L'ultima esperienza al ristorante, prima del coronavirus, raccontata dagli addetti ai lavori. Un viaggio nei ricordi e nei desideri della prossima meta gastronomica. Appena sarà possibile.
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“Ci racconti la tua ultima volta al ristorante?”.

Lo abbiamo chiesto così, senza tanti giri di parole, a chi mangia fuori non solo per piacere, ma anche per lavoro. Gente che macina centinaia di ristoranti l’anno nei cinque continenti e che si è trovata, d’un tratto, a muoversi in uno scenario bruscamente cambiato: serrande abbassate, spostamenti vietati, socialità azzerata, orizzonti chiusi. Niente menu da provare o piatti da valutare. Ne sono nate nuove abitudini: deschi domestici, grandi (o piccole) prove ai fornelli, al massimo qualche delivery d’autore. Ci sono mali minori, si dirà. Ma questo non toglie che l’ultima esperienza in un ristorante sia rimasta impressa nella memoria, anche emotiva, di molti. Per quel che rappresenta, per quell’ultimo frammento di una normalità che pare destinata a rintanarsi nella memoria dei tempi andati.

A rileggerla oggi, con quel misto di stupore e nostalgia del senno di poi, vediamo quanta spavalderia c’era su quelle tavole imbandite, con quanta pervicacia si alzavano i calici, quasi a sfidare una minaccia al nostro stile di vita oltre che alla nostra vita tout court, certi che “no, non possono mica vietare tutto”, come poi è stato. Quanta ostinazione e incoscienza nella prenotazione a oltranza, ancora e ancora, fino all’ultimo giorno possibile, subito prima che tutto precipitasse verso un presente distopico mai neanche immaginato. Erano meno di due mesi fa, ma eravamo diversi, abitanti di quel mondo di prima che qualcuno potrebbe chiamare a.C. – ante Covid-19.

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Per questo abbiamo chiesto a giornalisti, critici, narratori del cibo di raccontarcela, quell’ultima volta, e anche di dirci la loro prima destinazione – “dopo” – non appena si potrà tornare a mangiare fuori… come prima? Chissà.

Gigliola Lucca

Roberta Abate e Giorgia Cannarella

Abbiamo festeggiato il compleanno di un’amica da Casa Merlò. È stata una serata chiassosa e divertente, dove abbiamo mangiato i “classici” del ristorante: le ruote alla vodka, il poldino (hamburger fatto di ripieno dei tortellini), un’epica cotoletta impanata con i grissini. Il giorno dopo siamo andate dai ragazzi de Il Giglio a Lucca. Era da un po’ che volevamo provare la loro cucina e abbiamo approfittato dell’occasione – era il venerdì prima del lockdown. C’era già tanta paura di andare al ristorante, i locali si stavano svuotando in tutta Italia, il turismo era praticamente scomparso e noi avevamo la sala esclusivamente per noi. Tutto perfetto lo stesso: dal paté di fegatini pan brioche e lamponi fino al dolce con cioccolato biondo, che ci provoca salivazione già mentre stiamo scrivendo. Dopo una degustazione di 5 piatti a soli 60 euro, con la pancia piena, abbiamo fatto un rapido pit stop anche alla Gigliola, il loro nuovo concept più low cost, dove abbiamo continuato a bere vini naturali e a spizzicare fino all’aperitivo. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse, le notizie sul virus erano ancora confuse e frammentate. Ma se avessimo dovuto immaginare una ventiquattrore di cibo “après nous le déluge”, non avremmo potuto pensarne una migliore.

