Cirò è la più famosa denominazione calabrese. E Librandi il più conosciuto brand della denominazione. Un legame strettissimo che si rinnova nei nuovi progetti territoriali: la richiesta della Docg e il nuovo protocollo di sostenibilità. Il futuro? Sempre più rosa
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Prima l’entrata nell’Istituto del Vino Rosa Autoctono, poi la richiesta della Docg: la viticoltura calabrese non è mai stata così in fermento. E in occasione dei 50 anni della Doc, arriva anche il progetto di sostenibilità. Il punto di svolta è stato l’elezione di Raffaele Librandi come presidente del Consorzio (maggio 2016, con rielezione a giugno 2019), che ha avuto il duplice risultato di dare nuova linfa alla viticoltura calabrese nel mondo e di riconoscere il ruolo inconfutabile che l’azienda Librandi ha svolto in questi anni.

La fase espansiva della Calabria del vino e il caso Cirò

Per capire il momento buono del Cirò, basti un dato su tutti: in poco più di un anno si è passati da 3 milioni a 4 milioni di bottiglie, per un giro d’affari di 15 milioni di euro. “Un lavoro che ha coinvolto tutti i 60 soci del consorzio” commenta Raffaele Librandi, presidente del Consorzio e titolare, insieme al fratello Paolo e ai cugini Teresa e Francesco, della cantina icona del territorio che, grazie ai progetti di ricerca portati avanti con lungimiranza dal padre Nicodemo e dallo zio Antonio (scomparso nel 2012), ha dato il la alla rinascita della denominazione calabrese. “La nostra denominazione è partita in ritardo e dalla vendita dello sfuso” spiega “ma in pochi anni stiamo cercando di recuperare il gap, grazie anche e soprattutto ai ragazzi cirotani che ci hanno creduto e che hanno portato i loro studi e le loro conoscenze all’interno delle azienda di famiglia e, quindi, del nostro territorio”.

Cosa manca, quindi, alla viticoltura calabrese per fare il salto ulteriore? Prova a disegnare il quadro il fratello Paolo:Abbiamo poche aziende di grandi dimensioni che possano andare all’estero, ad invadere mercati come la Cina. Ma per crescere nei numeri c’è sempre tempo. E, poi, è mancato il supporto del turismo enogastronomico, perché della nostra regione purtroppo si parla, ancora troppo spesso, in termini negativi. Ma adesso siamo in fase espansiva e siamo sicuri che dopo Puglia e Sicilia, stia arrivando anche il momento della Calabria”.

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è il momento della vitivinicultura calabrese? librandi vigneti Rosaneti

Cirò. In arrivo la Docg

Sicuramente sta arrivando il momento della Docg. Era da mesi che se ne parlava all’interno del Consorzio e, lo scorso maggio, l’iter è stato avviato. Alla fine la scelta è ricaduta solo sul Cirò Classico e, quindi, sulle aree di Cirò e Cirò Marina. La nuova Docg dovrebbe avere un volume stimato di circa 300mila bottiglie, ovvero il 10% dell’intera denominazione. Inoltre, il disciplinare aggiornato vuole scommettere sulla varietà Gaglioppo, la cui percentuale dovrebbe passare dall’attuale 80% al 90% (il restante 10% comprende altre uve autoctone). “Sappiamo bene che non sarà una Docg a portare chissà quali cambiamenti” dice Raffaele “e, infatti, non la consideriamo un punto di arrivo. Ma potercene fregiare sarà un motivo d’orgoglio, soprattutto perché sarebbe la prima volta per la Calabria”.

