È il papà del Negroni, l'antesignano di tanto cocktail venuto dopo. Profondamente italiano nonostante il nome: Americano. Un libro lo celebra nella storia e nei molti twist on classic.
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Quello che oggi in tutto il mondo è conosciuto come “aperitivo all’italiana” si basa su alcune semplici, semplicissime regole che hanno reso il nostro paese capofila della miscelazione moderna, e pochi ingredienti fondamentali, soprattutto nell’ultimo decennio che ha visto crescere l’interesse per i gusti amaricanti da parte dei consumatori. Se non fossero esistiti due prodotti talmente italiani da essere quasi delle DOC, non sarebbe possibile una gamma di drink amatissimi: da un lato il milanese Bitter, dall’altro il piemontese Vermouth. Il primo è la rivisitazione rivoluzionaria della tradizione d’infusione italiana o, volendola vedere diversamente, la rinascita degli amari nell’epoca della modernità, il secondo invece, come molti sanno, è a base di vino, infuso di botaniche di cui la regina indiscussa è senza dubbio l’artemisia. L’unione di questi due liquori – uno lombardo e l’altro piemontese nel bicchiere, non a caso chiamata Milano-Torino, ha dato vita a una serie di cocktail oggi tra i più amati del mondo, tra cui l’ormai celeberrimo Negroni (secondo drink più bevuto al mondo, nato a Firenze poco più di un secolo fa).

Spesso dimentichiamo, però, che tutto questo non sarebbe stato possibile senza il vero antesignano della miscelazione moderna, ovvero l’Americano, che oggi viene per la prima volta raccontato in maniera seria e approfondita da due dei maggiori storici del bar italiani in un libro –  dal titolo L’ora dell’Americano – primo cocktail italiano – destinato a diventare il punto di riferimento sull’argomento.

L’Americano: il cocktail, la tecnica, gli ingredienti

Prima di andare avanti, vale la pena spendere due parole sull’oggetto del libro. L’Americano è un cocktail da aperitivo, che si prepara con la tecnica build (che significa semplicemente che gli ingredienti vengono addizionati al ghiaccio e miscelati direttamente dentro il bicchiere) e si serve di un bicchiere basso (lo stesso del Negroni per intenderci) chiamato indifferentemente old fashioned o  tumbler basso. Gli ingredienti soni tre: i già citati Vermouth rosso e Bitter da versare nel bicchiere colmo di ghiaccio, a cui si aggiunge la soda. Irrinunciabile la garnish, ovvero la scorzetta di limone e una fettina d’arancia. Come sapientemente raccontato nel libro, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 il suo successo fu enorme su entrambe le sponde dell’Oceano: amatissimo in Italia tanto quanto a New York, il drink deve proprio alla sua immensa popolarità un po’ di nebbia sulle origini, che però i due autori provano a dipanare nelle pagine del volume di cui vi stiamo per raccontare.

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ora dell'americano

Il libro

I due ricercatori si sono uniti in un lavoro certosino per creare un libro che avesse alla base prove e documenti storici oggettive. Per farlo sono ripartiti dalle basi, scomponendo la ricetta, per poi ricostruirla. Nel libro infatti si racconta sia la storia dei due alcolici nostrani, sia quella della soda, vero e proprio emblema della modernità dell’epoca. Tra aneddoti e personaggi (ad esempio il legame che viene attribuito a questo drink e alla leggenda del pugilato Primo Carnera, che non a caso fece la sua fortuna oltreoceano, e a cui secondo alcune teorie si vuole sia omaggiato il drink), fino alle informazioni provate, come quella ricetta di De Roberto che nel 1895, nel suo libro sull’amore vi accenna parlando “di una specie di vermouth-bitter-seltz che stuzzichi l’appetito e prepari alla digestione”.

La ricetta classica e le varianti

Se la ricetta classica è proposta e studiata, non mancano nel libro (come pare sembri stia diventando un tradizione editoriale italiana nell’ambito mixology) le variazioni su tema di alcuni dei grandi nomi della miscelazione contemporanea italiana ed estera, come ad esempio Samuele Ambrosi, Flavio Angiolillo, Salvatore Calabrese “The Maestro”, Tommaso Cecca, Giorgio Fadda, Alessandro Palazzi, Mattia Pastori, Ago Perrone, Luca Picchi, Patrick Pistolesi, Jorge Alberto Soratti ed il leggendario storico del bar americano David Wondrich, che per l’opera si è anche occupato di scrivere una ricca introduzione in cui riscostruisce anche il legame tra James Bond e l’Americano, ben presente nei libri e perso nella versione cinematografica.

Se oggi il mondo richiede cocktail a gradazioni più basse (se non del tutto analcolici, come raccontato anche nel mensile di luglio del Gambero Rosso), pare che l’Americano possa ancora una volta essere la risposta alle domande dei consumatori, e seguire le orme del suo ingombrante figlio, il Negroni, nella scalata delle preferenze del pubblico. Questo volume sicuramente traccia la strada per un percorso di riscoperta, sia in versione classica che contemporanea, del primo cocktail italiano moderno.

Gli autori

Dietro al progetto editoriale L’ora dell’Americano – primo cocktail italiano ci sono Mauro Mahjoub e Lucio Tucci: il primo è una vera e propria leggenda del bancone, partito dall’Italia giovanissimo è presto stabilitosi a Monaco di Baviera dove con il suo Boulevardier bar è divenuto un vero e proprio ambasciatore del bere all’italiana nel mondo, prima di rientrare in Italia e lanciarsi in nuovi progetti come la creazione del 2punto4 gin. La sua passione per la ricerca lo ha portato a diventare uno dei maggiori esperti mondiali di Negroni e di tradizione italiana nel bicchiere. Lucio Tucci invece è da anni protagonista di un meticoloso lavoro di ricerca di materiale riguardante il mondo del bar, ed è grazie a lui e alla sua collaborazione con BarGiornale che oggi abbiamo accesso a moltissimi testi storici sull’argomento.

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L’ora dell’Americano – primo cocktail italiano – Mauro Mahjoub e Lucio Tucci – Hoepli – 192 pp. – 19.90 €

a cura di Federico Silvio Bellanca