Giovanni Angelucci

Parto dalla fine, o dal futuro, quando saremo liberi non so ancora dove andrò, sono tante le cene e i pranzi lasciati in sospeso, ma so per certo cosa vorrò: una montagna di agnolotti del plin al sugo d’arrosto.
La mia ultima volta al ristorante risale esattamente a una cena del 7 marzo, da lì a poche ore Milano sarebbe stata sigillata e non sapevo se partire o meno, alla fine sono restato. Ero nell’Hub di Identità Golose per una serata a tema pizza con tre dei più apprezzati pizzaioli italiani, Renato Bosco, Simone Padoan e Franco Pepe (non presente fisicamente ma solo con le sue pizze, ndr). A corredo fiumi di Champagne Ruinart Rosè. Posso dunque dire di aver avuto una “ultima cena” tutto sommato di soddisfazione… e tra montagne e fiumi, che siano metafore o meno, spero di poter riprendere presto a viaggiare e mangiare in giro per il mondo, per me la normalità.

Un piatto di pasta ripiena in brodo e funghi di Antonio Guida

Alberto Cauzzi

La mia ultima cena pre Covid si è svolta in quel meraviglioso ristorante che è il Seta al Mandarin Oriental di Milano. Grandi pietanze accompagnate da un grandissimo Bordeaux, accuditi da un trio d’eccezione (Guida, dell’Omarino e Di Lena). Sento tante ipotesi in giro di cosa ci riserverà il futuro, in particolare nel nostro ambito, la ristorazione. Io non credo a un ritorno al confortevole, al certo, al comodo e al tradizionale. Io credo invece che l’esperienza al ristorante sarà ancora più esclusiva di oggi, magari mutuando modelli sostenibili con le condizioni attuali, applicando i turni multipli, non costringendoci a tavola per 4 ore. L’alta cucina si rinnoverà, ma sopravviverà.
E il primo ristorante che visiterò, per rompere l’incantesimo, sarà l’ultimo che ho visitato.

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Chiara Cavalleris

Non mi rendevo conto di ciò che stava per accadere, tant’è che mi trovavo a Bologna, ben lontana dalla mia abitazione torinese, in trasferta per provare pasticcerie. Che si fa in overdose di zucchero e lievito? Ci si butta sulla cucina tipica emiliana, ricca in sapidità e umami. Ho prenotato al Caminetto d’oro, che vergognosamente non avevo ancora provato, per finire al loro bistrot “Twinside”, la tradizione rivisitata dominante, per sbaglio. Il “Ramen in Emilia”, con tagliolini all’uovo fatti in casa in brodo di pollo, zenzero e soia, uovo barzotto, funghi e verdure croccanti, è il mio ultimo piatto consumato in pubblico, la mortadella dell’eccellente macelleria Zivieri e un Aglianico in anfora ad accompagnare. Non ne ho mai scritto, poche ore dopo parlare di ristoranti da provare sarebbe stato ridicolo.

Tokyo Cervigni

Negli sfortunati giorni del “Milano non si Ferma” ho cenato insieme a un gruppo di amici da Ciotto, un ristorante di quartiere aperto pochi mesi fa nella zona di Porta Venezia. Ancora ingenui, nonostante quanto stesse succedendo sotto ai nostri occhi, abbiamo passato una serata a condividere piatti e bicchieri ignorando l’argomento del momento. Un comportamento discutibile, ma lo sarebbe anche dimenticarci che oltre riempirci la pancia, i ristoranti nutrono le relazioni.
Quando riapriranno, andate nei posti che amate più che nei posti in cui sareste voluti andare, è da lì che ricominceremo.

 

Luigi Cremona

Me lo ricordo bene, ultima uscita: a Napoli per una cena di Enrico Bartolini da D’Angelo, poi il giorno dopo, visto che il treno che mi riportava a Roma era alle 14,30, un salto da Mimì alla Ferrovia. Un locale storico che conosco da oltre 30 anni, ma erano anche tanti anni che non andavo. Ho conosciuto e ho apprezzato la nuova generazione. Poi in verità a Roma, nei giorni successivi, prima che chiudesse, un paio di volte (ed eravamo già in semi-lockdown) le ottime pizze (piccole e leggere) di Amerina del bravo Paolo che ho proprio di fronte a casa. Lui è proprio sfortunato, aveva aperto da poco e proprio nella fase di lancio ha dovuto richiudere!