Cirò, i vini calabresi e la scommessa dei rosati

L’altra scommessa da queste parti risponde al nome di rosato. “In Calabria il vino rosè è sempre stato una tradizione: ‘pisti in botti’ lo chiamano in dialetto proprio per il metodo di produzione” argomenta Paolo “Parliamo di uno dei vini più consumati nella nostra regione, tant’è che il grosso della produzione rimane sul territorio”. Tra i mercati che stanno crescendo per questa tipologia di prodotto ci sono ovviamente gli Stati Uniti, ma “si tratta di un mercato molto stagionale che non fa scorte. E poco fedele”. Lo stile calabrese – con il suo rosa acceso – è, poi, molto diverso rispetto a quello provenzale che negli States è quello più in voga in questo momento. Tuttavia, non si può perdere l’occasione per esserci (Librandi ha due etichette in rosa: Cirò Rosato e Terre Lontane Val di Neto Ig): “I provenzali hanno aperto una porta, dove si può e si deve entrare” continua Paolo “e sul mercato americano ci sono occasioni di consumo che sembrano fatte apposta per il rosato: dal barbecue al tacchino del Thanksgiving Day. L’importante è non perdere le nostre peculiarità: anche perché le mode vanno e vengono, le identità restano”. E l’identità del Cirò – nelle sue diverse versioni – è, in qualche modo, l’antimoda: scuro il rosato, chiaro il rosso. “Per non parlare dell’acol: per ora il mercato si muove verso i vini leggeri e qua al Sud è difficile starvi dietro”.

Bottiglie di spumante sui pupitres di Librandi

Librandi: dal passato al futuro

Al di là delle nuove mete, per la Calabria del vino, la Germania rimane il primo mercato di destinazione, sia in ordine di tempo, sia di quantitativi. Ma non sempre è stato così: i risultati vanno conquistati sul campo. Lo sa bene Nicodemo Librandi, che con la sua innata tenacia e il suo contagioso entusiasmo, negli anni ’70 il vino nella piazza tedesca lo portava personalmente con la sua macchina. “Passavo giorni e ore a studiare i ristoranti italiani in Germania” ci racconta “Avevo provato a propormi a un importatore, ma il nome Calabria allora non apriva molte porte. Allora mi costruii da solo la mia rete di contatti”.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e Librandi, nel frattempo, è diventato un punto di riferimento per tutta la viticoltura. Del Sud Italia e non solo. Se parliamo, nello specifico, di Calabria i segnali di rinnovamento ci sono tutti, ma manca quell’ultimo sprint che hanno già avuto altre Regioni. “Ci vuole più fiducia nelle nostre capacità” è il primo imperativo di Nicodemo “in secondo luogo, bisogna superare i luoghi comuni che purtroppo hanno sempre sfavorito la nostra regione. E, infine, bisogna creare sinergie: da una parte è la politica locale che deve sostenerci, dall’altra è fondamentale che anche gli imprenditori si facciano sentire, senza aspettare nulla dall’alto”.

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Librandi e la ricerca

Seguendo questa filosofia da tanti anni or sono, Librandi è diventata anche la prima azienda ad aver fatto ricerca in Calabria, entrando a contatto con il professor Attilio Scienza dell’Università di Milano e con l’Istituto di San Michele all’Adige. “Abbiamo scoperto ben 706 varietà qui in Calabria” spiega Nicodemo “ma anche molte omonimie. Così nel 2001 abbiamo contrassegnato tutto il materiale e individuato 78 varietà da inserire nel campo sperimentale a spirale che ancora oggi ospitiamo in azienda: 28 di questi sono stati iscritti nel registro delle varietà”. E tra questi ci sono anche autoctoni calabresi come il Mantonico e il Magliocco. Non solo. La cantina ha contribuito a sperimentare i nuovi portainnesti M2, M3 del professor Scienza. “Ci sono solo tre campi sperimentali in Italia: uno è in Sicilia, uno in Toscana e uno qua. E questo è motivo di grande orgoglio per noi”.

Boti della cantina Librandi

Il progetto di sostenibilità

E sull’onda della ricerca, il prossimo step che verrà realizzato in seno al Consorzio è il progetto “Cirò Denominazione Sostenibile”, che prevede un protocollo condiviso da tutte le aziende. Tre i pilastri da seguire – ambientale, economico e sociale – che verranno monitorati tramite un software consortile. Gli obiettivi? Riduzione delle emissioni, dei consumi energetici e idrici; razionalizzazione del ciclo dei rifiuti. Il tutto inserito nero su bianco nel bilancio di sostenibilità della denominazione. “Piccoli passi, ma fondamentali per un piccolo Consorzio come il nostro” chiosa Raffaele “d’altronde se non lavori insieme e in prospettiva non puoi andare troppo lontano”. Come dice il proverbio? Se vuoi andare veloce, vai da solo, se vuoi andare lontano, vai insieme. E la meta condivisa della viticoltura calabrese adesso si chiama futuro.

a cura di Loredana Sottile

foto Librandi