I negoziati tra Nuova Zelanda ed Europa per il commercio vitivinicolo vedono sul tavolo anche la spinosa questione del riconoscimento delle denominazioni Ue, prima tra tutte quella del Prosecco.
Pubblicità

La battaglia del Prosecco per affermare l’originalità della sua identità, si preannuncia sempre più accesa. In ballo c’è un export da 350 milioni di bottiglie e – Brexit a parte – all’orizzonte non sembra ci siano segnali di stanchezza da parte dei consumatori.

L’antefatto

L’appeal del Prosecco è tale che i tentativi di replicarne il successo, con una produzione “home made”, si stanno verificando un po’ dovunque. Per questo motivo, molti Paesi non accettano di considerare Prosecco Doc come una denominazione, ma solo una varietà di uva, da cui si può ottenere l’omonimo spumante. E proprio questo è il punto del contentedere, che ha imponenti conseguenze dal punto di vista commerciale. Si tratta, infatti, di un dossier presente su molti tavoli.

I negoziati tra Nuova Zelanda e Ue

Uno molto importante per i risvolti che può comportare su un piano più generale, è quello tra l’Unione Europea e la Nuova Zelanda, che sta rinegoziando gli accordi sul commercio vinicolo tra i due Paesi. La Ue, come di consueto, ha chiesto di proteggere numerose denominazioni tra cui Prosecco. La trattativa si preannuncia molto complessa, perché tra i convitati di pietra ci sono pure i produttori australiani di Prosecco. Infatti, se la Nuova Zelanda – primo mercato dell’export vinicolo australiano – dovesse accettare di difendere la denominazione europea e italiana Prosecco, il Prosecco australiano non potrebbe più essere venduto nel Paese e l’intero mercato australiano della tipologia, pari a oltre 100 milioni di dollari potrebbe entrare in crisi. Soprattutto da parte dell’Australia, è chiaro l’obiettivo di conquistare posizioni strategiche nei mercati (Cina, Usa, Asia in genere) grazie al Prosecco australiano, per affermare che, in definitiva, l’uva prosecco non è diversa dallo chardonnay o dal cabernet, diffuse in tutto il mondo.

Pubblicità

Attualmente la posizione negoziale dei kiwi è molto chiara. In una dichiarazione, riportata dalla stampa, Jeffrey Clarke, general manager advocacy e consulente generale dell’associazione New Zealand Winegrowers, ha chiarito la posizione negoziale: “Per noi, il Prosecco in realtà da tanto tempo è solo un vitigno e non un’indicazione geografica… “. In pratica, i neozelandesi non hanno nessuna intenzione di creare un nuovo precedente, consentendo a un vitigno di essere protetto al di fuori dell’Ue come indicazione geografica solo per scopi di protezione commerciale.

La questione Prosecco

Il riferimento è all’interpretazione di quanto è successo nel 2009 quando l’uva prosecco venne trasformata in glera mentre Prosecco, dal nome del borgo carsico nei pressi di Trieste sin dove è stata ampliata la zona di produzione, è diventato il nome della denominazione. Un meccanismo che ha permesso di circoscrivere l’area di produzione del Prosecco Doc a solo due regioni italiane: ai territori di 5 province del Veneto (Treviso, Venezia, Vicenza, Padova, Belluno) e 4 nel Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine). Oggi il sistema Prosecco comprende una una superficie vitata di 24.450 ettari e una produzione che, nel 2018, ha raggiunto i 466 milioni di bottiglie (+6% rispetto al 2017). È uno dei maggiori successi vinicoli italiani nel mondo degli ultimi 30 anni con un export pari a 350 mln di bottiglie.

Secondo Eryk Bagshaw, esperto economico del Sydney Morning Herald, che riporta il parere di esperti australiani e uno studio della Monash University di Melbourne, la nascita nel 2009 del Prosecco Doc sarebbe una “finzione legale”, in contrasto con le regole WTO e con la costituzione australiana per quanto riguarda il commercio e la proprietà intelletttuale. Saranno queste, quindi, le posizioni che i delegati Ue si trovano a discutere durante gli incontri a Canberra.