Andrea Cuomo

L’ultima volta è stata delirante, era la sera del 6 marzo, quella della grande fuga da Milano nei treni. C’era già un clima da rompete le righe, io ho utilizzato l’unica sera disponibile tra la mia quarantena di 15 giorni per una mia visita professionale a Codogno il 21 febbraio e il lockdown. Con un’ex fidanzata da Finger’s Garden. Sushi di alta qualità, tutti i pochi clienti radunati in una piccola area del locale quasi a fare gruppo e testimonianza (a ripensarci…). Quasi una cena da reduci ante litteram, struggente, assurda, buonissima però. Tornerò là la prima sera in cui saremo liberi.

Topinambur come un carciofo_Chef Daniele Lippi Ph.BarbaraSantoro

Lorenza Fumelli

Il 4 marzo, a cinque giorni dal lockdown, sono stata a mangiare da Acquolina, a Roma. Non ci tornavo dai tempi di Giulio Terrinoni. Mi hanno conquistato tutti i giovani dello staff: bravi, professionali, pieni di voglia di fare e di talento da raccontare. Sono rimasta colpita dalla cucina di Daniele Lippi: tecnica, divertente, ludica a tratti e tridimensionale nei sapori, sempre ben calibrati e distinti. Certo, fa impressione pensare a quella bella serata e immaginare ora sedie e tavoli vuoti, clienti chiusi in casa e le paure per un futuro incerto, che aumentano. Per loro, come per tutto il mondo della ristorazione. Ma è proprio dalla voglia di lavorare e dal talento che potremo prima o poi ripartire.
Da dove? La mia scelta personale sarà il Tram Tram della famiglia Di Vittorio, adorabile trattoria di cucina siculo/pugliese/romana di San Lorenzo. Perché è stata per me una casa e da casa ripartirò.

Sonia Gioia

Per fatalità, il mio ultimo ricordo di vita sociale, di una lunga, terapeutica e corroborante seduta al ristorante, è stata da Pascucci al Porticciolo. Una di quelle volte memorabili che ad ogni piatto fai il pieno di stupore, di gusti che non sai, combinazioni sorprendenti, indagini sul mare di una profondità mai sperimentata prima. Di piatti carichi di gusto, di sostanza, di una loro peculiare levità, di viaggi intorno al mondo con quattro ingredienti. Anzi due, come lo stupefacente Prosciutto di tonno, con la sua bottarga e lardo di Villa Maiella. O il Risotto al tè bancha, burro, alici e uova di salmone. Le avventurose traversate di Pascucci intorno al mondo, o cacciando il naso appena fuori dalla porta, portando dentro un capolavoro che ne vale due come lo Spaghettino ai calamari. Una cucina solida, della robustezza di un professionista che sa il fatto suo (un autodidatta!) e della sua propria schietta umanità. Accento alto-laziale, amico di Gabriele Bonci e di Roberto Liberati (e fosse solo per questo, ti vien voglia di fartelo pure amico tuo). E poi Vanessa, signora di sala, garbo d’antan, passo veloce, capelli raccolti, sorriso pieno. Capace di cogliere al volo le minuzie che accadono in una sala affollata. Piaceri d’epoca ante-proibizionismo. Qualche settimana fa, quando eravamo fuori dalle gabbie a godercela quel tanto che è concesso agli esseri umani nelle pause fra un accidenti e l’altro.
Dove andare quando si potrà? Sincera? Ho un immenso desiderio di tornare da lui, stessa identica formazione. È un ricordo così caldo e buono, che mi sembra una fortuna immensa averlo in dispensa. Me ne sono beata per tutto questo tempo. E sarebbe un’espressione di gratitudine ritornarci. Oltre che un gran godimento.

Luca Iaccarino

L’ultimo pasto prima del lockdown in una Venezia da Thomas Mann: luminosa, deserta, surreale, irreale. Pranzo in famiglia da Amo pieno di colori e profumi, poi tutti sul tetto ad ammirare la città più magica del mondo immobile come in una favola.
Sul primo pranzo quando saremo liberi, non ho dubbi: in un lido in Liguria. Acciughe, sole, mare, pigato e libertà.

