Cโรจ una burocrazia del piacere, una gentile forma di conformismo che da decenni si infiltra tra tovaglioli e sorrisi: quella del โmettiamo tutto al centroโ. Giร ai tempi del liceo, durante le lunghe ed estenuantiย cene di classe, tra brufoli, calzini spaiatiย e forfora, cโera sempre qualcuno che proponeva di prendere un poโ di tutto per tutti. E io, seduta in fondo, nella solitudine di chi pensa al contrario, guardavo i piatti come si guarda una spartizione ereditaria: bruschette contese, frittatine dimezzate, un carciofo in custodia collettiva. Una lezione precoce di comunismo gastronomico, che da allora non ho piรน dimenticato. E rifiutato.
La tavola puรฒ essere teatro di gusti e capricci, ma con i gruppi di amici spesso diventa unโassemblea di condominio culinario. Tutti partecipano, nessuno decide. Tutti assaggiano, nessuno sceglie. Il momento preciso in cui qualcuno pronuncia la frase fatale – ยซFacciamo un poโ di tutto da dividere?ยป, ยซMettiamo un po’ gli antipasti in mezzo?ยป – รจ quello in cui la libertร individuale evapora come un vino cattivo lasciato aperto. Lโamico col vocione piรน alto si fa avanti, apre il pettoย come un cantante lirico e decanta per tutti lโordine tirannico. Succede spesso, succede ovunque, e chi la pensaย diversamente diventaย un nemico da affrontare e da abbattere.ย
Non si tratta di egoismo, ma di stile. La convivialitร ย nasce nel momento in cui si riconosce la sacralitร del proprio piatto: il diritto di affondare la forchetta senza chiedere permesso, di godere di un boccone integro, non negoziato, non spartito in nome della socialitร obbligatoria. Mangiare insieme non รจ mischiare tutto: รจ rispettare la solitudine scelta dellโaltro. Ovvero: se qualcuno non รจ d’accordo, finitevela di imporre la condivisione a tavola. Non รจ un obbligo, anzi.
Ricordo un pranzo romano, di quelli con tovaglie fresche di bucato e amici entusiasti. ยซCondividiamo tutto!ยป dissero, e giร immaginavo la diaspora della mia caponata in otto direzioni. Tornai a casa sazia di confusione, ma affamata di chiarezza. Cโรจ qualcosa di profondamente romantico nel desiderio di un piatto solo per sรฉ: รจ il piccolo lusso dellโindividualismo gastronomico, la versione commestibile del pensiero libero.
Il piatto condiviso รจ lโemblema del nostro tempo, gentile, collettivo, un poโ ansioso di piacere a tutti. Ma ogni tanto, vale la pena opporre un gesto dโindipendenza: ordinare da soli, decidere per sรฉ, scegliere con grazia ma senza contrattazione. Il libero arbitrio, a tavola come nella vita, รจ un atto estetico prima ancora che etico. E se proprio bisogna mettere qualcosa al centro, che sia il rispetto per la scelta altrui, non la burrata condivisa. Il piacere, come la libertร , รจ un affare intimo. Si coltiva meglio da soli, ma si racconta benissimo in compagnia.
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