credere perché pensavo fosse uno scherzo!

Se si volta e si guarda alla spalle qual è, a suo giudizio, il principale cambiamento avvenuto nella viticoltura friulana?
Prima di tutto l’attenzione verso la qualità del prodotto, la capacità di venderlo e promuoverlo.

Guardiamo al futuro. Come se lo immagina il vino friulano di domani?
Un vino che per le sue caratteristiche riesca ad essere sempre riconoscibile. La personalità è importante. La passione per produrlo non deve mai mancare. Ai miei figli che sono il mio presente e il mio futuro, ho sempre detto “sono generazioni che il vino ci dà il pane: producetelo con rispetto e passione”.

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a cura di Andrea Gabbrielli
Foto: Luigi Vitale

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 25 settembre.
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