Alfonso Isinelli

Qualche giorno prima che scoppiasse l’Apocalisse, in una delle zone che è stata più colpita dal Covid, il bresciano. In un’atmosfera ovattata; qualcosa stava per succedere, ma si pensava, si sperava in realtà, che fosse un allarme eccessivo. Ho cenato a Gussago, da Dina, casa di Alberto Gipponi, per la prima volta. Uno di quei, rari, cuochi unici, con un’identità forte, che ti porta nel piatto cose che ti fanno storcere il naso, tenderesti a rifiutare, ma che all’assaggio risultano coinvolgenti, a volte travolgenti, come le eliche, più che al dente, con soia, wasabi e miele. Ma soprattutto aver conosciuto una persona di grande empatia, anche con il territorio che lo circonda. Mi sono ripromesso di tornarci alla ripresa, anche per fare un giro di suoi colleghi, già accennato in quei giorni già sospesi.

Giulia Mancini

Pochi giorni prima del blocco la mia ultima cena fuori: aperitivo con gin tonic da Legs prima di sedersi a tavola da Menabò. Sempre a Roma. La sorpresa, dopo tempo che mancavo, di trovare sapori e piatti definiti con gentilezza, nulla di mellifluo ma una calibrata concretezza. Sgombro bruciato, animelle, fegatini nella rete con cipolla rossa a corroborare la dolcezza, polpo in zimino per le linguine. Coralità fra piatti e servizio, in un’accoglienza condita da cordialità, senza invadenza. Una serata fra piatti condivisi e bottiglie godute nelle chiacchiere.
La prima volta fuori la immagino al mare, per godere gli spazi e la brezza salmastra, per vedere finalmente il cielo che sconfina il suo orizzonte nel blu e non si ferma nei palazzi della città. Potrebbe essere da Romolo al porto, ad Anzio, dove sarei dovuta andare se non fossero subentrate le restrizioni o a La Baia da Benny dove avrei visto la primavera arrivare sulla spiaggia. In ogni caso saranno piatti di pesce crudo, luoghi conosciuti dove stare bene fra tavola e aria aperta. Vorrei fosse la sensazione del sole e del vento sul viso l’ingrediente principale.

Imago

Paolo Marchi

Il menù è ancora lì, sulla scrivania. La carta dell’Imago all’Hotel Hassler di Roma, chef Andrea Antonini. Che superba serata venerdì 6 marzo, in una sala in fondo piena, al sesto piano di un albergo pressoché vuoto come mai è stato. Ancora non avevo ancora idea precisa su cosa sarebbe accaduto di lì a pochi giorni. Ero pronto a scriverne ma, chiusa prima Milano e poi l’Italia, come potevo? E quando l’Imago riaprirà, che senso avrà un articolo riferito a un cena pre-quarantena? Ne avrà ben poco. Dovremo ripartire da zero anche noi critici, iniziare un nuovo archivio di appunti, foto e menù.

Le olive all'ascolana di Retrobottega a Roma, con ciotola nera e piattino con cialda croccante su tavolo nero

Tania Mauri

Il mio ultimo pranzo al ristorante è stato il 6 marzo da Retrobottega in una Roma semi deserta, senza turisti. Anche il locale era poco frequentato, solo la sera avevano tutto prenotato. Alessandro Miocchi e Giuseppe Lo Iudice iniziavano a pensare a come affrontare il possibile lockdown nazionale (non a caso hanno continuato a vendere la pasta fresca e son stati tra i primi a organizzare il delivery di prodotti freschi e di loro produzione). È stato un pranzo molto rilassante, malgrado fosse di lavoro, i piatti erano ben fatti: risotto dal chicco integro, omogeneo e ben equilibrato, con paprika e vermouth, e sogliola alla mugnaia, molto delicata, con il retrogusto del limone candito accompagnata con erbe di campo ripassate.
Alla ripresa andrò in pizzeria, da 180 grammi: mi manca tantissimo la pizza e il 9 marzo avevo una prenotazione con Isinelli che è saltata perché Jacopo (Mercuro, ndr) aveva ridotto il numero dei coperti e dilatato gli orari di prenotazione, e mi aveva chiesto se potevo rimandare perché temeva assembramenti…

