Un’indagine Equalitas, Gambero Rosso e Luci sul Lavoro fa il punto sulla gestione dell’impresa vitivinicola e del suo capitale umano. Bene le misure classiche, ma bisogna accelerare su welfare e parità di genere. Il 2021? Il 70% del campione prevede un “rimbalzo” del proprio fatturato
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“Entro fine mese contiamo di arrivare al disciplinare per la certificazione nazionale di sostenibilità vitivinicola, che poggerà sui tre parametri: ambientale, sociale ed economico”. Lo ha annunciato il direttore generale delle Politiche internazionali dell’Unione Europea del Mipaaf Luigi Polizzi, nel corso della seconda Conferenza sullo Sviluppo sostenibile del lavoro nella filiera vitivinicola, che si è svolta alla Fortezza di Montepulciano,

Dopo il decreto approvato lo scorso giugno, infatti, il Comitato è al lavoro per chiudere il quadro giuridico che consentirà alle imprese di applicare il nuovo modello. “L’obiettivo è arrivare entro la fine dell’anno con il sistema di certificazione attivo” ha proseguito Polizzi “In questo percorso, però, è importante non lasciare da sole le aziende. Perché si tratta di sfide che hanno dei costi e che comportano una serie di modifiche lungo tutta la filiera. Mi immagino una sorta di contagio collettivo, che faccia crescere sia la sostenibilità, sia la consapevolezza del consumatore. Inoltre” ha concluso “dobbiamo essere in grado di creare sistema premiante, e non vessatorio. Uno strumento attrattivo, non solo in termini di mercato, ma anche di misure ad hoc che premino le aziende virtuose. E credo che, a tal proposito, le Regioni potranno dirci molto”.

“Quello della sostenibilità è il tema su cui si gioca il futuro” ha ribadito il presidente del Gambero Rosso Paolo Cucciae grazie al lavoro iniziato tanti anni fa con Equalitas e che culminerà nella certificazione nazionale, finalmente la sostenibilità non sarà più una parola priva di contenuto, ma qualcosa di concreto. D’altronde il mondo vitivinicolo si è mostrato molto attento a questo aspetto. Lo vediamo anche dalla nostra guida Vini d’Italia che, nella sua 35esima edizione, fisserà il record di premiati green: oltre il 30% del totale”.

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Ma c’è ancora parecchia strada da fare, ricorda il presidente di Equalitas Riccardo Ricci Curbastro: “Gli indicatori sociali che abbiamo contribuito a mettere in tutti sensi a terra con Equalitas in questi anni rappresentano ormai un riferimento internazionale, come ci viene riconosciuto da buyers come i grandi monopoli ma anche da enti come Oxfam o Amfori. Il prossimo step? Convincere le aziende a utilizzare questo quid plus attraverso una comunicazione mirata, strumento necessario per arrivare al cuore degli stakeholder e dei consumatori”.

L’indagine sul lavoro nel mondo del vino

Intanto, un’indagine Equalitas, elaborata da Unisi e realizzata in collaborazione con il Gambero Rosso, il professor Peruffo dell’Università Luiss di Roma e Luci sul Lavoro, ha fatto chiarezza sullo stato dell’arte del concetto di sostenibilità sociale nel mondo del vino.

Il questionario, somministrato nel periodo primavera-estate 2021, ha coinvolto oltre il 20% delle aziende del comparto, pari a 5500 addetti e 2 miliardi di fatturato, con l’obiettivo di orientare le scelte dell’intera filiera verso nuovi livelli di sostenibilità sociale, in particolare rispetto alla “sostenibilità del lavoro”, ossia tutto ciò che afferisce, in prospettiva, alla gestione sostenibile dell’impresa e del suo capitale umano.

L’analisi delle risposte è riuscita ad illustrare il sentiment delle aziende della filiera in questa fase delicata, segnata dall’emergenza pandemica. Ecco una piccola anticipazione.

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Percezione della sostenibilità sociale

Dei tre aspetti – ambientale, economico e sociale – l’indagine mostra come i primi due appaiano meglio dominati dagli imprenditori del vino nonché presidiati da investimenti coerenti, mentre il tema della sostenibilità sociale evidenzia contorni talvolta più sfumati e azioni dispersive. Inoltre, molte tematiche sociali (nuovi assetti di governance, migranti, politiche giovanili e femminili, iniziative sociali nel territorio) sembrano essere meno prioritarie ai fini della creazione di valore aziendale.

