Oggi è uno dei simboli della cucina statunitense, ma il pollo fritto ha in realtà origini scozzesi. Ecco come nasce la ricetta preferita degli americani.
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Il pollo fritto del Kentucky

Lo stereotipo italiano della cucina americana tutta hamburger e patatine fritte potrebbe trarre in inganno, ma in realtà la carne più consumata negli Stati Uniti è il pollo. Presente in moltissime ricette, dalla cobb salad, l’insalata di pollo, bacon, uova, formaggio e avocado, al chicken corn chowder, zuppa cremosa fatta con uovo, bacon, mais e peperoncini. Ma quando si parla di pollo in America, si parla soprattutto di pollo fritto. E in particolare di quello del Kentucky, reso poi famoso dalla nota catena di fast food che usa una ricetta segreta, più protetta di quella della Coca-Cola, secondo la leggenda custodita in una pergamena scritta a mano negli anni ’40 e nascosta in una cassaforte di 350 chili tenuta sotto controllo continuo da sensori e telecamere.

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Le origini del pollo fritto americano

Al di là del celebre marchio con il faccione del Colonnello Sanders, il pollo fritto è uno dei cibi più amati e consumati dagli americani. La prima ricetta scritta però è apparsa per la prima volta in un ricettario britannico, “The Art of Cookery Made Plain and Easy” di Hannah Glasse, pubblicato nel 1747, con tanto di indicazioni sulla marinatura, passaggio fondamentale per il piatto. Ci sono buone probabilità che sia stata proprio questa ricetta a farsi largo nelle case degli americani, considerato il grande successo del libro oltreoceano. Sulle origini precise del pollo fritto, però, non ci sono molte fonti; quel che è certo è che a inventarlo furono gli scozzesi, noti per friggere diversi alimenti senza condimento, chiamati genericamente fritters. Molti di loro nel Settecento emigrarono nel Sud America per via della tratta degli schiavi in corso: va agli afroamericani il merito di aver reso il piatto famoso e popolare, ma soprattutto saporito.

Pollo fritto, il piatto simbolo della schiavitù americana

I polli erano gli unici animali da cortile consentiti agli schiavi, per via delle loro piccole dimensioni che non andavano a invadere le proprietà dei padroni. A loro, però, arrivavano le parti meno nobili, gli scarti più duri e insapore: così, iniziarono a condire la carne con paprika e altre spezie importate dall’Africa occidentale, friggendola poi in olio di palma bollente. Il risultato fu un pollo molto più gustoso rispetto a quello preparato dagli scozzesi, che presero molti degli schiavi come cuochi personali per le loro dimore. E nelle case non mancava mai il pollo fritto, consumato quasi quotidianamente anche per via del rapido deterioramento del prodotto: al tempo non esistevano i frigoriferi, per questo la carne doveva essere cotta e consumata nell’immediato.

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La nascita di KFC

È solo dopo l’abolizione della schiavitù che la ricetta valica i confini del Sud del Paese, iniziando a conquistare il palato di tutti. A decretarne il successo, però, fu un venticinquenne del Kentucky, che durante gli anni della Grande Depressione decise di lanciarsi in una nuova avventura, prendendo in gestione una stazione di benzina della Shell, corredata da un piccolo ristorante. Un localino di cucina tipica come tanti altri, ma che dà il via a una delle imprese alimentari più famose di sempre, quella del pollo fritto del Kentucky, passato alla storia con il marchio KFC. L’insegna creata nel 1930 da Harland Sanders è nata ufficialmente nel 1952, mentre il successo su larga scala comincia a diffondersi a partire dagli anni ’60. Per capirne la grandezza, basti pensare che nel ’64 esistevano già 600 ristoranti KFC negli Stati Uniti e in Canada.!

a cura di Michela Becchi