Diceva Lev Tolstoj, in una delle frasi più citate da chi così spera di dare a intendere di aver letto Guerra e Pace, che tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo mentre quello infelici lo sono ognuna a suo modo, sottintendendo che fossero queste ultime le sole meritevoli di essere raccontate. Parafrasando il grande Leone e spostandoci nel mondo della gastronomia, potremmo sostenere che tutte le recensioni di ristoranti entusiastiche lo sono allo stesso modo mentre quelle negative (poche, pochissime, praticamente estinte) lo sono ciascuna a suo modo. Lo scrittore russo, se si fosse occupato di ristoranti e non di riflessioni morali di personaggi sempre in bilico tra paradiso e inferno, si sarebbe dedicato quindi alle stroncature. Lasciando ahimé a influencer e content creator il compito di raccontare esperienze quasi sempre “meravigliose, favolose, pazzesche, goduriose, devastanti, fotoniche”. In tutti i dialetti d’Italia.
Una tipica espressione da food blogger in estasi (dall’account Instagram italianfoodporn)
La verità è che quando si vuole raccontare un’esperienza gastronomica attraverso uno scritto se si possiedono gli strumenti e l’esperienza per raccontare il pasto o il piatto da un punto di vista tecnico si può ricorrere a vari registri stilistici, mentre quando ci si improvvisa non si può che ricorrere a una limitata palette di iperboli linguistiche, di cui i food influencer fanno abuso per mancanza di prove. Ma peggio ancora va con le immagini, soprattutto quanto l’influencer si fa riprendere mentre addenta il cibo. Lì bisogna rendere con il linguaggio non verbale l’estasi (vera o presunta) del primo morso a un piatto che si vuole raccontare come “fantastico.
E la gamma di espressioni che vengono utilizzate dai content creator o dai loro complici sono molto limitate. E questo accomuna sia content creator evidentemente sprovveduti, che pranzano con la Coca Zero al tavolo (capita di vederne, sui reel) sia food blogger di notevole reputazione come Luca Iaccarino, il cantore delle piole torinesi, o come i ragazzi di cosamangiamo oggi (Francesca Manunta e Giano Lai), che raccontano i piatti con competenza e passione ma alla fine ricorrono agli stessi esercizi di posturale gastronomica. Ecco quindi i pochi esempi di questa fisiognomica.
La meraviglia (dall’account Instagram dove_mangiamo_oggi)
Il mangiatore appena messo in bocca il primo assaggio si ferma come “frizzato”, nemmeno avesse ingerito uno scorpione. Ma niente paura è una paralisi di felicità. Il soggetto chiude gli occhi, rallenta i movimenti e tira indietro la testa, come a godersi l’attimo fuggente. Il bello è che questa messinscena è identica sia che si stia addentando un panino al lampredotto sia che si stia approcciando un piatto di Mauro Uliassi. Al mercato dell’entusiasmo gastrico in rete uno vale uno.
La sorpresa (dall’account Instagram cosamangiamooggi)
Altra espressione tipica è quella, soprattutto maschile, di colui che dopo aver provato quella che evidentemente deve essere l’ottava meraviglia gastronomica mondiale, incomincia ad annuire con aria di chi trova conferma a quello che lui, e solo lui, aveva immaginato. Di solito chi si atteggia in questo modo assume anche un’espressione sorniona e guarda la telecamera (vabbè, il telefonino) con l’aria di dire: che vi avevo detto? Niente, grazie.
Anche il bravo Luca Iaccarino mostra estasi e stupore
Questa è forse la comunicazione non verbale più comune. Il mangiatore dopo aver ingerito la prima dose di paradiso, fa una faccia che esprime incredulità, un po’ tipo: “Che cosa doveva capitarmi oggi”. Di solito l’espressione facciale viene accompagnata da vistosi gesti delle mani, un po’ come se ci si gettasse sul viso un po’ d’acqua da un’immaginaria bacinella là davanti. La versione 2.0 del “Non ci posso credere!” di Aldo Baglio, che accomuna certi food blogger al terzino che esulta dopo aver fatto il gol della vita.
Sindrome di Stendhal (dall’account Instagram italyfoodporn)
L’ultima espressione tipica del gastrocreator è l’entusiasmo smodato, che di solito si manifesta già all’arrivo del piatto. Battere le mani, assumere un’espressione ebete, spalancare gli occhi, sono tutti atteggiamenti infantili che raccontano di un approccio al cibo decisamente superficiale. Non è un caso che questo genere di gestualità si trova molto spesso nella categoria del food porn, odiosa espressione che teorizza un esibizionismo culinario basato su cibi abbondanti, eccessivi, coloratissimi, lussuriosi. La qualità? Ma il porno è una cosa e l’amore un’altra…
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