Alessandra Meldolesi

Ho posato la forchetta a Brusaporto, dove presto il dramma sarebbe deflagrato. L’atmosfera era di festa e direi perfino popolare: una connessione sentimentale fra un tre stelle e la sua città, che sarebbe proseguita nell’impegno dei fratelli Cerea (Da Vittorio, ndr) presso l’ospedale allestito in Fiera.
Non è importante dove la riprenderò, spero che accada prima possibile nei tanti ristoranti di Bologna che andranno aiutati a ripartire. E attendo con ansia il nuovo Lab di Mauro Uliassi, perché allora saremo davvero tornati alla normalità e alla celebrazione piena della vita, che da sempre contraddistingue il ristorante. La spiaggia, il sole, l’amicizia.

Alessandra Moneti

Il bello della diretta, a tavola. Così è stato per me l’annuncio, di sabato sera il 7 marzo, della zona rossa estesa a tutto Italia. Diventata così surreale una cena a Borgo San Jacopo, una stella Michelin a Firenze. Eravamo lì per la presentazione dei Parmigiano stagionato 40 mesi da parte del Consorzio. Confermata nonostante la cancellazione di Taste. Ma arrivano i segnali-Cassandra: una collega con fidanzato di Lodi, il buco nero del contagio. E cambio sala, quindi mancata vista su Ponte Vecchio, perché la cena a due metri di distanza tra i commensali ha imposto un maxi tavolo. Al risotto 40 mesi in riduzione al Barolo e nocciole di Claudio Mengoni l’annuncio di Conte. Potevamo rimanere lì in quarantena, o trovare il modo di tornare a casa.
Quando tutto finirà voglio certezze: il polpo verace e i bianchetti di Chinappi, antipasto cult tra Formia e Gaeta, e poi pizza scrocchiarella.

Luciano Pignataro

In una Sorrento silente, crepuscolare, senza stranieri, ma con i bar ancora pieni di italiani, ho avuto il piacere di cenare al Buco di Peppe Aversa. Un ristorante che amo molto, che ha segnato la rinascita gastronomica della cittadina costiera, e che ha sempre avuto al centro dell’attenzione il benessere del cliente. Ero anche il primo visitatore dei nuovi spazi, una bella cantina per una carta enciclopedica e ricca di memorie. Il coronavirus girava ufficialmente già da dieci giorni in Italia, ma non c’era consapevolezza della gravita del problema. Dove andrò per la prima volta appena sarà possibile? Ma al Buco naturalmente, per ripartire là dove eravamo rimasti (cit.).

Pietro Pio Pitzalis

Vorrei segnalare questa mia ultima volta al ristorante, diversa dalle solite frequentazioni inserite in un contesto più “lavorativo”. Visto il susseguirsi degli eventi mi piace ricordarla perché vissuta in compagnia di 4 amici: Roberto, Francesca, Laura, Margherita. Tutti insieme seduti a un tavolo rotondo circondati da altri tavoli e conoscenti che nel corso della serata abbiamo salutato. Un locale ampio che accoglieva parecchie persone… un contesto che purtroppo non riesco a immaginare nuovamente in un futuro prossimo, per questo ci tenevo a raccontarlo. Il locale era S’Incontru (L’incontro) a Cagliari, e ricordo tra i vari piatti di sushi e sashimi, un particolarissimo Uramaki Beef & Truffle, davvero squisito.
La prima esperienza che farò alla riapertura dei ristoranti, se ancora non sarà possibile viaggiare, sarà una visita agli amici Luigi Pomata nel suo ristorante appena ristrutturato e Pierluigi Fais di Josto. La prima visita fuori dalla Sardegna, appena mi sarà consentito, vorrei farla a Massimo Bottura. Sembra banale, ma ha un senso: tanti anni fa, in quel ristorante iniziarono tante cose per Reporter Gourmet, e vorrei viverlo come un nuovo inizio per il futuro del comparto e di Reporter Gourmet.

