Il metodo della messa a riposo delle uve in Valpolicella candidato a patrimonio immateriale Unesco

3 Nov 2022, 12:12 | a cura di Gambero Rosso
L’antica pratica del territorio della Valpolicella, profondamente radicata nella sua storia e connessa con la sua popolazione, è stata candidata a patrimonio immateriale Unesco.
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Come nasce la candidatura?

La messa a riposo delle uve è una tecnica che sfrutta l’appassimento delle uve su dei particolari graticci di canna di palude, chiamati arele, che avviene in modo lento. Nel territorio della Valpolicella, da circa tre anni, il Consorzio per la Tutela dei Vini della Valpolicella, ha ponderato l’idea di candidare questa tecnica a patrimonio immateriale dell’umanità Unesco. Per questo motivo, lo scorso aprile è stato costituito il Comitato Promotore della candidatura a patrimonio culturale immateriale, che ha tra i suoi organismi, oltre al Consorzio per la Tutela dei Vini della Valpolicella, la Confraternita Snodar, il Palio del Recioto, l’Università degli Studi di Verona, la Fondazione Valpolicella, la Strada del Vino Valpolicella e l’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona. Matteo Tedeschi, segretario del Comitato Promotore, ha commentato la candidatura: “Questa metodologia rispecchia pienamente l’evoluzione culturale di questo territorio e delle sue genti e le sue vocazioni storiche”.

La storia della tecnica e i legami col territorio

La tecnica dell’appassimento in Valpolicella ha una storia antica: già nel 580 d.C., Cassiodoro, consigliere del re ostrogoto Teodorico, descrive in una lettera al re la tecnica di appassimento della Valpolicella, spiegandone le ritualità e i legami con la comunità: un elemento culturale connesso con la storia sociale, politica, economica del territorio. Proprio per queste ragioni, intorno alla seconda metà del 1200, per intaccare gli elementi distintivi del territorio, nel tentativo di ridimensionarlo è stata vietata per essere poi ripristinata dopo un secolo e successivamente descritta da tutti i letterati rinascimentali non solo come una tecnica vitivinicola, ma come espressione di un profondo radicamento culturale e identitario, che prosegue nei nostri giorni.

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Le arele su cui viene posta l’uva erano anticamente utilizzate per l’allevamento dei bachi da seta e, con il venire meno di questa tradizione, sono state riutilizzate per l’appassimento dell’uva. L’architettura rurale della Valpolicella rispecchia questa tradizione, con la costruzione dei fruttai, i luoghi fisici in cui le arele vengono poste, costruiti in posizioni che consentono un basso livello di umidità e una elevata ventilazione naturale.

Il ruolo del Comitato promotore

Il Comitato è un’organizzazione che agisce sul territorio e sensibilizza i cittadini sul tema dell’appassimento, con testimonianze e documentazione storica sulle antiche radici di questa tecnica di lavorazione dell’uva, tratto distintivo e univoco del vino prodotto nel territorio della Denominazione. Il coinvolgimento della popolazione è una parte fondamentale del percorso di candidatura e avviene attraverso l’organizzazione di incontri pubblici di informazione sul percorso intrapreso e sulle attività necessarie per conseguire il riconoscimento Unesco. Di fatto questi incontri sono delle call to action e fino a questo momento ne sono stati pianificati quattro: nella zona Classica, nella zona Valpantena, nella zona DOC orientale e una finale a Verona.

L’appassimento delle uve è un processo che fa parte della tradizione della Valpolicella, tramandato sin dall’epoca romana, di generazione in generazione, e strettamente interconnesso al tessuto sociale e culturale del territorio. Oltre al Comitato promotore, lavora per il percorso di candidatura anche il Comitato scientifico, composto da esperti antropologi, enologi e giuristi che hanno il compito di attivare il complesso processo di studio, analisi e documentazione della tecnica di appassimento dell’uva della Valpolicella, fondamentale per la redazione del dossier di candidatura.

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