Un ricordo di Lucio Tasca d’Almerita

25 Lug 2022, 21:35 | a cura di Gambero Rosso
Si è spento il Signore del vino di Sicilia, tra i primi a credere nel potenziale del territorio come produttore di qualità e di eccellenza e a contribuire profondamente alla conoscenza della viticoltura dell'isola nel mondo.
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L’inaspettata dipartita di Lucio Tasca d’Almerita ha colpito profondamente il mondo del vino italiano (non solo), e tutte le persone che lo avevano conosciuto, apprezzandone la forte personalità, la sobria eleganza, la straordinaria gentilezza, l’indiscusso carisma. Con lui se ne va un imprenditore del vino sagace e lungimirante, un innovatore visionario, un precursore, che ha saputo traghettare l’azienda di famiglia con intelligenza dalla tradizione feudale alla contemporaneità, guidandola da nocchiero accorto e avveduto. Se ne va anche un gentiluomo d’altri tempi, schietto, autentico, dall’eloquio cristallino e comprensibile, non bizantino, senza retropensieri. Apprezzato per questo da amici, conoscenti, collaboratori, uomini di campagna, giornalisti, che trovavano sempre ascolto, comprensione, buon senso, garbo infinito.

Di lui Mario Soldati, a colazione con il conte Giuseppe Tasca d’Almerita e la moglie Franca a Regaleali – era l’autunno del 1968 - nel suo Vino al vino, aveva lasciato un ritratto formidabile: “Siamo invitati a colazione. C’è anche il figlio di Tasca, l’unico maschio. Si chiama come il nonno: Don Lucio. E’ un giovane di ventotto anni: bruno, magro, alto, occhi fiammeggiati, denti bianchissimi: molto somigliante, sebbene infinitamente più racé, a Warren Beatty, il protagonista fortunato di Gangster Story”.

Il conte Lucio, che non amava parlare di sé, per pudore, stile e forse anche per una mai celata vena di timidezza, aveva frequentato da sempre il bel mondo internazionale, intrattenendo rapporti di familiarità con personaggi come Jacqueline Kennedy, Cossiga, la famiglia Agnelli, Madonna, Walter Chiari, Gassman, Sophia Loren, Ava Gardner, i reali del Belgio e tanti altri ancora.

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La sua educazione era stata quella dell’élite cosmopolita a cui apparteneva la sua famiglia: nanny inglesi e francesi, un burbero precettore britannico; non mancarono le monellerie, che indussero il severo conte Giuseppe a spedire il giovanotto a Losanna, per completare il liceo. Un altro capitolo di cui Lucio Tasca d’Almerita era molto fiero riguarda la passione giovanile per i cavalli. Il suo talento lo proietta sulla scena internazionale, poi a Roma, alle Olimpiadi del 1960, dove brilla unitamente alla nazionale italiana.

C’erano però la famiglia da seguire, la casa vinicola da sviluppare, era necessario completare gli studi di Economia; 24 ore di pianto a dirotto (lo racconta lui stesso) chiusero la partita per sempre. Per noi del vino, che lo conoscevamo da sempre, e apprezzavamo moltissimo l’uomo e l’imprenditore, Lucio Tasca mancherà molto anche per la sua profonda sedimentazione culturale, che ne faceva un interlocutore unico sul fronte dello stile e del “buon vivere”.

a cura di Nino Aiello

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