Sara Porro

La mia ultima cena al ristorante è stata da Zia, a Roma, il giorno prima dell’annuncio del lockdown in Lombardia che avrebbe preceduto di poco quello del resto d’Italia. Con il senno di poi questa vacanza romana è stata ovviamente un azzardo, ma ero amareggiata dall’aver dovuto cancellare un viaggio di lavoro cui tenevo molto e quindi ho pensato che un weekend romano con compagno e figlia fosse un bel premio di consolazione. Invece salendo sul treno da Milano semivuoto, dove i pochi viaggiatori indossavano la mascherina e facevano un impiego compulsivo del gel igienizzante (mentre io ero con Emilia, che ha poco più di un anno e mezzo e a cui non è facile inculcare il rispetto delle norme di sicurezza), mi sono resa conto che la sensazione di sciagura imminente non mi avrebbe abbandonato, e che questo tipo specifico di ansia non sarebbe stato curato – come in genere invece avviene – dalla primavera anticipata di Roma e dall’overdose di carboidrati che faccio ogni volta che arrivo in città.

Da Zia siamo stati io e Paolo, lasciando Emilia alla babysitter, cosa che per noi è in genere un’occasione molto festosa, ma ormai il clima si era guastato, entrambi incupiti e preoccupati; io ho finito per bere troppo, nel tentativo di riacciuffare una spensieratezza che continuava ad eludermi. Il ristorante era pieno per metà, i tavoli distanziati – un vezzo da stellato vecchio stampo, pur essendo un ristorante molto giovane – aumentavano il mio senso di disagio: realizzo ora che ero ancora in una fase di rifiuto, vedere un locale stipato mi dava la sensazione che il rischio non fosse reale (anche se ovviamente è esattamente il contrario). A dispetto di tutto questo, la cena mi è piaciuta enormemente, l’ho trovato eccezionale. Ci voglio tornare presto con un altro spirito, non appena si potrà.
E poi, non appena i ristoranti potranno riaprire vorrei andare a mangiare di fronte al mare (va bene anche il lago se è il Lido84).

Anna Prandoni

La mia ultima volta al ristorante è di due giorni prima del lockdown. Devo dirti che non ero molto convinta di uscire, mio marito ha insistito parecchio e ha prenotato lui. Siamo andati da Alberto Buratti al Koinè di Legnano, un ristorante a cui siamo affezionati, vicino a casa. Ci siamo stupiti di trovarlo pieno, erano comunque giorni già complessi. È stata una serata molto molto piacevole, abbiamo mangiato molto bene e bevuto altrettanto bene, e ci siamo ripromessi di tornarci più spesso. La mia professione mi porta(va) costantemente lontana e i luoghi vicino a casa erano spesso sacrificati. Alberto è un cuoco molto in gamba e quella sera ho pensato che avrei voluto andare da lui più spesso.
Non so ancora dove andrò alla riapertura: spero solo che sia presto, e che i ristoranti non siano troppo diversi dall’esperienza a cui eravamo abituati.

Il tartufo verso la Pasqua Tomaz Kavcic

Gabriele Principato

Intorno c’è solo natura e nell’aria si respira odore dei boschi della valle di Vipava. La mia ultima cena prima del lockdown è stata a Pri Lojzetu dello sloveno Tomaž Kavčic: la cucina creativa e sentimentale di uno degli chef più interessanti dei Balcani, innaffiata dai vini naturali del Collio, in uno dei castelli più affascinanti della zona, quello di Zemono. Il branzino cotto su una piastra di sale di Pirano è indimenticabile.
La prossima quando si riaprirà? Da Glicine, spero, per degustare la cucina di Peppe Stanzione ascoltando il rumore del mare nella baia di Amalfi dalla terrazza dell’hotel Santa Caterina.