Prosecco: la posizione dei Consorzi

Il nostro Prosecco Superiore” commenta Innocente Nardi, presidente del Consorzio Conegliano Valdobbiadene “non nasce nel 2009 ma è frutto di una tradizione, di una cultura e soprattutto di in territorio che dona particolari caratteristiche organolettiche al vino, già da molto tempo prima. Non a caso per molti decenni siamo stati i principali produttori. L’approccio al problema, non può essere solo di convenienza commerciale. Certo” continua “sarebbe auspicabile arrivare a una razionalizzazione del nostro sistema delle denominazioni che tenga conto del reale valore e peso di ognuna: difenderle tutte non è possibile”.

Pubblicità

Luca Giavi, direttore del Consorzio tutela Prosecco Doc, è assai netto e taglia corto: “Certo questi elenchi lunghissimi di denominazioni, complicano le trattative ma ritengo che la Ue voglia preservare e ribadire la validità dell’approccio comunitario. Comunque possiamo sempre fare a meno di firmare l’accordo” dice a proposito delle trattative in corso. “Bisogna tener conto che in India la denominazione è già riconosciuta e in Cina c’è un accordo bilaterale. Il tentativo del Prosecco australiano è un classico esempio di commercio parassitario: i riferimenti sono tutti rivolti all’Italia e i consumatori sono convinti di bere un prodotto italiano. In più, con il loro sistema, in assenza di un ente certificatore, si può affermare qualsiasi cosa a proposito del contenuto della bottiglia“. La battaglia del Prosecco Doc continua.

Non solo Prosecco: gli altri punti dell’accordo

Sul piatto, comunque, non ci sarà solo il vino, visto che il trattato di libero scambio (free trade agreament) ha un valore stimato di 100 miliardi di dollari. La discussione verte anche su altro, però. A scontrarsi sono due visioni di fondo, due modi di intendere il vino, profondamente diverse. Sempre Jeffrey Clarke a proposito della trattativa tra Ue e Nuova Zelanda, in una dichiarazione riportata dalla rivista Wine Business International, ha affermato che “Ci aspettavamo una lunga lista di indicazioni geografiche rivendicate, ma non ci aspettavamo che fosse così lunga: un paio di migliaia di nomi di denominazioni”. E poi ha aggiunto: “Pensavamo che avrebbero dato la priorità, selezionando quelli che considerano effettivamente importanti proprietà intellettuali da proteggere per il loro commercio globale di vino, piuttosto che elencare ogni singolo nome nella Ue”.

Il problema è anche quello dei nomi composti (varietà di uva+località geografica) delle denominazioni quali Montepulciano d’Abruzzo, Vermentino di Gallura, Greco di Tufo, Barbera d’Alba, ecc.ecc. vale a dire le costole dello scheletro del nostro sistema.

Prosecco Do Brasil

Non c’è solo l’Australia: Boscato, un nome di evidente origine italiana, è una delle aziende vinicole più prestigiose, nata nel 1983, nel Rio Grande do Sul, regione nella parte più meridionale del Brasile. La giornalista Andréia Debon sul magazine Bon Vivant racconta così la storia dell’enologo Clóvis Boscato, che ha recentemente presentato il suo primo Prosecco Spumante. “Poiché non avevo le conoscenze che ritengo essere fondamentali per lo sviluppo di un prodotto di alto livello all’interno di questo segmento, sono andato in Italia per specializzarmi. Ho trascorso un periodo nella regione di Treviso e Verona, la culla della bevanda in Italia. Da lì, ho seguito l’intero processo, dalla vendemmia alle corrette tecniche di elaborazione del prodotto. Sulla via del ritorno, ho presentato l’idea alla mia squadra e oggi abbiamo il nostro Prosecco: un prodotto di alto livello che fino ad ora non esisteva in Brasile”. Nova Pádua, il comune dove è ubicata l’azienda, è stata fondata nel 1886 da sei famiglie di emigranti veneti ed è tuttora conosciuto come il “Pequeno Paraíso Italiano”.

a cura di Andrea Gabbrielli

 

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri uscito il 28 febbraio
Abbonati anche tu se sei interessato ai temi legali, istituzionali, economici attorno al vino.
È gratis, basta cliccare qui