Con l'uscita dell'annata 2018 è passato mezzo secolo dal primo imbottigliamento del 1968. Da allora il Sassicaia ha rappresentato la punta di diamante della Tenuta San Guido e dell'enologia italiana. Che anche grazie a questo vino ha conquistato il suo posto nel mondo.
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Un grande personaggi del vino italiano, Nicolò Antinori, il babbo di Piero, volendo rendere omaggio al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, scomparso il 4 settembre 1983, commentò così “Aver inventato il Sassicaia giustifica una vita, dà ragione di tutto”. Sono passati tanti anni, ma il valore di quell’epitaffio non si è mai affievolito perché il Sassicaia nel frattempo è diventato uno degli emblemi di grande vino italiano nel mondo. Su Wine Searcher, il sito che ogni giorno processa 1.000.000 di ricerche dei consumatori e traccia le richieste su 400.000 vini, il Sassicaia è – primo fra gli italiani – al 7° posto della classifica Top 100 Most Searched-For Wines, appena sotto Château Latour e prima di Château Haut Brion. D’altra parte che un vino di Bolgheri, in provincia di Livorno, stia tra un Pauillac e un Pessac Leognan, ci sta visto che hanno in comune il suolo ghiaioso e la prevalenza del cabernet sauvignon. Se però il Sassicaia e in generale gli altri vini della zona, non avessero avuto quel particolare carattere “mediterraneo” che solo il terroir bolgherese può dare, non avrebbero mai conquistato così tanti consensi. Già perché sulla scia del capofila Sassicaia, qui sono nati Masseto, Ornellaia, Grattamacco, Paleo, Guado al Tasso, Ca’ Marcanda, solo per citarne alcuni dei più famosi nomi a livello internazionale.

Mario Incisa e Filippo di Edimburgo
Mario Incisa e Filippo di Edimburgo

Una storia iniziata negli anni Venti

Mario Incisa della Rocchetta quando, negli anni Venti del Novecento, si trovò ad assaggiare un vino dei Duchi Salviati a Migliarino Pisano, notò che aveva “lo stesso inconfondibile bouquet di un vecchio Bordeaux…assaggiato a casa di mio nonno Chigi”, quel bouquet che a maggior ragione trovò in uno Château Margaux 1924. “Da allora” scrisse in una lettera a Gino Veronelli “mi ero prefisso di fare un vino che avesse quella particolarità”. Bolgheri, la frazione di Castagneto Carducci in provincia di Livorno, dove è ubicata la Tenuta San Guido, divenne il teatro dei suoi tentativi di produrre il suo vino – dal vigneto di Castiglioncello – che però avesse quelle caratteristiche di eleganza e raffinatezza. Il nobiluomo che per molti anni sperimentò in condizioni non ideali (fattori poco avvezzi alle finezze del cabernet, locali, attrezzature inadeguate, ecc.) dimostrò di essere il vero innovatore della viticoltura del territorio, che sino ad allora non era stata considerata una risorsa di primo piano: la zona era più nota per la frutta che non per l’uva da grandi vini. Ma altrettanto importante fu il suo ruolo pionieristico per affermare la cultura della conservazione dell’ambiente e della protezione degli ecosistemi.

cartina della zona del Sassicaia

La sensibilità verso l’ambiente

La Padule di Bolgheri, già nel 1959, su iniziativa del marchese che era il proprietario dell’area, divenne la prima oasi faunistica privata italiana e sucessivamente nel 1968, la prima oasi WWF, associazione di cui Incisa fu presidente. “Rispetto e venerazione, per quella Natura che noi abbiamo tormentato e tormentiamo in mille modi, anche inutilmente” scriverà Incisa nel volume La Terra è viva – Appunti di scienza contadina per una via italiana all’ecologia, una sorta di suo testamento ambientale. Negli anni Sessanta fu piantato il vigneto Sassicaia, da cui il vino prese il definitivamente il nome: si tratta di un appezzamento, assai pietroso – come del resto lo sono quelli di Graves a Bordeaux- situato a una cinquantina di metri s.l.m. Di fatto dal 1948 al 1967, questo vino vino rimase un prodotto strettamente privato a uso e consumo della famiglia. Nel frattempo nel corso del decennio sino al 1970, la Tenuta San Guido soffre la crisi dell’agricoltura e vede esaurirsi le disponibilità finanziarie extra aziendali che cesseranno del tutto con la morte di Ribot (1972) l’ultimo di tre stalloni fuoriclasse, insieme a Donatello II e Nearco, della Razza Dolmello Olgiata. Il vino si dimostra sempre più un’opportunità da cogliere in fretta.

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Sassicaia: il nuovo corso

Nel 1972 gli Incisa, stringono un accordo con i cugini Antinori, per la vendita del Sassicaia attraverso la loro rete commerciale. La prima annata sarà il 1968. A seguito dell’accordo tra le due famiglie arriva in cantina Giacomo Tachis, il grande enologo degli Antinori, il quale d’ora in poi collaborerà con il figlio di Mario, Nicolò Incisa, che tuttora guida la Tenuta San Guido. I cambiamenti furono numerosi e le scelte semiartigianali, furono rapidamente abbandonate, non senza qualche polemica, ma l’idea del Marchese Mario Incisa, di produrre cabernet a Bolgheri, si dimostrò vincente. Infatti se la prima fu un’uscita abbastanza in sordina – solo 3000 bottiglie – che non poté nemmeno godere del bis l’anno successivo: il 1969 non fu imbottigliato e lo stesso destino toccò poi al 1973. Ma a parte questi due episodi il Sassicaia è sempre stato presente all’appuntamento anche nelle annate più difficili.