Un piatto di Jeremy Chan di Ikoyi

Sonia Ricci

Ikoyi a Londra, nell’immaginario, rappresenta la libertà di movimento, di assaggio, carburante della più accesa curiosità di gola. Stravolgente. Il fatto che sia stato l’ultimo ristorante in cui mi sono seduta prima del lockdown aumenta il senso di apatia nel restare murati vivi a casa. La nostalgia richiama alla memoria l’atmosfera inusuale per un ristorante stellato: friendly, rumoroso e con un menù fuori dai canoni precostituiti. Lo chef Jeremy Chan, e il suo socio Iré Hassan, hanno avuto il coraggio di proporre piatti che riprendono la cucina dell’Africa sub-Sahariana. Un unicum nel suo genere. L’effetto wow arriva con il platano fritto, spezie esplosive ed eleganza ottica oltremisura.
Dove andrò alla riapertura? Inkiostro di Terry Giacomello a Parma.

Leonardo Romanelli

Ultima cena la sera prima del blocco totale, lunedì 9 marzo, cena in un ristorante di cucina giapponese a Prato, Il Moi Omakase: 6 persone, ma il massimo sarebbe stato comunque di 15 coperti serviti. Esperienza che oggi mi ricordo quasi commovente, un pasto ritmato dalle portate raccontate una per una, con la notizia del blocco che arriva durante la cena e la consapevolezza che sarebbe stata davvero l’ultima possibilità di uscire per molto tempo. Il saluto al titolare e ai commensali presenti, alla fine, è stato particolarmente sentito, non affettuoso perché già toccarsi era vietato. Rimangono gesti, le persone, i profumi oltre ai sapori.
Poi nella ripartenza, la voglia è di tornare in campagna, magari a Stia al ristorante Falterona, da giovani entusiasti dove ho invece fatto l’ultimo pranzo.

Sarah Scaparone

Il mio ultimo pranzo fuori è stato il 2 di marzo, giorno che ero stata in ospedale per degli accertamenti con i miei genitori. Sulla via del rientro ci siamo fermati a Rivoli (To) da M**Bun, lo slow fast food torinese aperto dieci anni fa, per mangiare insieme i nostri piatti della tradizione preferiti di questo luogo: la Piemunteisa (carne cruda di Fassone), lo Spatuss (Hamburger di pollo ruspante), gli agnolotti ai tre arrosti e le Friciulà (patate fritte fresche). Abbiamo in qualche modo festeggiato un pranzo di nuovo insieme al ristorante dopo più di tre mesi in cui, per motivi di salute, non era stato possibile.
La mia prima gita fuori porta quando tutto questo incubo sarà finito sarà invece a Caporetto da Hiša Franko: voglio tornare alla tavola di Ana Roš e godermi i suoi piatti, la loro straordinaria accoglienza e la serenità di quel luogo; in città sogno invece di tornare Al Gatto Nero, storico locale di Torino che prepara degli straordinari Spaghetti alla Peppino Fiorelli (in carta dal 1957) e il Ricchi e Poveri: le code di gamberi con i fagioli cannellini.

Luciana Squadrilli

Tecnicamente la mia “ultima cena” è stata quella come ospite dello chef Niko Sinisgalli e sua moglie Maria al ristorante Tazio di Roma, in un locale già quasi del tutto vuoto ma ancora perfettamente operativo. La sera prima, invece, ci eravamo riuniti con alcuni amici al Divinity Terrace per festeggiare un compleanno con le buonissime pizze e i dessert di Francesco Apreda e del suo staff accompagnati dallo Champagne, secondo la formula del locale: un’ultima occasione di convivialità, allegria e ottimo cibo.
Il regalo per la festeggiata era una cena da Pascucci al Porticciolo da “riscuotere” insieme: sarà la nostra prima uscita gastronomica appena sarà possibile!