In particolare, se si guarda al contributo che la sostenibilità sociale può dare al miglioramento di alcuni aspetti economici per le imprese del vino intervistate, al primo posto viene inserita l’efficienza operativa e l’utilizzo delle risorse. Seguono motivazioni di conformità, sia in termini di ottimizzazione della catena di fornitura che di minori rischi legali. Mentre non sembra ancora per le aziende uno strumento capace di supportare strategie di differenziazione dell’offerta mediante azioni di marketing capaci di generare maggiori ricavi nonostante, al pari della sostenibilità ambientale, dovrebbe essere capace di rispondere a nuove esigenze dei consumatori). Infine, al momento la sostenibilità sociale non sembra essere avvertita come uno strumento capace di abbattere i rischi e di ridurre i costi finanziari e fiscali per le imprese del vino, ciò malgrado il crescente interesse degli attori del mercato del credito in favore delle imprese impegnate nel rispetto dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance).

Vantaggi e svantaggi della sostenibilità sociale

In chiave di marketing, la sostenibilità sociale appare anzitutto uno strumento di rafforzamento del marchio e di fidelizzazione della clientela; può poi essere una leva per entrare in alcuni mercati maggiormente sensibili a questa tematica, mentre ancora non sembra in grado di supportare strategie di prezzo più alto per i prodotti dell’azienda. Al contrario di quanto avviene con la sostenibilità ambientale. Infine, tra i vantaggi della certificazione sociale vengono indicati: reputazione, efficienza produttiva, e in misura minore l’incremento del pregio sensoriale del prodotto Tra gli ostacoli, figurano: elevati costi di certificazione, rilevante impatto organizzativo ed elevati costi di consulenza.

“Dall’analisi” evidenzia il professor Lorenzo Zanni dell’Università di Siena “si avverte talvolta una qualche discrasia tra orientamenti dichiarati dalle imprese verso la sostenibilità sociale e comportamenti effettivi: se da un lato i soggetti intervistati hanno dimostrato un’alta sensibilità al tema soprattutto su alcuni aspetti (difesa dei livelli occupazionali, sicurezza, coerenza tra sostenibilità ambientale e sociale), dall’altro essa sembra declinarsi maggiormente in azioni guidate da obblighi di legge piuttosto che la soddisfazione puntuale e organica di tutti gli indicatori di sostenibilità sociale”.

In generale, comunque, come spiega Michele Manelli, vicepresidente Equalitas e tra i principali autori dello studio “emerge una filiera attenta ai temi del lavoro e della sostenibilità sociale, soprattutto su aspetti più classici, come il trattamento salariale e la sicurezza ma meno di quanto non lo sia per le tematiche ambientali e che dimostra una certa debolezza nell’incorporare le più attuali politiche di governance (quali ad esempio la compartecipazione dei lavoratori e la parità di genere, con oltre il 60% delle imprese che non ha ad esempio donne tra quadri e dirigenti, ma anche i bilanci di sostenibilità e le certificazioni in ambito sociale, presenti in meno di un terzo delle aziende), nonché di welfare d’impresa (quali la conciliazione vita-lavoro o i piani di welfare aziendali che sono adottati da appena un 25% del campione), seppur in maniera diversificata tra grandi e piccole imprese, con queste ultime in maggiore difficoltà”.

Il futuro? Ottimista il 70% dei produttori

Per il futuro prevale un cauto ma diffuso ottimismo supportato dai numeri che, a fronte di perdite talvolta in doppia cifra dei fatturati, mostrano un settore che ha tutelato anche l’occupazione stagionale, con solo il 3% di contrazione di occupati ma che soprattutto crede nella ripresa, con il 70% degli intervistati che prevede una crescita già per il 2021 nell’ordine del 20%.“Il Covid, quindi, non ha avuto un forte impatto sull’occupazione” ha sottolineato il professor Zanni “gli ammortizzatori sociali – cassa integrazione in primis – hanno difeso i lavoratori, anche gli stagionali. Rimangono, invece, poco utilizzati strumenti, quali gli sgravi su assunzioni legate a mobilità, generi e disabilità. E permangono forti problemi di inserimento per le donne nei vertici aziendali. Infine, si ha una bassa rappresentanza sindacale, probabile concausa, quest’ultima, della scarsa conoscenza degli strumenti pubblici a disposizione”. Ed è su questo che bisogna lavorare: colmare un forte gap culturale ed informativo in materia di politiche di welfare e di buona governance. Un messaggio molto importante nell’ottica delle prossime campagne di finanziamento pubblico in seno alla Pac, ma anche all’imminente Pnrr.

 

a cura di Loredana Sottile