Giacomo Tachis

Una lunga storia di successi

Il primo ad accorgersi di quanto fosse grande e importante quel vino fu Luigi Veronelli, che dedicò al Sassicaia 1968 l’intera sua rubrica sul settimanale Panorama (novembre 1974) scrivendone in termini entusiastici. Nel 1978 poi arriva anche la consacrazione internazionale: in una degustazione con campioni rigorosamente anonimi organizzata a Londra, il Sassicaia di un’annata eccezionalmente piovosa come il 1972 sbaraglia i migliori 32 Cabernet Sauvignon del mondo, tra cui i migliori Château bordolesi. A quei tempi era un evento eccezionale che un vino italiano mettesse in riga dei francesi. Giacomo Tachis in un intervista affermò “Non è bravo l’enologo a fare il Sassicaia è vero il contrario, è il Sassicaia a far bravo l’enologo”. Il fenomeno Sassicaia esplode a livello planetario e qualche anno dopo la sua popolarità è tale che in Canada gli appassionati locali passano una notte – gelida come può esserla d’inverno in quel paese – davanti al negozio statale del monopolio pur di assicurarsi qualche bottiglia del 1981. L’avvenimento fu celebrato dai partecipanti con un badge “I froze my ass for the ’81 Sass” (Mi sono gelato il sedere per il Sassicaia ’81”). Con l’annata 1985 poi, un ulteriore balzo in avanti a consolidare la fama, e una mole di riconoscimenti italiani – tante annate premiate con i Tre Bicchieri – e internazionali, con la 2015 n° 1 nella “Top 100” di Wine Spectator. Con la corrente annata 2018 che ha tutti i caratteri dei migliori Sassicaia, la magia si sta rinnovando, ancora una volta.

Sassicaia Graziana Grassini
Graziana Grassini

Il rispetto della natura e il valore dell’eleganza

Una magia, risultato del lavoro di un team collaudato nel tempo, guidato dal Marchese Nicolò Incisa. Il direttore generale della Tenuta San Guido, Carlo Paoli, ricorda che “Non si debba mai perdere di vista, anche da parte di chi ci si approccia solo oggi, quel tratto di storia di rispetto della natura che contraddistingue il Sassicaia sin dai suoi primi anni. L’antica sensibilità del Marchese Mario verso l’ambiente e la naturalità è sempre stata mantenuta. Per questo è sempre stato un vino moderno“. L’enologa Graziana Grassini ha inziato a collaborare con la Tenuta San Guido dall’inizio 2010 proseguendo il lavoro di Tachis che per motivi di salute si era dovuto ritirare dall’attività (il grande enologo morì nel 2016. ndr). “Quando ho iniziato conoscevo già il Sassicaia: per me un punto di riferimento nonostante, in quel ventennio, andassero per la maggiore i vini concentrati, strutturati, legnosi. Ho cercato di capirlo sempre meglio, rispettando la sua eleganza, la dote che più lo caratterizza. Quando ti sei lasciato alle spalle i vini muscolari, il grande vino prevale”. Un principio che Priscilla Incisa della Rocchetta, figlia di Nicolò, dal 2012 brand ambassador del vino, conosce bene “L’eleganza è una discriminante che vale ancora oggi. Io ritengo che tutti i grandi vini debbano esaltare i valori del proprio terroir rimanendo fedeli al proprio stile. Il Sassicaia non è mai cambiato e lo ha mantenuto fermo nel tempo. Questo è il motivo del suo successo “.

sassicaia

Doc Bolgheri Sassicaia 2018. Cronaca di un’annata

Uvaggio: 85 % Cabernet Sauvignon, 15 % Cabernet Franc

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I terreni su cui insistono i vigneti hanno una forte presenza di zone calcaree ricche di galestro, nonché di sassi e pietre (da cui prende il nome il vino) e sono parzialmente argillosi. Gli impianti di produzione si trovano ad un’altitudine compresa fra i 100 e i 300 metri s.l.m., con esposizione a Ovest/ Sud-Ovest.

Il Sassicaia 2018 ha colore rubino profondo e riflessi porpora in primo piano. Al naso, inizialmente, le sensazioni di speziato con un accenno di legno aromatico e di noce si susseguono per poi continuare con le note di macchia mediterranea tanto distintive del Sassicaia quanto dei vini del bolgherese. Le stesse note che si avvertono – essenze di gariga – attraversando i boschi per arrivare su a Castiglioncello. L’impianto austero viene interrotto da sprazzi di frutti rossi, a ingentilire. In bocca è lungamente succoso e suadente con la componente tannica perfettamente fusa. A renderlo particolarmente affascinante è una sensazione acida che esalta sia la lieve sapidità sia il fruttato/speziato sul fondo. Molto lungo e fresco, elegante. Grandioso almeno quanto 2017 seppur diverso. Consigliato, come sottofondo all’assaggio del vino, un “haiku etrusco” di Alessandro Petri, agronomo dell’azienda. Quello che recita “Un pettirosso/tinge la vigna spoglia/di un canto muto”. Il vino è il suo terroir.

 

www.tenutasanguido.com

a cura di Andrea Gabbrielli