Tradizione marinara ad alto rischio. In Italia tutti mangiano pesce ma in pochi lo pescano

14 Ago 2022, 10:58 | a cura di Gambero Rosso
La pesca in Italia sembra diventata cosa del passato. Il consumo di pesce aumenta, la pesca nostrana scompare. Eppure, la tradizione marinara è un tassello importante della nostra cultura
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La pesca è un’attività millenaria che per molti aspetti e tecniche è rimasta nei secoli immutata. Oggi, in assenza di tutele e di un equilibrio tra ambiente e lavoro, rischia di vedere presto la sua fine, sia per depauperamento di risorse ittiche nei nostri mari e sia per mancanza di lavoratori del settore. Almeno in Italia.

Pesca e consumo dei prodotti ittici. Ecco come le cose sono cambiate

Vent'anni fa Manfredonia aveva una flotta di oltre 500 pescherecci, adesso le barche presenti non arrivano neppure a 300”, racconta Giovanni, un ex pescatore adesso ottantenne, mentre guarda il porto dal balcone della propria casa nei pressi della stazione semi-abbandonata della cittadina pugliese. “Molti pescatori sono emigrati in altri porti dell’Adriatico, più a nord, o semplicemente hanno smesso di pescare per tutte le problematiche che la pesca oggi comporta – dice – e il risultato è che quasi la metà dei manfredoniani in età adulta è disoccupata”. Secondo gli ultimi dati statistici, Manfredonia è uno tra i principali porti italiani per numero di imbarcazioni dedite alla pesca; per quanto, se si considera la stazza lorda, il primato spetta al porto di Mazara del Vallo che schiera circa 220 imbarcazioni con 16.725 tonnellate di stazza lorda complessiva.

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Pesca e pesci: aumenta il consumo, si dimezzano le  flotte

Per quanto il consumo di pesce negli ultimi anni sia aumentato vertiginosamente, dal 1988 a oggi le flotte dei porti italiani si sono letteralmente dimezzate, così gli equipaggi e il pescato; contemporaneamente, però, è raddoppiata la dipendenza del pesce importato dall’estero. La pesca in Italia continua a dare lavoro a circa 35mila persone con una flotta peschereccia di 11.926 unità concentrate essenzialmente in Sicilia e in Puglia, e una produzione attribuibile alla cattura che se nel 2016 arrivò a 185.300 tonnellate oggi è scesa a 130.085. Numeri drasticamente calati negli ultimi trent’anni, per una marineria sempre più in crisi a causa dell’aumento del prezzo del gasolio e dell’abbassamento di quello del prodotto, normative restrittive, zone di pesca interdette, multe salate e altri cavilli burocratici. I governi italiani degli ultimi decenni oltre a essersi apparentemente disinteressati dei lavoratori del mondo della pesca, non sono riusciti a risolvere la problematica sulle acque territoriali, le quali si estenderebbero di norma per 12 miglia marine da ogni costa, e sulle “acque contese” con i paesi marittimi confinanti che al contrario del nostro paese spesso dispongono in mare di vere e proprie ZEE “zone economiche esclusive”.

Mare conteso, acquacoltura e crisi del settore

Nel Mediterraneo a guadagnarci sono stati soprattutto gli stati che si affacciano sui nostri stessi mari, la Francia, la Croazia, ma anche i paesi del Nordafrica. Dagli anni ‘70 a oggi la pesca intensiva e l’inquinamento hanno in generale ridotto fortemente la fauna ittica del Mediterraneo: sulle nostre tavole ormai il 60% del pescato arriva da mari non italiani, spesso extraeuropei, in particolari dall’Oceano Indiano e Pacifico. I paesi scandinavi, per esempio, anche a causa della loro posizione geografica più isolata in mezzo ad acque internazionali, dispongono di imbarcazioni industriali strutturalmente più grandi e adatte a pescare in profondità. A discapito della pesca di cattura in mare aperto, è aumentato inoltre il pesce “pescato” in acquacoltura, che ha ricevuto negli ultimi dieci anni aiuti dall’Unione Europea superiori ai 320 milioni, ovvero quasi il 40% della spesa europea per l’ittica. La Cina immette sul mercato annualmente circa 81 milioni di tonnellate di pesce, tre quarti dei quali pescati “in cattività”.

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La conseguenza di questi cambi di prospettiva interni al mercato ha fortemente disastrato il settore italiano della pesca. Il lavoro del pescatore è sempre meno ambito e salvaguardato, gli eccessivi costi di manutenzione delle imbarcazioni, la crisi ambientale con gli inevitabili periodi di fermo pesca (i quali durano circa un mese) o i conflitti internazionali, oltre anche al recente aumento dei prezzi del gasolio, stanno ulteriormente portando il settore al collasso. Basta osservare che, sempre dal 1991 a oggi, sono state demolite in Italia quasi 6.000 imbarcazioni, soprattutto quelle per la pesca a strascico che è la più rappresentativa dei nostri mari.

Pesca e pesci. Qualche numero

Per pesca a strascico si intende quella praticata a non meno di 50 metri di profondità e all'interno di una fascia compresa tra 3 e 6 miglia dalla costa. Le imbarcazioni che pescano con reti a strascico sono circa 2.241 e rappresentano circa il 13,8% della flotta, anche se, dal punto di vista delle capacità, sono circa il 44,5% del tonnellaggio di stazza lorda. Si parla invece di piccola pesca quando la pesca è effettuata con piccole imbarcazioni lungo le coste, entro le 2-3 miglia, utilizzando reti da posta e altri strumenti.

La piccola pesca conta su circa 8.680 unità, e rappresenta il 53% della flotta, ma per le ridotte dimensioni delle imbarcazioni non supera per tonnellaggio di stazza lorda totale il 12% della flotta italiana. Le restanti unità del sistema d’altura e polivalente, ovvero quelle che praticano più tipi di pesca compresa quella a strascico, ma anche usando palamiti o reti a circuizione - tecnica indirizzata a pesci che vivono in banchi come il pesce azzurro - rappresentano infine il 25% della flotta. In questo contesto il primato produttivo è rappresentato dai porti del sud della Sicilia, che da sola costituisce il 24% del numero di unità da pesca e il 31,5% del tonnellaggio di stazza lorda. Seguita dai porti del versante Adriatico – quelli pugliesi in primis – che rappresenta invece il 35,2% delle unità e il 40,5% del tonnellaggio.

a cura di Moises F. Bassano

foto di Giacomo Sini

QUESTO È NULLA…

 Nel mensile di agosto del Gambero Rosso le tecniche di pesca tradizionali: dal trabucco ai “retoni”. Ma che impatto ha la pesca sugli oceani? Secondo una ricerca condotta dalla FAO, in tutto il mondo più di 650 mila tonnellate di materiali da pesca vengono abbandonati nelle acque, questo rappresenta un grande pericolo per la salvaguardia dell’ambiente. La storia di Donato, pescatore a Livorno: “prima quando uscivamo per mare alla radio VHF si ascoltavano di frequente lunghe conversazioni tra pescatori, adesso invece è molto più raro, sarà che ci sono meno barche in giro o piuttosto che le persone hanno meno il desiderio di confrontarsi”. Abbiamo stilato dieci mercati ittici, i più importanti in Italia, tra cui, il gioiello gastro-culturale veneziano: la loggia maggiore della pescheria di Rialto. E non è tutto, il Gambero Rosso ha selezionato dieci insegne (e dieci piatti) popolari legati alla tradizione marinara nei luoghi più importanti per la pesca e per i mercati del pesce. Scopri questo e molto altro nel nuovo numero di agosto.

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