Niccolò Vecchia

Ricordo molto bene la mia ultima cena prima dell’inizio del lockdown. Ero nell’Hub di Identità Golose Milano, dove lavoro sin dall’inaugurazione e dove ho avuto l’opportunità di assaggiare i piatti di alcuni dei più prestigiosi chef italiani e internazionali. Era il 6 marzo e il protagonista di quella cena era…il gelato. Un tema goloso, per proporre in una dimensione di fine dining un patrimonio inestimabile del gusto italiano. A firmare il menu a otto mani c’erano tre chef di classe come Antonio Guida, Moreno Cedroni, Andrea Ribaldone e un grande gelatiere come Paolo Brunelli.

È molto probabile che anche la prima cena a cui parteciperò dopo la fine dell’isolamento forzato sarà a Identità Golose Milano, ma il desiderio che vorrei esprimere è di poter tornare il prima possibile a uno dei tavoli del Lido 84 di Riccardo Camanini.

Valentina Venturato

In realtà la settimana precedente il lock down mi sono regalata una doppietta, cosa rarissima per me. Forse prevedendo il peggio? No, per niente, era solo fame. Sono stata a Roma da Marzapane dove ho consumato una cena memorabile, fatta di sorprese (come il midollo al centro di una pagnotta fumante) e gentilezza, quella di Mario ed il suo staff. E poi Menabò, nella bellissima periferia romana dove ho trascorso una gran bella serata insieme a mio figlio e alle mie amiche.
Dove andrò appena sarà possibile uscire? Al mare senza dubbio: Benny a Fregene (La Baia, ndr) a mangiare gli spaghetti con le telline.

Valerio Massimo Visentin

L’ultima volta? Da Mestè, a Milano. Ho scritto, più o meno: “Il nome è sbagliato, perché in vernacolo meneghino si dovrebbe scrivere “mestee”. Tutto il resto, però, funziona benissimo. Cucina domestica, porzioni sostanziose, prezzi umani, vini ben scelti”.
La prossima volta? Un tavolo sulla sabbia, con il mare negli occhi. E chi se ne importa di quel che si mangia.

Paolo Vizzari

14 coperti intorno a un bancone, si entra a musica e luci soffuse che poi esplodono nell’arco delle quattro ore in cui si articola lo Chef’s Table di una delle vere rockstar carismatiche della cucina contemporanea. La mia “ultima cena” è stata da Gaggan a Bangkok, tra volume alto e bocconi d’Asia ritoccati con l’imprevedibilità di un bambino adulto, nell’attesa di poter tornare presto a ballare sui tavoli di un grande ristorante.

Gabriele Zanatta

Sono stato il 6 marzo da 28 Posti, sui Navigli a Milano. Marco Ambrosino sta tracciando un sentiero suo e solo suo, un’identità culturale forte, costruita ben prima della definizione dei piatti. Alessia e Francesco sono ragazzi di sala molto preparati e discreti (e in sottofondo c’erano gli Atoms for piece!). Facile cedere alla retorica ora ma è stato uno dei pasti più speciali degli ultimi mesi e non vedo l’ora di tornare.

Manuela Zennaro

All’Eden, a provare la cucina di Fabio Ciervo. Eravamo alla soglia del lockdown ma non immaginavamo che quella sarebbe stata la nostra ultima cena fuori. Che cosa ricordo? Tutto, persino i profumi, lo chef orgoglioso che spiegava i piatti per filo e per segno e io che li degustavo estasiata. La consueta visita della cucina a cui sembravamo tutti abituati e che ora ci manca. Mi sembra un sogno se ora ci penso, quella cura, quel servizio che non sarà possibile replicare.
Dove andrò alla fine della quarantena? Nei miei due posti del cuore: Laganà a via dell’Orso, dove è l’oste a fare la differenza, e la Divinity Terrace dell’hotel The Pantheon per gustare la spezial pizza di Francesco Apreda con vista sui tetti di Roma.

 

a cura di Antonella De santis